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    IL “PIANO” PER IL SUD: DA COLONIA DEL NORD A COLONIA EUROPEA?

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    PER NON PERDERE IL MEZZOGIORNO, CONTE CHIEDE AIUTO A BRUXELLES

    Se le chiacchiere pro-Sud fossero soldi, ne avremmo da comprarci la Cina: tutti hanno scoperto il Mezzogiorno, ora (meno male!) e promettono quello che da più di centocinquant’anni si annuncia per il Sud e si fa al Nord, anche con i soldi del Sud.

    Ma c’è possibilità che stavolta ci sia qualcosa di diverso e, si spera, di concreto. Gli impegni, in tal senso, del capo del governo, Giuseppe Conte, nascono da una ragione più forte del solito e potrebbero avere consistenza maggiore del solito. Pare abbiano compreso, e lo si vuol far capire ai poteri europei, che il Mezzogiorno (sia o no in fase “pre insurrezionale”, come valutò la società di analisi di mercato e sociali Swg di Trieste), non ha mai accarezzato così tanto l’idea della secessione (vera, non le puttanate leghiste appese alle corna di Pontida, per fottere un altro po’ di soldi, “se no me ne vado”). Ad aver misurato meglio di tutti la situazione sarebbe il presidente Sergio Mattarella (da siciliano ha nella pelle che la sua isola, poco più di settant’anni fa, fece guerra all’Italia, per staccarsene), autore del capolavoro politico che ha reso irrimediabile l’errore tattico di Salvini. Sembrerebbe si stia considerando, nelle varie cancellerie, che se si spezza l’Italia, si spezza l’Europa; quindi o ci si blinda o si diviene preda di lupi pronti a fare al vecchio continente quel che la Germania ha fatto alla Grecia. Quindi bisogna recuperare l’Italia; e per tenerla insieme recuperare il Sud dandogli un po’ di futuro, ma continuare a mantenere il Nord con i soldi pubblici, mediante “grandi opere” inutili ed eventi che giustifichino l’incessante trasfusione di risorse nazionali in tasche padane. L’Italia non ha le forze per fare una cosa e l’altra e lo “statuto” di Giuseppe Conte per chiamare in causa l’Europa, suona come una cessione di responsabilità: il Mezzogiorno colonia del Nord Italia, diviene colonia dell’Europa, e l’Italia sostiene solo il Nord, com’è da quando le regioni del Sud furono invase e depredate. Se questo succede, è perché un Mezzogiorno consapevole ora fa paura; non sanno gestirlo, ma non possono perderlo.

    SE SI SPEZZA L’ITALIA, SI ROMPE L’EUROPA, ALLORA…

    Vediamo perché dico questo (dovrò prenderla un po’ alla lontana, articolo lungo):

    1 – discutere di Questione meridionale, appena dieci anni fa, pareva occupazione per lamentosi perditempo (“ancora queste cose!”), sospettati di accattonaggio. Già un secolo fa, il meridionalista pugliese Tommaso Fiore, a Piero Gobetti (l’intellettuale torinese morto giovanissimo per le randellate dei fascisti), che gli chiedeva di scrivere del Sud, rispose: «Perché non riprendi una delle tante pubblicazioni meridionaliste di venti, trent’anni fa, e la ristampi tale e quale? Chi si accorgerebbe che del tempo è passato, inutilmente?». E quasi in perfetta ma indomita solitudine, l’economista barese Gianfranco Viesti, oggi alfiere contro i furti dell’Autonomia differenziata, pur scrivendo che «parlare di Mezzogiorno significa parlare del già detto, e del già fallito», continuava a documentare (“Abolire il Mezzogiorno”, “Mezzogiorno a tradimento”…), come la Questione meridionale sia il risultato di scelte politiche ed economiche nazionali che alimentano difetti locali. Ormai, la Questione pareva definita: irrisolvibile, per colpa dei meridionali; persino un accademico del valore di Luigi Bobbio (se state per dire: torinese, fermatevi. Come Gobetti) arrivò a dire che il problema del Meridione sono i meridionali (ancora adesso si ottengono cattedre in “Tutta colpa del Sud”, facendo scempio di montagne di dati e prove del contrario; mentre gli accademici che osano discutere la verità di Stato, pagano pegno); Giorgio Bocca scriveva “L’Inferno”, ovvero il Sud luogo senza possibilità di recupero e riscatto; e la Lega razzista Nord otteneva, con la collaborazione di centrodestra e centrosinistra, l’abolizione della Cassa per il Mezzogiorno. In questo clima uscì, convinti che fosse destinato all’oblio, “Terroni”.

    2 – Cosa ha cambiato le cose in modo così repentino? Ci sono matematiche applicate al sociale (quali quelle del “Punto critico” e la geometria delle reti) che studiano i fenomeni “epidemici”: la diffusione di un virus, di un sentimento, una moda può restare perennemente appena sotto la soglia “di esplosione” (se molto sotto, si estingue), ma una piccola perturbazione dell’equilibrio può far superare, pur di pochissimo, il valore “critico” e la cosa dilaga all’istante e quasi incontrollabile. A scatenare l’onda meridionalista credo sia stato il diverso approccio all’argomento: la ricostruzione storica dei misfatti del Risorgimento taciuti “per carità di Patria” (ma nessuna carità per le vittime e la verità), a fini di “unità” (mai avvenuta: treni, strade, scuole, rispetto, investimenti… rifaccio l’elenco?). La cosa cadeva in un terreno reso fertile da circa quindici anni di revisione, con documenti inediti (perché si preferiva restassero tali), condotto dall’associazione neoborbonici; da rari docenti, vedi Roberto Martucci (L’invenzione dell’Unità d’Italia); giornalisti quali Gigi Di Fiore o Lorenzo Del Boca, intellettuali come Nicola Zitara. Scoprire cosa la guerra di annessione fu davvero, e soprattutto di essere eredi di una grande storia, ha dato lenti più oneste per rivalutare se stessi e il proprio percorso, passato e futuro. È stato un neoborbonico a farmelo notare (oddio, vale lo stesso?): se vuoi che un popolo si metta in marcia, non dargli una ragione, dagli un sentimento. La ricetta è di Giuseppe Mazzini. E pensa avere una solida ragione e un forte sentimento!

    3 – La consapevolezza meridionalista è dilagata, fra la sottovalutazione, il dileggio, l’insulto e l’ostilità di chi, in buona fede, la ritiene una deriva pericolosa per l’unità nazionale (lo stesso allarme curiosamente non c’è stato per un partito razzista e secessionista per statuto, anzi: lo si è invitato e tollerato al governo!); ovviamente, ci sono stati e ci sono le azioni di disturbo di quelli che i leader dell’emancipazione nera chiamavano “schiavi da cortile” (perché si meritano gli avanzi del padrone e una catena più leggera, appesantendo quella dei loro fratelli), ma è nell’ordine delle cose.

    SPAVENTA IL MERIDIONE CHE REAGISCE E FRENA L’AUTONOMIA DEI RICCHI

    4 – Il Sud è cambiato: spaventa il mercato con una minuscola azione di boicottaggio del prosecco; non acquistando beni prodotti da aziende che fanno pubblicità in trasmissioni o su giornali che cavalcano il razzismo antimeridionale, le induce a ritirare le inserzioni; un cronista che usò termini offensivi contro i napoletani sulla tv di Stato fu licenziato per le proteste; e quelle sulle falsità storiche o i pregiudizi spacciati per “cultura” su libri scolastici (attivi specialmente i neoborbonici), hanno portato le case editrici a correggere i testi incriminati o a ritirarli… Punture di spillo? Dal 2015, il Sud vota compatto come soggetto politico unitario (regionali; referendum di Renzi; politiche 2018), pur senza nessuno che organizzi questo; reagisce agli inganni su Ilva, Tap; si mobilita spontaneamente per fermare l’Autonomia differenziata, nonostante poteri e mezzi di informazione siano tutti dall’altra parte. Non era mai successo: il Sud chiede rappresentanza e non ricevendone, sposta in blocco il consenso. Quella che sembrava residuale, fastidiosa e risolta con un lancio nel cassonetto, la Questione meridionale, alimenta un mercato insospettabile di centinaia di titoli di libri, costringe i quotidiani a dedicarle migliaia di articoli; docenti prima ridotti al silenzio vengono contesi come editorialisti; il numero di convegni in scuole, parrocchie, sedi istituzionali, università, non si conta e son sempre affollatissimi. Sorgono insospettati meridionalisti di fulminea conversione: buon segno; l’arrivo degli opportunisti indica che i temi una volta irrisi sono divenuti generatori di potere. Quella gente (ognuno, e io pure, ha avuto la sventura di incrociarli) non perde tempo con gli sfigati, e se fino a ieri erano persecutori di cristiani, appena il cristianesimo è religione di Stato, rubano il crocifisso al primo missionario sottratto al boia e iniziano a biascicare qualcosa in simil-latino, ponendosi alla destra del padre, quale rivendicazione di primogenitura.

    5 – L’agenda politica del Paese, da qualche anno, è dettata dal Sud. Questo sorprende e spaventa i politicanti che, coltivando interessi immediati, sono più svelti a cogliere i mutamenti (mentre la cultura appare più conservatrice e tarda, in questo caso. Un controsenso). La politica è il gioco della forza, monopolio, finora, del sistema di potere nord-centrico. L’insorgere di un Sud che lo ostacola e pretende di esistere o se ne va (e sarebbe il crollo del Nord, perché non potrebbe più attingere alle risorse altrui e perderebbe il suo mercato esclusivo) cambia i rapporti di forza e la natura del gioco. Ma l’Italia non ha risorse per sostenere il Nord (ormai un secchio bucato, con lo spreco immane in opere inutili e scandalosamente costose, che non producono nulla, se non appalti e mazzette) e far arrivare qualche treno al Sud. Così, si torna all’ideuzza di una Cassetta per il Mezzogiorno, fidando nell’intervento dell’Europa. Il che conferma alcune costanti della politica italiana “unitaria”: a) per il Sud non si fa niente; quando si decide di far qualcosa, ci vuole un ente “speciale”, per fare cose ordinarie (è così nelle colonie); b) i soldi “italiani” sono per il Nord, e per il Sud possono arrivare solo da fuori: nel dopoguerra dagli Stati Uniti, con i fondi per la ricostruzione (fregati, comunque, dal Nord, quasi interamente), oggi dall’Europa (e finora i soldi europei per il Sud hanno alimentato pure tangenti al Mose, metropolitana di Torino, Expo…); c) le opere da fare al Sud devono essere appaltate al Nord.

    Quello in corso in Italia rientra un conflitto mondiale contro chi vuol globalizzare distruggendo gli Stati nazionali (a cominciare dall’Italia, dopo il crollo del muro di Berlino che ha comportato lil dissolvimento del blocco orientale in una cinquantina scarsa di Paesi; e la Brexit che parrebbe il segnale della disgregazione del blocco occidentale e il rischio sfaldamento degli Stati Uniti).

    Quindi, in qualche modo, lo Stato italiano dovrà a) far vedere che spende al Sud il 34 per cento dei fondi pubblici (Conte dixit; vedremo se, in quali campi), facendo apparire come una rivoluzione che si trattino i meridionali “alla pari”; il che dice a vergogna di un Paese che ha sempre investito meno della percentuale corrispondente alla popolazione, dove c’è meno, per dare a chi ha più; b) far rimbalzare quei soldi al Nord; c) delegare all’Europa la pratica Mezzogiorno, trasformandolo in colonia europea, da colonia italiana.

    QUESTA VOLTA, O SI RISOLVE O NON CI SARÀ UNA PROSSIMA VOLTA

    Quindi? Quindi boh; qualunque cosa faccia arrivare a Sud un treno mai visto, va bene. Non lo faranno perché lo vogliono, ma perché sono costretti a farlo, dalla mobilitazione terronica. Questa attenzione serve a togliere spazio politico ai movimenti meridionalisti non controllabili, e già sono costruiti a tavolino “referenti meridionalisti ragionevoli e dialoganti”, qualche altro lo si acquista sul libero mercato delle coscienze in vendita.

    È cominciata una partita, da cui il Sud potrebbe venir fuori a) con qualche infrastruttura in più, il “quanto basta” per farlo tacere; b) con una dotazione finalmente europea che renda conveniente e concorrenziale l’economia locale e non costringa i giovani ad andarsene; c) con l’ennesima presa in giro e il biglietto di uscita dalla condizione coloniale ormai intollerabile, nell’unico modo possibile: andarsene e far da soli.

    Quindi, chi mira a far “qualcosa” con “ragionevoli” un tanto al chilo, per togliere spazio politico alla mobilitazione meridionale, non ha che una possibilità: fare finalmente tutto (non un po’: tutto) quello che pone il Sud alla pari, occupandolo completamente quello spazio politico.

    Così (e sarebbe ora), possiamo andarcene al mare.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

    6 Commenti

    1. Sono d’accordo in toto con la sua analisi.
      Però nel caso di una nostra secessione, non c’è il rischio concreto di finire dominati dalla mafia e dalla camorra?
      Le mafie che dalla morte di Falcone e Borsellino sono state attivamente contrastate da uno stato prima connivente, non potrebbero approfittare e strumentalizzare il crescente sentimento meridionalista per riprendersi il potere perduto?
      Non sarebbe certo un guadagno per il Sud…..

    2. Credo che per rilanciare il Sud non bastino le sole infrastrutture; specialmente se non progettatte nelle università meridionali e non eseguite da Imprese meridionali.
      C’è bisogno che sia ripristinato lo stao di diritto; abbiamo i tribunali, in particolare quelli civili, pieni di magistrati collusi con massoneria e criminalità organizzaza; ed inoltre, con la scusa delle zone disagiate, nelle procure e nei tribunali vengono inviati i magistrati di prima nomina usciti dai corsi con i punteggi più bassi facilmente malleabili dai vecchi volponi. (lvicende simili a quella delle Officine Meccaniche Geracesi degli anni 30 sono all’ordine del giorno nei tribunali Calabresi)
      C’è bisogno di creare un nostro sistema bancario che interceti il risparmio del Sud e lo rinvesta al Sud ( Se un imprenditore, onesto del sud, paga il denaro al doppio del tasso del suo diretto concorrente tosco-padadano nonpotrà mai andare a vendere i propri prodotti al nord)
      C’è bisogno di rilanciare la ricerca nelle università del Sud e connetterle con le aziende.
      C’è bisogno che il Sud continui a credere sempre più in se stesso ed una volta intrapresa la strada per la separazione percorlela senza indugi.

    3. Buon giorno dott. Aprile,
      sono Donato D’Agnese ed ho lavorato a Milano nelle più grandi banche d’affari della città.
      Conosco il nord e credo di conoscere sufficientemente bene i settentrionali…
      Mi permetto di suggerirle una cosa che è detta, lo sottolineo, con la massima umiltà, non essendo mai stato politico di professione nè MAI iscritto a nessun partito (qualche anno fa avevo la tessera della CGIL ora di un’altro sindacato).
      L’idea che ha avuto è encomiabile e la sottoscrivo al 99,99% (mi riservo lo 0,01 che fa sempre bene) ma prenda la cosa un po’ più da lontano, non “di petto”. Dichiararsi in maniera sfacciatamente sudista, ci metterebbe contro una serie di forze (economiche, politiche, finanziarie, di varia estrazione, italiana ed estera) che farebbero naufragare la cosa (cosa “buona e giusta”) in poco tempo. Arriverebbero furberie, scandali, infiltrati dell’ultima ora, gettando dileggio, mediocrità e “meridionalità” sul movimento, relegandolo alla categoria delle tante iniziative sorte, e funestamente fallite, che si proponevano un riscatto vero per il nostro Sud. Credo che prima di prendere una qualsiasi posizione di netto contrasto con la realtà attuale, bisognerebbe dare una speranza anche a quelle persone, a nord, che sentono in maniera ONESTA il problema del Sud (ci sono, forse in minoranza ma ci sono). Usiamo un po’ di buon senso (politico….).
      Facciamo inanzi tutto capire, a livello nazionale, che lo sviluppo del Sud è in primis sviluppo dell’Italia tutta. La prima operazione è infatti CULTURALE. Poi avviare una fase politica attraverso un partito o movimento vero e proprio che miri alla costituzione di stati italiani con ampia autonomia non senza pero’, in precedenza, aver approntato un piano di investimenti pluriennali nel Sud Italia.
      Questa Italia, così com’è, va letteralmente SCIOLTA e RICOMPOSTA da capo a piedi poichè fatta nel peggior del peggior modo possibile (sono sue parole che prendo a prestito). Rimane, però, l’idea di fondo di una NAZIONE italiana che il nostro progetto, così come si presenta, mirerebbe, magari in buona fede, a sfasciare completamente e questo non conviene a nessuno, ne a nord ne a Sud.
      Creare uno stato con ampissima autonomia, che legiferi su agricoltura, istruzione, ricerca, finanza meridionale, è percorso lungo e paziente da fare. Con il consenso di tutto il Sud e parte del centro-nord, potremmo creare veramente degli stati italiani che in autonomia ampia provvedano ai propri bisogni più vari, alle esigenze dei vari popoli italiani.
      Fare un’Italia federale, insomma, ma partire prima da uno stesso punto di partenza (non come ora 100 metri dietro).
      Per fare tutto questo, ci serve ; 1) rispettare le regole del gioco, che è un gioco italiano. 2) avere il più ampio consenso possibile, da nord a sud. 3) Avere una FORTE rappresentanza politica di respiro nazionale, non regionale (ci stà provando Salvini a fare la stessa cosa ed a momenti ci riesce).
      Ma prima di tutto questo (Italia federale), pero’, va garantito (e lo ripeto), da parte della nazione italiana tutta, UN FLUSSO COSTANTE DI INVESTIMENTI che siano dirottati su produzione con alto valore aggiunto (solo così si recupera il gap produttivo; inutile aprire aziende che producono pomodori o patate….). Poi, dovrebbe seguire un sistema economico (banche, aziende, famiglie) con rubinetti di credito sempre pieni e sopratutto funzionanti per garantire la sostenibilità del quadro economico nel breve ed in particolare nel lungo periodo.
      Si segua questa linea; se, seguendo le leggi dettate dalla costituzione Italiana, si riesce, avremmo a quel punto realizzato i nostri interessi, distaccandoci in termini amministrativi da chi ci ha gestito fino ad ora. Potrebbe essere la strada giusta per risolvere i problemi del Sud senza che ci siano episodi che possano degenerare in termini sociali, così come (temo) ci saranno, nel momento in cui si andrà in maniera inevitabile all’esasperazione delle idee.
      Qualora invece si palesasse l’impossibilità di essere capiti o si manifestasse l’impossibilità di realizzare le nostre legittime aspettative, allora, dovremmo, in maniera veramente forte, prendere una posizione di scontro politico.
      Ho finito.
      Mi scuso per essermi dilungato oltremodo.
      Spero di non averla annoiata.
      Purtroppo, per esigenze familiari non potro’ recarmi a Cosenza ma cerchero’ di seguirvi in streaming.
      Da vero ed affezionato meridionale (sono orgoglioso di esserlo) le ho portato questo mio piccolo contributo che NON vuole essere, in alcun modo, verità rivelata.
      Le faccio un grande in bocca al lupo e le auguro, di vero cuore, buon lavoro.
      dott. Donato D’Agnese

      • Caro Donato, diamoci del tu, intanto. Come hai visto, il valore di riferimento di M24A è l’equità, che esclude di per sé “il di più” per qualcuno (non importa se Nord o Sud) e include di per sé il riconoscimento di quanto è stato negato al Sud. Cosa che gli onesti comprendono (non c’è una latitudine che li generi…). Condivido quel che dici e il percorso è faticoso, lungo, difficile e io sono il meno adatto a fare l’apripista; mi sono forzato a questa avventura, perché non vorrei rimproverarmi di non aver fatto tutto il possibile. L’Italia credo abbia l’ultima possibilità di continuare a esistere, pur “rifatta”. Resta nei paraggi… Abbiamo bisogno dell’aiuto e dell’intelligenza di tutti. Pensa solo alla difficoltà di raccogliere, in una terra con tanti problemi, le micro-sponsorizzazioni per coprire le spese dell’incontro del 13. Eppure, ci sono persone, professionisti che ci stanno provando e, se non ci si riesce, dovremo provvedere personalmente. Fare politica, a Sud, è anche questo. Io ho dovuto smettere di lavorare e non ho firmato contratti per nuovi libri. Ma se i risultati dovessero corrispondere alle attese e alla speranza, ne sarà valsa la pena. Poi, magari, potrò tornare in barca a vela e a scrivere. Ciao

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