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    SE LA MEMORIA FA PAURA: LA CARTA INTESTATA DI CASTELLINO DEL BIFERNO, MOLISE

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    LA PREFETTURA CHIEDE DI “CORREGGERE” LA VERITÀ SULL’EX REGNO DI NAPOLI

    Ma quanta paura della memoria ha questo Stato che dimentica i territori dei vinti e se ne ricorda solo per imporre la propria forza, quando osano ricordare! C’è una guerra di scartoffie in atto fra lo Stato italiano, rappresentato dalla Prefettura di Campobasso e il sindaco, Enrico Fratangelo, di un piccolo Comune della Provincia, Castellino del Biferno, appena 500 abitanti (noi del Movimento 24 Agosto per l’Equità Territoriale tenemmo lì un incontro del direttivo nazionale: bel posto, accogliente, cibo e vino buoni, eravamo una cinquantina: «Grazie per aver incrementato del 10 per cento la popolazione di Castellino», ci salutò Fratangelo).

    E qual è il problema che muove cotanto potere contro cotantino pericolo? Fratangelo ha aggiunto nella carta intestata del Comune, che riporta ovviamente lo stemma della Repubblica italiana e la medaglia di bronzo al valore civile (1943-44), lo stemma dell’ex Regno delle Due Sicilie e la dicitura: “Comune del Florido e Pacifico ex Regno di Napoli – Contado di Molise – Terra di Lavoro e Patrioti chiamati Briganti, dal 1861 terra di disoccupazione ed emigrazione”.

    MOLISE, PAESAGGIO DOLCE, GENTE OSPITALE, SENTIMENTI VERI, ANTICHI, MA…

    Apriti cielo! Enrico Fratangelo è innamorato del suo paese, vive per salvarlo dallo svuotamento che sta desertificando il Molise, una regione che ha solo 300mila abitanti, talmente dimenticata dallo Stato, che è più nota per la battuta che la accompagna (“Esiste il Molise?”) che per se stessa. Eppure è bellissima, dolce, fertile, ospitale: come la sua gente, induce a sentimenti profondi, antichi.

    LA MONETA LOCALE DEL SINDACO ENRICO FRATANGELO

    Fratangelo, per assicurare anche un minimo di “economia circolare” al suo paese, ha creato una moneta locale che non è il semplice “bonus” per soccorrere i meno abbienti, ma quasi una vera e propria valuta.

    E cosa c’è di male nel richiamo all’ex Regno di cui il Molise era parte? Che adesso non c’è più e l’Italia è una repubblica. Appunto, e questo non viene negato, la citazione del caduto Regno è in più, dopo e sotto l’intestazione ufficiale. Ed è chiaramente detto: “ex”. Ma quella contrapposizione fra Comune del florido e pacifico ex Regno alla condizione disastrata di oggi? Vera pure quella: da Castellino del Biferno, e da tutto il Mezzogiorno, nessuno, nei secoli dei secoli, era mai emigrato prima dell’Unità d’Italia. Si vuole che anche questa verità venga taciuta, per la serie “si sa ma non si deve dire”? E i patrioti chiamati briganti? Ci hanno provato a farli passare tutti per tali, ma oggi, nemmeno i più ottusi difensori della vulgata ufficiale negano la reazione armata di lealisti, cittadini e contadini impoveriti dalle spoliazioni sabaude, ed ex soldati borbonici sbandati che si dettero alla macchia e combatterono anni per difendere la propria terra (fatta confluire nello stato nazionale italiano, come avveniva in tutto il mondo, per le necessità della rivoluzione industriale).

    È VERO (PRIMA DELL’UNITÀ NON SI EMIGRAVA) MA NON SI DEVE DIRE

    Quindi, non c’è nulla di falso, ma non si deve dire. E se tanto mi dà tanto, sorge il sospetto che lo Stato, attraverso la Prefettura, possa penalizzare il paese per piegarne il sindaco. Questa durezza, forse svela una debolezza: lo Stato ha paura della memoria dei vinti. Li schiaccia, nega loro diritti pur sanciti dalla Costituzione, sottrae risorse a essi destinate per investirle dove c’è già il di più (con il tanto tolto ad altri, al Sud), li condanna a strade scassate, servizi scarsi per quantità e qualità, fa devastare il territorio da foreste eoliche, lascia che l’abbandono da parte delle istituzioni svuoti le case, riduca la popolazione ai vecchi, mentre i giovani devono andar via, induce chi resta, magari, a chiedersi perché questo declino e a scoprire che “prima”, non era così e a cercare fonte di fierezza nel passato, nelle radici. E allora, quando lo Stato vede riemergere i vinti, attraverso la memoria, dalla condizione subordinata e silente cui sono costretti, interviene e mostra di esistere. Come al solito, a Sud: lo Stato è la forza, la sottrazione e i carabinieri, non le strade, i treni, i Centri di ricerca e il rispetto del territorio.

    LE BANDIERE DEGLI ALTRI, DAL VENETO ALLA SICILIA ALLA SARDEGNA E QUELLA NAPOLETANA

    Si tutela “l’unità nazionale”. Come no: ce li ricordiamo i poliziotti che allontanavano i cittadini con il tricolore, glielo toglievano, perché non “provocassero” le manifestazioni della Lega che la bandiera italiana la bruciava in piazza, dopo averla usata (detto da loro) per pulirsi il culo. Non abbiamo dimenticato le scuole del Nord “ornate” con il sole delle Alpi leghista, sin nelle aule; in Veneto, il gonfalone della (“ex” pure quella) Repubblica di Venezia è intoccabile e distribuito agli abitanti dalla Regione; in Sicilia la Triscele, vessillo con il simbolo di Trinacria, richiama le lotte isolane per l’indipendenza, ma rappresenta la Regione, il cuore e la storia dei siciliani, come la bandiera dei Quattro Mori in Sardegna.

    Perché fa paura il richiamo all’ex Regno di Napoli? Non conosco il prefetto di Campobasso; sono certo agisca nella convinzione di far quel che è giusto. Leggo che è una donna, Maria Guia Federico ed è di Palermo (dottoressa, si immagina se qualcuno attentasse alla Triscele?). Ho conosciuto il sindaco di Castellino del Biferno e mi commuove a sua dedizione al paese (avercene sindaci così!).

    MA SE IL PREFETTO ANDASSE A CASTELLINO…

    Posso permettermi una cosa che potrà apparire impertinente, ma davvero tale non è? Credo che ai prefetti ci si debba rivolgere con il titolo di Eccellenza, e lo premetto perché non vorrei sembrasse ironico, me ne guardo bene: Eccellenza, potrei suggerirle di non incontrare Fratangelo nel palazzo del governo di Campobasso, ma a Castellino del Biferno? Dista così poco dal capoluogo e c’è gente deliziosa, in tutto 500, più che “popolazione”, una famiglia allargata. Lo Stato italiano ha da imparare dai valori che vi si custodiscono e si esprimono, più o meno come ovunque in Molise, ma un po’ più nei paesini dell’interno.

    Vedrà che cambia idea: se la memoria appare sovversiva, la soluzione (mio modestissimo parere, ma potrei sbagliare, veda lei) non è tentare di soffocarla, ma chiedersi perché.

    2 Commenti

    1. C’è un bel romanzo di Francesco Iovine, Signora Ava del lontano 1942, ambientato proprio nel Molise nel trapasso dalle Due Sicilie all’Italia sabauda.
      Iovine era di sinistra, nel dopoguerra divenne comunista e non aveva simpatie borboniche, però racconta il trauma subito dalla società della sua terra con l’invasione piemontese e le sofferenze da essa provocata.
      Quando narra dello sbarco di Garibaldi in Sicilia (guarda caso proprio oggi ne ricorrono i 160 anni), parla di un gruppo di stranieri sbarcato in una lontana parte del Regno che si era ribellata al re.
      Questo sempre dall’ottica della popolazione del paese di Guardialfiera, patria dello scrittore.

      • tutto quello che richiama verità su quelle vicende ha avuto quasi sempre poca fortuna, per interventi pesanti: I vicerè fu condannato all’oblio da Benedetto Croce, Il gattopardo pubblicato postumo…

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