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    I MILLE SEGNI DEL SUD CHE CAMBIA

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    DEDICATO A CHI DICE CHE TANTO, QUI…

    “Qui non cambia mai niente…”. Dite? Basta mettersi d’accordo su dove è “qui”. Chi, come me, non fa che girare per il Sud (non solo, ma soprattutto), passando da un “qui” all’altro, può dire, con qualche ragione di non essere d’accordo. Bisogna cogliere i tanti segnali di ogni genere, che sul territorio sono seminati, germogliano e non sono considerati nel loro vero valore, perché ognuno sembra poco per il tutto, e spesso anche per il “qui”, ma tutti insieme sono testimonianza di una rivoluzione vera, culturale prima, nelle anime, poi nella società, con una potenza di sentimenti che cambia il percorso di molte vite.

    Prendete (è solo un esempio come tanti) i miei due giorni scorsi: prima a Melito Porto Salvo, per un incontro molto interessante (avete letto la locandina su questo blog, non vi ripeto tutti i nomi); poi a Reggio Calabria, chiamato da un gruppo di giovani, studenti.

    CAMBIARE LA CITTÀ, INVECE DI CAMBIARE CITTÀ

    L’associazione che ha organizzato il convengo a Melito Porto Salvo si chiama “Cambiare la città”; e capite che già questo non è un programma da poco. Una volta, e ancora adesso, ma sempre con maggiore difficoltà e minore volontà, i problemi al Sud, ognuno li risolveva (li risolve), cambiando città, non restando per cambiare la città.

    Appena arrivo, Saverio Orlando (complimenti per come scrive) ed Emanuela Laganà (lei e il marito, altro che Duracell), mi portano a vedere due cose (non c’è tempo per altro): dove approdò Garibaldi, venendo dalla Sicilia, per continuare la passeggiata britannicamente e massonicamente assistita sino a Salerno, dove prese il treno per Napoli (e il treno c’era).

    «La nave è ancora qui, affondata a poche decine di metri dalla riva. E Pietro, mio marito, ogni tanto, nelle sue immersioni, va a controllarne lo stato. Tanto è a profondità da 4 a 8 metri». Sulla costa, attraversata la strada, il museo di Garibaldi: costruito e abbandonato, mai entrato in funzione; erbacce, segni di degrado, sporcizia, cartacce che svolazzano con frasche varie e monnezza quanto basta. Per chi non lo sapesse, è nelle stesse condizioni il monumento eretto, a costi “patriottici”, nel luogo dello sbarco in Sicilia. Se non riconoscete subito il museo (ma c’è scritto pure), un indizio vi dà conferma in linea (in senso geografico, oltre che metaforico) con il museo e il luogo del relitto affondato: sulla battigia, fra mare e spiaggia, lo sbocco della fogna. E non ce l’ho messa io: era già lì, non fate battute cretine.

    LE STORIE VERE E FANTASTICHE DI PENTEDATTILO

    Da lì, a Pentedattilo, paese che sembra disegnato da un narratore di fiabe (come e persino più dei meravigliosi nostri centri storici tanto amati, poi tanto disprezzati, ora riscoperti nella loro unicità e bellezza, Matera per tutti). Pentedattilo è esempio ed emblema della sciagurata distruzione di una storia e una cultura, a seguito delle alluvioni e delle frane che da più di mezzo secolo fa indussero all’abbandono della collina e alla rifondazione dei paesi sulla costa, con quell’architettura scellerata detta “incompiuto calabro”, che rinnegava tutti i canoni che avevano portato ai gioielli che oggi si cerca di recuperare. Quel dislocarsi più in basso, con l’emigrazione di massa al Nord (i terroni inseguivano i soldi che lo Stato negava e rubava, per investirli solo oltre la linea gotica) portò a una perdita oggi quasi totale, eppur forse ancora evitabile: il grecanico, la lingua parlata in quell’area della Calabria e in Salento (dove è detta griko) e altro non è che il greco antico, che in Grecia non esiste più.

    Pentidattilo era (e tale ancora si presenta) come un paese nato già rovina. La stessa roccia incoerente appare tarlata, porosa, instabile. Una scultura naturale che grotticelle, piante grasse e rampicanti trasformano in presepe permanente. Si chiama così, perché le rocce disegnano una mano con le cinque dita. Ma da diversi anni, prima artisti stranieri, poi locali, poi non necessariamente artisti, abitanti tenaci e innamorati hanno iniziato a ripopolare il borgo, per cui, in strade di macerie, vedi case risanate, bottegucce di gusto, la chiesa restaurata, che fa da capolinea a monte della festa della Madonna, con faticoso e campanilistico rito di processione di scambio con il capolinea a valle del paese nuovo.

    UNA STRAGE PER AMORE

    E chiunque tu sia, ti accoglie Giorgio (siamo insieme nella foto sopra), che racconta storie di fantasmi, fatti veri e inspiegabili che non oserete mettere in dubbio, spero. Anche perché qui, all’alba del Settecento, ci fu una tragedia alla Giulietta e Romeo, ma molto più sanguinosa: Abenavoli, signore di Montebello Jonico, feudo dirimpettaio, e la sorella del signore di Pentedattilo, Alberti (l’attuale presidente del Senato ne è discendente) si innamorarono, ma per la ragazza perse la testa il figlio del vicerè. Non accettando di essere escluso, Abenavoli irruppe nel castello degli Alberti con i suoi uomini e sterminò tutti, portando via la pulzella. La strage suscitò tale orrore, che il re mosse le truppe contro il maniero di Montebello Jonico e lo espugnò. Alla decapitazione sfuggì proprio Abenavoli, che riparò a Malta, poi morì in guerra con gli austriaci. La ragazza vide annullato il matrimonio forzato e finì in convento.

    NOI VOGLIAMO RESTARE COME LE PIETRE ANTICHE

    Cose antiche? E cosa non lo è da queste parti?

    A Reggio, l’associazione si chiama MediterRhegion e la presiede Paolo Bilardi, un ragazzo di vent’anni: sono studenti liceali, universitari. E l’incontro l’hanno voluto nell’Odeion: i resti di un antico teatro greco coperto. «Noi siamo come queste vecchie pietre», dice Paolo toccando i gradoni su cui ci sediamo, «vogliamo restare». E c’è la musica, ma quella del “musicantore” Fulvio Cama, che usa le parole e le note di ieri, per sentimenti di sempre.

    Riassumo: le rovine dei paesi abbandonati perché visti come sconfitta e vergogna sono orgoglio di oggi, mentre la storia malraccontata che ci insegnò a essere vinti e a vivere come tali, non ribellandoci al meno e all’insulto, è dimenticata allo sbocco della fogna; invece di cambiare città, come i padri e i nonni educati a pensare che non ci fosse alternativa, si vuole cambiare la città, vedendo in questo l’alternativa; e le vecchie pietre riacquistano valore e diventano ancore per i giovani che non accettano il baratto: il meglio altrove, oppure qui, ma il peggio, decisi ad mostrare che il meglio non è incompatibile con il luogo.

    Di cose così, il Sud è pieno. Per questo so che loro vinceranno. E io voglio raccontarlo.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

    2 Commenti

    1. Come fu accolto Garibaldi dalla popolazione in generale, quando sbarcò in Calabria?
      E oggi come viene ricordato dai Calabresi?

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