Home Conosci il SUD ABBATTERE LE STATUE È ANTISTORICO? SOLO SE DEI VINCITORI…

    ABBATTERE LE STATUE È ANTISTORICO? SOLO SE DEI VINCITORI…

    836
    4

    QUELLE DEI VINTI, INVECE, VANNO TOLTE DI MEZZO INSIEME ALLA MEMORIA

    Ecco l’articolo che pubblicai quache mese fa su Storia in rete, e che torna d’attualità a proposito della rimozione del busto di Cialdini dal salone della Camera di Commercio di Napoli

    Chi ha distrutto le statue dei vinti si lamenta sempre, quando qualcuno vuol distruggere le sue, e chiede: «Ma si può cancellare la storia?», intendendo la propria, si capisce, perché quella degli altri, invece, non solo si può, ma si deve cancellarla. Infatti, loro lo fecero e continuano a farlo.

    Quindi, la vera questione non è abbattere le statue, ma quali, chi cancella memoria, trofei e segnacoli di chi: se si tratta di quelli dei vinti, allora è bene demolire altro che statue, ma regge, templi, mausolei, bruciare libri, far tacere voci non consenzienti; se si tratta delle pietre, delle versioni della storia, dei nomi con cui i vincitori impongono la loro presenza e dominanza, ecco sciorinati una serie di giudiziosi argomenti che non vengono mai in mente quando si schiaccia il perdente. Ma pure questo è comprensibile: i vincitori riescono più simpatici dei vinti, e le loro ragioni (pur se è funambolico, a volte, chiamarle così), molto ragionevoli; e se il “giudizio di dio”, l’ordalia, stabiliva che chi vince ha ragione, una ragione, addirittura divina, ci sarà…, no? (Tanto che, spesso, le prime statute dei vinti che vengono distrutte sono quelle dei loro dei).

    In più, dal vincitore, dandogli ragione, si può sempre rimediare qualcosa (anche una cattedra in Tutta colpa del Sud, per dire la prima cosa che mi viene in mente; una consulenza confindustriale, una collaborazione con “prestigioso quotidiano nazional-nordico”); dal vinto, hai solo rogne. Ma non è solo per questo che, spesso, sono proprio voci di vinti a esaltare le presunte ragioni del vincitore: scattano meccanismi psicologici e psicosociali ben studiati e noti, ma quasi mai presi in considerazione, che inducono l’oppresso ad accettare come proprio (“ognuno ha quel che si merita”) il ruolo che le circostanze gli riservano. Se sono catene, chi gliele mette diviene il suo riferimento. E il vinto le difenderà (specie se a lui danno le più leggere, a patto di stringere bene i ferri agli altri), perché se a chi hai tolto tutto togli pure quelle, non gli resta più niente.

    AGLI SCONFITTI, CON LE STATUE, LEVANO LA LORO STORIA

    Uno dei poeti della “negritude” delle colonie francesi raccontava di quando a scuola vide un suo collega (non bastavano statue e nomi delle piazze, delle strade, dedicate ai colonizzatori) sfogliare ammirato le illustrazioni di un libro di storia, in cui erano raffigurati i Galli, biondi, bianchi e possenti. «Cosa guardi?», gli chiese. «I miei antenati» (lo diceva il libro… Mica solo più da noi, neh?). «Cretino, ti sei visto allo specchio? Non ti sei accorto che sei nero?».

    Secondo voi, per restare in argomento, sarebbe stata iconoclastia retrograda e nostalgismo dei riti voodoo se il nero consapevole avesse strappato le pagine del libro del nero indottrinato (come i “meridionali” che erano poveri, arretrati e oppressi, prima che i civilizzatori sabaudi li derubassero dell’oro delle banche, chiudessero le loro scuole e le fabbriche e li massacrassero)?

    Per dirne una: nel Comune di Pisticci, in Basilicata, la nuova amministrazione comunale ha ripristinato via Enrico Cialdini, l’eroico sterminatore di terroni, che la precedente aveva cancellato (a Lamezia Terme, via Cialdini è diventata via Angelina Romano, “brigantessa” di scarsi 9 anni, patriotticamente giustiziata dai prodi bersaglieri, nel 1862, per liberarla dalla tirannia del Borbone; a Barletta hanno appena restituito a via Cialdini il nome che aveva prima: “via delle Carrozze”).

    Domanda: che senso ha abbattere le statue o abolire l’intitolazione di una strada al generale? Dipende: a chi lo state chiedendo? Quelli che trovano inevitabile e necessario il male degli altri, per costruire qualcosa che a loro piace, vi diranno che la storia procede per massacri e il generale, per “far l’Italia”, usò la necessaria “energia” (chiamavano così, nei loro rapporti, mais quelle finesse!, la soppressione di esseri umani e intere cittadine) e si rese responsabile di inauditi massacri, solo per portare il Regno delle Due Sicilie (quello che ne rimase, diciamo…) nella casa comune (e la prima cosa che misero in comune fu la cassa). Ce la spacciano così da un secolo e mezzo; e possiamo prenderla per buona, in onore di quei tanti idealisti che volevano il Paese davvero unito, non con una parte ridotta colonia dell’altra, e furono così delusi, che morirono bestemmiando bestemmiando o di crepacuore o suicidi, come Giustino Fortunato, Liborio Romano o il garibaldino che si piantò un chiodo nella tempia (i Savoia vedevano l’Italia “come un carciofo” da mangiare foglia a foglia e governare “con la baionetta o con la corruzione”; Cavour parlava solo di annessioni e nei documenti di Stato, ancora nel 1863, il ministro scrive a re e Parlamento di “provincie conquistate”, definite così pure dai giornali del Nord e dai parlamentari, nonostante le inutili proteste di Giuseppe Bruno, deputato eletto in Sicilia; e nel 1866 il capo del governo dice che loro non avevano fatto l’Italia, ma “allargato il Piemonte”).

    I GARIBALDINI SPARAVANO AL MONUMENTO DI FERDINANDO II

    Che fine hanno fatto le statue dei Borbone, dopo l’arrivo dei Savoia? A Napoli ce n’è una enorme di Ferdinando II, alta tre metri, a Pietrarsa, la fabbrica-gioiello che Torino fece fallire, girando tutti gli appalti di Stato a Genova e mandando i soldati a uccidere gli operai napoletani che protestavano (fatta l’Italia, si costruiva la Questione meridionale…). Il Borbone la volle in ghisa (perché il bronzo, più prezioso, appena succede qualcosa, viene fuso per farne cannoni), ma è tutta ammaccata, perché i garibaldini le sparavano contro, passandovi accanto in treno sulla Napoli-Portici (sì, proprio la linea ferroviaria di cui si dice tanto male nei libri di storia, perché fu la prima in Italia, ma aveva un difetto grave: era meridionale e “un giocattolo del re, per andare al mare”; quindi quei quindici milioni di passeggeri che se ne servirono in diciotto di anni erano tutti bagnini).

    Qual è la prima cosa che fanno i marines statunitensi, appena conquistano Bagdad, per importare la democrazia in Iraq? Abbattono la statua di Saddam Hussein. Quindi la democrazia è tirar giù le statue dei tiranni? E chi decide quali sono i tiranni (ricordate la lezione del presidente degli Stati Uniti sui dittatori “figli di puttana”, meno quello loro alleato, perché “è il nostro figlio di puttana”)? Molti anni dopo, fu divulgato un altro video di quella demolizione, fatto con una angolazione più ampia: gli iracheni in piazza non c’erano. Saddam era quel che era, non ci piove, ma gli iracheni avevano reddito, scuole, ospedali, servizi, fra i migliori dell’intera regione mediorentale. Poi ebbero rovine, massacri, emigrazione a milioni, città rase al suolo, stupri dei marines e la democrazia made in Usa. Con la Siria sta accadendo qualcosa di analogo.

    Oggi, negli Stati Uniti, vogliono buttar giù la statua di Cristoforo Colombo, perché la scoperta dell’America comportò lo sterminio dei nativi: peccato che Colombo non ci fosse sul Sand Creeck o lungo la ferrovia coast-to-coast Atlantico-Pacifico (costruenda specie a opera di cinesi schiavizzati), a eliminare tribù indiane e bisonti. La statua del generale Robert Lee, comandante dell’esercito degli Stati del Sud, nella guerra di secessione, è già stata fatta a pezzi (e Lee era davvero antischiavista e liberò i suoi schiavi: si batteva contro il Nord, perché autonomista; mentre il cantore degli uomini che “nascono uguali”, George Washington, promise la libertà ai suoi 200 schiavi, ma solo dopo la morte sua e di sua moglie, quando non sarebbero più serviti e a patto che campassero più dei loro padroni, liberali sì, ma liberatori alla memoria).

    E se oggi un terrone ancora un po’ incazzato, per le fucilazioni e carcerazioni in massa dei suoi bisnonni, deportazioni e stupri “unitari” all’ombra del tricolore, sparasse alla statua di Garibaldi, in piazza della stazione, a Napoli, come i garibaldini a quella di Ferdinando?

    Quando prendersela con le statue è bene (Saddam? Lee? Borbone?) e quando male (Colombo? Garibaldi?). Gli americani che devastano una preziosa area archeologia dell’antica Babilonia per piazzarci una base militare, in cosa sono diversi dai talebani che in Afganistan bombardano le ciclopiche statue scolpite nella parete rocciosa di un monte o dall’Isis che distrugge Palmira?

    CHI NEGA I SIMBOLI RECIDE RADICI

    Chi abbatte simboli vuole cancellare memoria. E memoria temuta. Il cristianesimo eresse le sue basiliche sulle rovine di templi pagani distrutti o ri-dedicati e riadattati alla nuova religione (persino dolmen e menhir del neolitico, intorno ai quali fiorivano ancora credenze popolari ancestrali, furono abbattuti, specie in Salento); la dottrina iconoclasta distrusse cristianamente immagini sacre; l’islam lo fece e lo fa con le chiese e alcune delle più belle basiliche cristiane in Spagna furono moschee.

    Quindi, dove voglio arrivare, allargando così tanto il discorso? La pietra e i nomi con cui si marcano memoria e territorio affermano una dominanza e ne segnano i confini. E vi restano, finché imposti con la forza o sono accettati per condivisione o per convenienza.

    Sintesi: si seminano statue e nomi al posto di altri da far dimenticare, per “ricostruire un passato” e dettare un diverso futuro; si abbattono statue e nomi imposti, per recuperare un passato e ricostruire un proprio futuro. E dal momento che nessun potere è per sempre…

    Quindi è una partita infinita? Non è detto, la soluzione è nel libero condividere: se abbiamo una storia comune e come tale la riconosciamo, la tua storia è anche la mia, quindi è nostra; e questo ci unisce, non ci divide.

    Altrimenti è prevaricazione, non importa di chi su chi. E l’Italia ne è un esempio di rara volgarità e prepotenza. Alcuni esempi, al volo: non c’è nulla nella “narrazione nazionale” accademica, politica, giornalistica e spesso pure letteraria, che non sia descritto negativo, deteriore, arretrato, immorale se non criminale, se riguarda la storia dei duosiciliani, ovvero “napolitani” e siciliani (“meridionali” lo diventammo quando la nostra identità fu ridotta all’indicazione del punto cardinale rispetto a quello del conquistatore. Una violenza inaudita, che meriterebbe un trattatello a parte, sul modo in cui le parole dell’oppressore diventano le catene dell’oppresso; lo spiegava Paulo Freire, filosofo della Pedagogia della Liberazione, non a caso brasiliano. Ciclo di studi che portò a una Teologia della Liberazione, da cui trae ispirazione papa Francesco). Come può essere “uno” un Paese educato a vedere una sua parte come il male presente che deriva da un male ancora maggiore del passato? Si volle unificare l’Italia facendone “un gran Piemonte” e pretendendo che somigliare ai sudditi sabaudi fosse un miglioramento: la famosa “piemontizzazione” che avrebbe fatto danni inenarrabili, come già allora sostenevano in tanti, da Massimo D’Azeglio al filosofo e parlamentare milanese Giuseppe Ferrari, ad Alessandro Bianco di Saint Joroz, nobile subalpino e membro dello stato maggiore dell’esercito, per non parlare dei delusi e irritatissimi unitaristi duosiciliani traditi dalla brutalità del metodo sabaudo. Sui giornali torinesi si scriveva ai soldati borbonici prigionieri in campo di concentramento che per diventare civili dovevano imitare quelli del re Savoia. E questa riduzione a uno (sabaudo) delle mille differenze e storie preunitarie italiane non era una violenza solo contro gli ex sudditi del Borbone (l’evoluzione del miserabile concetto sarà che un terrone migliora se diviene parodia di un milanese o comunque di un nordico. La satira romanesca, con una delle sue battute più fulminanti, ha voluto rimettere le cose a posto, ricordando che: “Quanno che voi stavate ancora drento le caverne, noi già eravamo froci”).

    … E TUTTO DIVENNE TARGATO SAVOIA

    La stupidità dell’operazione politico-culturale volta a rimuovere una memoria ultrasecolare (volendosi limitare al periodo borbonico), per dare ai vinti un nuovo passato, è documentabile con l’orgia toponomastica di vittoriemanueli, umberti, cavourmazzinigaribaldi e via imponendo: quando i sabaudi arrivano a Mongiana, in Calabria, dove erano i più grandi stabilimenti siderurgici d’Italia, gli altiforni san Francesco e san Ferdinando, dai nomi dei re napolitani che li avevano pagati, furono ribattezzati Cavour e Garibaldi (notare il senso della misura: non santi). E, una volta tanto, forse non fu un male, perché tutte le commesse vennero spostate al Nord, gli impianti chiusi e demoliti e, almeno, si seppe per colpa di chi.

    La gara della classe dirigente coloniale per mettersi al servizio del nuovo padrone, compiacerlo e trarne vantaggi, cominciò e dura e grida vendetta ancora oggi (hai pure ereditieri di ingenti risorse rastrellate dai loro bisavoli in modo incofessabile, pronti a impartire lezioni di meridionalismo). E furono i locali felicemente ravveduti che si misero a rinominare l’ex Regno delle Due Sicilie: le storiche Saline di Barletta, le più grandi d’Europa, diventano di Margherita di Savoia, nome che assume anche il borgo (cavolo c’entra lei?), alla quale sarà assegnata, con mito a posteriori, anche la pizza “nata” in suo onore; peccato esistesse già e si chiamasse “a la Margherita”, per via dei “petali” di mozzarella; Salvia di Lucania storpia il suo nome bellissimo in Savoia di Lucania, per lavare l’onta di aver dato i natali all’anarchico Passanante, che attentò alla vita di Umberto I (se questi sono i risarcimenti, Torino dovrebbe diventare Napoli di Piemonte; Castelvetro di Modena, paese natio di Cialdini, andrebbe ribattezzato Pontelandolfo dell’Emilia, eccetera); Carbonara dell’Irpinia, per essersi ribellata ai sabaudi e ai loro manutengoli locali, cancella la vergogna diventando Aquilonia. E così via. Si percorrono interi paesi o quartieri enormi di città, senza un nome, un cimelio, una statua che ti dicano dove sei, ma sempre e solo in una mappa-fotocopia, presidiata dai nomi di chi arrivò in armi senza dichiarare manco guerra e disse: sono il vostro bene.

    Qualcuno si meraviglia se la potenza dell’identità che in questo modo si intendeva sopprimere, prima o poi riemerga e chieda di riappropriarsi della sua storia spalmata con i suoi nomi sulla sua terra o fanno referendum venetisti, occupazioni sardiste di piccole isole (e Doddore Meloni muore di sciopero della fame) e le Regioni del Sud cominciano a istituire il Giorno della Memoria per le vittime innocenti dell’Unità? Un modo per dire: io esisto e sono così, nonostante tutto quello che è stato fatto, perché lo dimenticassi. “Chi cambia l’altro lo perde”, avverte Manlio Sgalambro in “La morte del sole”. Ed è quel che avviene, per la tracotanza di chi volle unire un popolo recidendone le radici e uniformarlo a se stesso.

    PERCHÉ LA SOLA MEMORIA CHE RESTI SIA DEL VINCITORE

    La nostra storia è nostra tutta, non solo quella che ci piace. E vale per tutti. Il fascismo mi fa schifo (però dialogo anche con i fascisti), e capisco che quando cade, ci sia chi vada a scalpellare la selva di busti del capoccione, ma se restano dei fasci littori, Dux e altri segnacoli del Ventennio sulla sede del Coni, a Roma, ce li lascio; mentre è una gran porcheria se erigono oggi ad Affile un mausoleo al maresciallo Rodolfo Graziani, sterminatore coloniale di esseri umani (a chi sta per opporre: “Gli abbiamo fatto le strade, in Libia, in Etiopia…”, ricordo che non ce le avevano chieste; e che se le strade si devono pagare in sacrifici umani di quella entità, viva le mulattiere).

    Se a ogni rivolgimento storico si dovessero cancellare i segni del passato, saremmo tutti senza memoria profonda, ma solo superficiale ed effimera. Siamo la conseguenza di tutto quel che è stato prima di noi, ci piaccia o no. Chi vuol rendere pari cose diverse, può solo ridurre il più al meno: la velocità di una carovana di cento cammelli è quella del più lento, come fecero i Savoia, piemontizzando l’Italia, ovvero, cancellando identità, invece che sommandole.

    Esempio opposto dalle Due Sicilie, la cui bandiera riporta gli emblemi di tutti i poteri che ressero il Regno, per più di sette secoli, amici o nemici, perché la guida di quello Stato, non importa per quanto tempo, li rendeva comunque meritevoli di essere ricordati quali parte della storia comune. Una storia, quindi, senza interruzioni. Non conosco un’altra bandiera così rispettosa del proprio passato, della costruzione della propria identità (e sia chiaro che non voglio che torni il regno delle Due Sicilie o i Borbone o chiunque altro sul trono; queste sono le stronzate che ti attribuiscono quelli che, se tornassero davvero, ci spiegherebbero, scoprendosi monarchici, perché sbagliavano quelli che non li volevano).

    Però, qualcuno mi sa dire come mai, mentre il gonfalone di San Marco diventa obbligatorio su tutti gli edifici pubblici del Veneto e altre bandiere degli Stati preunitari estinti sventolano, nella Penisola, sino alla Triscele siciliana, quella del Regno delle Due Sicilie veniva illegalmente sequestrata negli stadi, insieme a sciarpe, felpe, magliette che la riproducono?

    È vero, la Regione Campania non l’ha scelta come sua; ma non è un timbro a dirmi chi sono.

    Per concludere: se qualcuno abbatte statue e rinomina strade, prima di giudicare quello che fa, chiediamoci perché lo fa. Potrebbe avere le sue ragioni. Dopo di che, ripuliamo le nostre città dell’orgia sabauda che le snatura e recuperiamo le nostre tracce cancellate, ma lasciandone anche di quelle altre, sbagliate solo perché esagerate. Non ha senso toglierrle del tutto: fanno parte di quello che siamo, che siamo diventati, nel bene e nel male, volenti o nolenti.

    E se vi do appuntamento in piazza Garibaldi, non vi sto chiedendo di venire con martelli e picconi.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

    4 Commenti

    1. Lasciare alla storia documenti documentati, non inventati, non fasulli, non politicamente favorevoli ad una fazione o a un’altra, questo è il problema
      Gente che è stata la distruzione di tradizioni millenarie è stata elevata sui basamenti, ed ha invaso di intestazioni le strade di piazza e di vicoli
      E’una menzogna, una VERGOGNA che viene inoculata nelle menti degli studenti ignari attraverso libri e riviste

      • accade ovunque, pensi a quello che succede a chi fa ricerche storiche indipendenti e oneste sul genocidio degli armeni, sulle stragi di greci d’Asia minore. Vengono incarcerati, uccisi giornalisti, intellettuali, scrittori. E così altrove, dove peggio, dove meno peggio. Tutto sommato, a noi va ancora bene.

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci un commento!
    Inserisci il tuo nome qui