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    IL PROF: MINISTERO DELL’ISTRUZIONE O ALLE DISUGUAGLIANZE?

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    L’INFAME DECRETO CHE UCCIDE LE UNIVERSITÀ DEL SUD

    Come sono le università in uno Stato razzista? Come i treni, le autostrade e tutto il resto: con le ingiustizie e la rapina si costruiscono disuguaglianze a vantaggio di alcuni e a danno di altri e dopo un po’ di tempo, le si spiegano con il maggior merito di chi più ha (tralasciando il come e a spese di chi); si trasforma così il privilegio in diritto, mentre per i derubati l’avere meno (perché gli è stato sottratto) diviene prova dell’essere meno. A quel punto, chi viene lasciato indietro (prima con la violenza delle armi, poi con quella della politica e dell’economia, sostenute da adeguata narrazione: non sono come noi, signora…) è descritto colpevole di esserci “rimasto” (non è un modo di dire: chi lo insegna nelle università, ne ricava cattedre in “Tutta colpa del Sud”).

    Esagero? Aspettate a dirlo.

    «Cosa pensereste se i vostri figli venissero valutati a scuola non solo sulle base delle loro conoscenze ma anche dei vestiti che indossano? E cosa ne direste se qualcuno giudicasse il vostro lavoro non per i risultati, ma per il quartiere in cui abitate? Direste, probabilmente, e a ragione, che sarebbe una valutazione ingiustificata e arbitraria. Eppure questa è la logica ispiratrice della bozza del decreto ministeriale sulle università» (che il sito Roars, dedicato alle politiche universitarie, ha fortunatamente pubblicato nei giorni scorsi: la parola giusta sarebbe “sputtanato”, ma siamo in ambiente universitario, dove non si dicono cose brutte: si fanno).

    I DOCENTI MERIDIONALI DEVONO TEMERE DI ESPRIMERSI, PER EVITARE ULTERIORI POSSIBILI RITORSIONI CONTRO GLI ATENEI DEL SUD

    E chi mi parla così del decreto? Non posso dirlo; e questo è un dato rivelatore del clima generato dall’orda di guastatori annidata nel ministero dell’Istruzione da troppi anni, per trasferire (come per le ferrovie, le strade, i centri di ricerca, la sanità, i beni culturali…) ogni risorsa al Nord, sino alla secessione di fatto delle Regioni del Nord, arricchite di rapina, ma ormai convinte di dovere tutto alla maggiore bravura o a un patrimonio genetico di più alta qualità (lo avevano preconizzato i meridionalisti storici e parve una esagerazione; invece, se sbagliarono, fu per difetto: vedi gli Zaia & C.). Il mio interlocutore è un docente universitario ai massimi livelli, che non ha mai temuto di esporre il risultato, anche “non allineato”, dei suoi lavori e la cui onestà intellettuale è da tutti riconosciuta. Allora perché non posso citarne il nome? «Perché a me non possono far niente e non li temo; ma ho responsabilità nel mio ateneo e per quanto denuncio di questo incredibile decreto, potrebbero farla pagare alla mia università. Ormai a questo siamo».

    Come dire che le critiche feroci all’Agenzia per la valutazione della ricerca (Anvur) e ad altri enti che paiono aver dichiarato guerra all’equità (adesso si scopre che la famosa “velocità di lettura”, con cui l’Invalsi misurava la resa scolastica dei nostri ragazzi è inutile) non sono servite a niente, pur venendo da ogni parte.

    Ma torno alla mia conversazione con il prof. (che uno come lui debba tacere il nome per tutelare il proprio ateneo è la vergogna del Miur): sulla scorta della «legge Gelmini», la bozza di decreto prevede che le università che rispettino alcuni parametri economico-finanziari, e abbiano conseguito «risultati elevati» (ati, ati…) «nel campo della ricerca e della didattica» potranno sperimentare, per un periodo limitato, forme di maggiore autonomia. Per esempio, gli atenei «virtuosi» godranno di deroghe e di una certa libertà nell’organizzazione di corsi di studio e dottorati e potranno differenziare, non solo economicamente, il trattamento dei docenti.

    “PREMIATE” LE UNIVERSITÀ E LE REGIONI RICCHE. ALTRO CHE “AUTONOMIA”!

    «Poiché le forme di autonomia previste riguardano ambiti importanti», commenta il prof, «ci si aspetterebbe che i criteri di valutazione siano il più possibile “neutrali”. Ma così non è, perlomeno per quelli riguardanti la didattica. Secondo il decreto, per avere una “didattica di elevato livello” è necessario che un ateneo abbia ottenuto un giudizio “più che soddisfacente” da parte dell’Anvur (l’agenzia di valutazione universitaria), o rispetti almeno tre criteri su sette indicati dallo stesso decreto. Di questi, però, ben sei hanno poco a che fare con ciò che dovrebbero misurare e sono semplicemente penalizzanti per le università meridionali. Vale la pena di richiamarli brevemente: percentuale di studenti che hanno trascorso un periodo di studio all’estero, cosa che solo gli studenti più ricchi possono permettersi; percentuali di iscritti al primo anno di corso che abbiano conseguito il diploma fuori regione (almeno il 10%) e all’estero (1%), cosa che solo gli studenti più ricchi possono permettersi; percentuale (almeno il 15%) degli studenti immatricolati ai corsi magistrali proveniente da altri atenei, cosa che solo gli studenti più ricchi possono permettersi. I due ultimi criteri riguardano il tasso di occupazione dei laureati triennali e magistrali (cosa che solo nelle regioni più ricche è facile), che dovrebbe essere di almeno il 50% dopo un anno dal conseguimento della laurea (o al 70% per quelle magistrali)».

    Che cavolo c’entrano il reddito pro-capite del territorio e la possibilità di chi può spendere in giro per il mondo con il grado di preparazione degli studenti? Quindi, il ministero dell’Istruzione razzista disegna l’università per le regioni più ricche, dove potranno andare a studiare gli studenti più ricchi delle regioni più povere.

    CRITERI SENZA CRITERIO, SE NON L’APARTHEID

    Infatti, «ci si rende facilmente conto che questi indicatori hanno poco o nulla a che fare con la qualità della didattica», dice il prof, «perché dipendono dal contesto socioeconomico in cui l’università si trova. Il giornalista Marco Esposito le ha definite “tagliole” per il Sud, perché l’emigrazione studentesca è massiccia, ma quasi soltanto dal Sud verso le università settentrionali, potendosi così inserire, gli studenti meridionali, in un contesto che, dopo la laurea, offre maggiori opportunità. Ed è noto che a essere più attrattive per gli studenti stranieri sono le città del Nord (e qualcuna del Centro) per i servizi che offrono, non ultimi i collegamenti. Ragioni economiche, di carattere familiare, influenzano poi la possibilità per gli studenti di trascorrere periodi di studio all’estero, ma se il reddito pro-capite al Nord è quasi il doppio che al Sud, è facile capire la vera “razio” di questo cosiddetto “criterio”. Infine, includere il tasso di occupazione dei laureati tra i criteri per valutare la didattica significa far finta che il mercato del lavoro sia tutto uguale. Ma è arcinoto che il tasso di disoccupazione dei laureati al Sud è quasi tre volte quello del Nord e, lo si capisce, non è un problema di didattica. Infatti, i laureati meridionali emigrano, trovando lavoro al Nord o all’estero. Perché, dunque, inserire questi criteri per valutare gli atenei, dato che penalizzano quelli dei contesti territoriali più deboli?».

    Già, perché? Aggiungiamo una domanda: come mai queste discriminazioni saltano agli occhi di tutti, meno che agli “esperti” del ministero? A meno che siano esperti in qualcos’altro e quel che si vuole è esattamente quel qualcos’altro: rubare al Mezzogiorno pure docenti e studenti. In tal caso, esperti e ministro sono quelli giusti e i criteri pure: leghisti di fatto, volenti o inconsapevoli.

    Infatti… «forse la questione è più generale», interviene il prof. «La bozza di decreto in questione è perfettamente in linea con una logica che va sempre più radicandosi nel nostro Paese. Una logica secondo la quale è necessario differenziare regole e politiche su scala regionale o locale perché, per definizione, il Nord è virtuoso mentre il Sud inefficiente e sprecone. Preso atto che esistono dei divari, abbandonata ormai l’idea di affrontarne le cause e risolverli, si preferisce istituzionalizzarli con regole e decreti, come si tenta di fare col “regionalismo differenziato”. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe a un Paese disuguale come l’Italia. Proprio perché tale, l’Italia necessiterebbe di politiche di riequilibrio, che offrano uguali opportunità di partenza a tutti, indipendentemente da dove vivano. In un Paese storicamente disuguale, accentuare le differenze con “criteri premiali” e concessioni di autonomie più o meno “differenziate”, produce un sicuro effetto: quello di aumentare le disuguaglianze».

    Berlusconi lo definì (lui!) “un Paese di merda”; ma la passò liscia, in quanto la sua definizione fu ritenuta “politica” (dite la verità, stavate pensando che solo perché tanto ricco…); un pensionato che da solerti e inflessibili custodi delle sacre regole della convinvenza, per un fanalino rotto, si vide multato di una cifra che, data la sua pensione, sarebbe stata pagata tagliando pane e medicine, osò esprimere la stessa idea politica di Berlusconi, ma fu condannato persino in Cassazione (dite la verità, stavate pensando che solo perché era un morto di fame…).

    Ecco, se vedo un prof di quella sapienza e saggezza, costretto all’anonimato, per non danneggiare ulteriormente il suo ateneo meridionale, mentre il ministero del “diritto allo studio” per tutti, toglie ancora un po’ (ormai pure le briciole) al Sud, per regalare ulteriormente al Nord e accrescere le disuguaglianze, sento di condividere pienamente l’opinione politica di Berlusconi, mentre condanno vivamente l’intollerabile insulto del pensionato al nostro adorabile Paese “di merito” leghista.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

    8 Commenti

      • Non ci sono e non ci saranno finchè non nascerà una forza politica 100% indigena che, purtroppo, non si vede neanche lontanamente nonostante un humus di consapevolezza anche abbastanza diffuso.

    1. Mi chiedo come mai la capitale del nuovo stato italiano unitario fosse spostata a Roma.
      Tanto valeva continuare a governarla da Torino (come fu fino al 1865) o da Milano.

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