Home Conosci il SUD PERCHÈ NON POSSIAMO NON DIRCI BORBONICI, E MURATTIANI, E SVEVI, E…

    PERCHÈ NON POSSIAMO NON DIRCI BORBONICI, E MURATTIANI, E SVEVI, E…

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    Il Sud e il Paese divisi dalla deformazione della storia

    I neoborbonici sono monarchici? No, ma qualcuno sì, e anche qualcuno che non è neoborbonico è monarchico. Vogliono il ritorno della dinastia a Napoli? Carlo, l’erede dei re delle Due Sicilie detronizzati manu militari dai Savoia, ogni tanto ci viene, con la moglie Camilla. Da turista o per manifestazioni storiche, culturali, benefiche organizzate dai neoborbonici, che sono repubblicani, però, come lui (meno qualcuno). E perché fanno parate con le divise dell’esercito duosiciliano? E perché chiunque altro può farlo, ed è folclore, e se lo fanno al Sud è deteriore, antistorico? Vogliono la secessione i neoborbonici? Qualcuno sì, ma anche qualcuno che non è neoborbonico la vuole o comincia a volerla, stufo di essere trattato da italiano di serie B, perché del Sud (quando diceva di volerla la Lega, i giornali di lorsignori interrogavano i costituzionalisti con la boccuccia a culo di gallina). “Neoborbonico”, come tutto quello che è “meridionale”, è stato fatto diventare negativo nel “sapere comune”, per imposizione culturale: un pregiudizio. Da cui, lo stesso meridionale, non importa se condividendolo o no (spesso sì, in troppi), si vede costretto a prendere le distanze, per far accettare i suoi argomenti “meridionalisti, non neoborbonici”. Devo anche io, a volte, chiarire: non sono neoborbonico, ma se pure fossi iscritto all’Associazione, l’argomento dovete discutere, non l’Associazione.

    È dimostrato che le catene più potenti con cui si tengono popoli interi in condizioni di minorità sono le parole: bisogna smontare quelle per essere liberi, alla pari. Con gli italiani del Sud hanno usato il termine “meridionale” come qualcosa di deteriore, nelle varie declinazioni (“nordici e sudici”, “Italia superiore e Italia inferiore”, “Alta Italia, bassa Italia”) e soprattutto, “briganti”, che la più corretta rilettura della storia ha trasformato in termine d’onore; è stato usato “terroni”, ma ora tanti si dicono “orgogliosamente terroni”; la ghettizzazione del Sud è adesso nella identificazione di una minoranza da spregiare: “neoborbonici”, cui attribuire solo cose negative, e nell’includere in quella minoranza chiunque non accetti la imposta minorità (di stima, diritti, infrastrutture, servizi..). Così, paradossalmente, per sfuggire alla condizione di cittadino di serie B, bisogna negare se stessi, visto che i neoborbonici si sono dati il compito di ricostruire la storia negata, ovvero la biografia di un popolo: noi. E dopo “brigante” e “terrone”, la catena da spezzare adesso è “neoborbonico”, il che porterà prima a un eccesso di “borbonico” tutto positivo, poi al più ragionevole riconoscimento di quanto quella dinastia fece di buono e di meno buono (questo equilibrio, in 160 anni, non è nemmeno accennato per quanto riguarda la fiaba risorgimentale e i suoi protagonisti: dopo la Madonna, per dire, Garibaldi è ancora l’unico mortale nato senza peccato originale).

    Il terrone evoluto si vergogna della sua storia e fa propria quella decisa per lui dal colonizzatore, descritto come il meglio che ha sostituito il peggio, per darci il massimo bene: l’Italia unita. Che sarebbe una gran cosa se davvero lo fosse, nel senso dello stesso rispetto e della fiera o dolorosa condivisione della storia di tutti sentita come propria, dal Veneto alla Sicilia, dei servizi e dei diritti uguali per tutti, dalla Lombardia alla Calabria e non “Prima il Nord”, “terroni di merda”, 386 euro all’anno di assistenza pubblica a un disabile calabrese e 15.1241 a uno trentino, treni e alta velocità solo a Nord e niente a Sud, monopolio di traffico portuale a Genova e Trieste, escludendo tutti gli scali meridionali, eccetera. Non si fece l’Italia, si creò una colonia (si leggano Gramsci, Salvemini, Dorso, Zitara…) a cui far credere di aver avuto un bene (…sì, abbiamo sterminato intere popolazioni in Libia e nel Corno d’Africa, «ma gli abbiamo fatto le strade», non richieste e a quel prezzo. Nel Mezzogiorno, manco quelle, ancora oggi).

    Cito spesso lo scambio di battute che ebbi a un convegno con un magistrato che volle premettere al mio intervento: «La avviso: sono murattiano», intendendo richiamare il periodo di dominazione francese e napoleonica (il Bonaparte ci voleva così bene da mandarci come re i suoi cari: il fratello, il cognato…) che sostituì i Borbone. «La avviso: anch’io sono murattiano», risposi, «e borbonico, e angioino, e normanno, e aragonese, e svevo, e greco, e spagnolo, e slavo, e arabo, e albanese, ed ebreo, e africano, e romano, e cartaginese, e… Siamo figli di molti padri, nella terra più multietnica del mondo, e di ognuno portiamo il sangue. Come si fa a isolare la goccia murattiana e rinnegare il resto?».

    Il termine borbonico, da indicazione dinastica, storica, è divenuto politico, reso squalificante, sinonimo di deteriore, corrotto, inefficiente, di qualunque cosa si parli. Pregiudizio frutto dell’offensiva culturale per far accettare la condizione di colonia interna al Sud, nella unificazione squilibrata d’Italia. Ancor oggi, nelle nostre università, si tace agli studenti e nei libri di storia che le lettere di lord Gladstone contro il Regno delle Due Sicilie, descritto come la vergogna d’Europa, avevano scopo diffamatorio e l’autore stesso, a occupazione avvenuta, confessò di non essere mai stato nei luoghi, nelle carceri, nei tribunali che aveva narrato a tinte così fosche. Altra fonte, sempre massonica, di diffamazione è quella dei giacobini napoletani che consegnarono il proprio Paese all’esercito napoleonico, affiancandolo nella guerra contro la propria gente. C’erano fra loro alcuni dei cervelli migliori d’Europa, ma ripiegati sui propri ideali e interessi, staccati dal popolo (senza il quale e peggio ancora contro il quale, nessuna rivoluzione è possibile, scrisse tardivamente uno di loro, Vincenzo Cuoco). Un centinaio di quegli intellettuali filofrancesi (che in pochi mesi giustiziarono circa 1.500 loro connazionali e ne fecero sterminare oltre 60mila dai napoleonidi), furono messi a morte per imposizione dell’ammiraglio Nelson, quando i Borbone tornarono protetti dagli inglesi e da allora, per volere massonico, celebrati come martiri dalla cultura nazionale e nei libri di storia, mentre le loro vittime e le truppe popolari che scacciarono gli occupanti francesi sono ancora oggi diffamate, perché “borboniche” e non celebrate quali patriottiche, come accade negli altri Paesi europei che lottarono contro l’invasione francese: le nuove idee si diffondono quasi sempre con il sangue; processare la storia non ha senso, ma distorcerne i fatti, cambiando il senso delle parole, ne rende le fratture insanabili fra vedove e vedovi, ancor oggi potentissimi, attraverso logge massoniche, della “Repubblica partenopea” sostenuta dall’esercito di occupazione francese; indipendentisti siciliani che rimpiangono “la conquista” della Costituzione, che i Borbone furono costretti a concedere dagli inglesi (infatti, appena potettero, la revocarono), orfani dei Borbone nella parte continentale del Regno (specie a paragone di cosa fecero poi i re di Sardegna), sudditi a tempo scaduto dei Savoia, “perché fecero l’Italia”.

    Questa deformazione della storia diventa “la storia”. Chi la pone in dubbio viene denigrato, irriso come la dinastia che doveva essere abbattuta per annettere l’Italia alla corona dei Savoia e “allargare il Piemonte”, (lo si ammise in Parlamento nel 1866, riporta, in un suo volume, lo storico Pasquale Amato, ma i suoi colleghi si guardano bene dal citarlo). Se ti discosti dalla fiaba risorgimentale sei “neoborbonico” («E tu lo sei», mi disse, commentando “Terroni”, un collega “allineato” e massone. «Non lo sono, ma ho molti amici fra loro», replicai. «Sei neoborbonico, te lo dico io», insistette lui. «E tu sei turco, ma parli bene l’italiano», gli dissi. «Io sono napoletano!». «Sei turco, te lo dico io»)

    L’opera di repressione della verità (che è sempre più complessa di “tutto il male era lì, tutto il bene è qui”) è stata efficientissima per oltre un secolo, nonostante le picconate di alcuni censurati giganti della nostra cultura. Gli ultimi decenni, però, per la potenza di divulgazione di mezzi alla portata di tutti, sono stati di svolta e oggi è sempre meno credibile e accettata la fiaba massonico accademica, nonostante l’utilizzo a senso unico della più grande azienda culturale di regime, la Rai. Difficile dire quando questa opera di ribaltamento abbia avuto inizio: importantissimi i libri di Carlo Alianello (specie “La conquista del Sud” o “L’eredità della priora”, diventata sceneggiato televisivo con la colonna sonora “Brigante se more”), l’azione appassionata di Angelo Manna a Canale 21, a Napoli, e in Parlamento per la divulgazione dei documenti segretati del Risorgimento… di sicuro, quel sentimento diventa organizzazione una trentina di anni fa, con l’Associazione neoborbonica, tenuta a battesimo da Riccardo Pazzaglia (il prof del “brodo primordiale”) e presieduta, ancor oggi, dal professor Gennaro De Crescenzo.

    La prima reazione fu ignorarne l’esistenza, poi se ne minimizzò la portata riducendola a folclore; infine, dinanzi alla crescita inarrestabile del fenomeno, si passò a denigrazione e insulti, usando terroni in cattiva o buona fede (in entrambi i casi, si guadagna qualcosa). E si costruì lo schema culturale squalificante assimilando facilmente “borbonico” e “neoborbonico”. Con il dilagare dei temi meridionalisti, un crescente filone editoriale (non solo “Terroni”, ma tanti libri e ricerche, pure accademiche, finalmente), ogni autore non allineato alla versione ufficiale veniva e viene definito, a opera soprattutto di alcuni giornalisti meridionali del Corriere della sera, “neoborbonico”, quindi non credibile, ìdi scarto; un po’ come l’abuso di “fascista” contro quelli di destra (pur se democristiani) e “comunisti” se di sinistra (magari socialdemocratici). Insomma: “neoborbonico” è un muro mentale, ovvero pregiudizio, oltre il quale tutto è brutto.

    L’operazione è stata potentemente sostenuta e ha avuto facile successo, innestandosi sulla già radicata diffamazione storica di “borbonico”. Così, il neo-meridionalismo che ha osato riproporre i temi della discriminazione del Mezzogiorno è detto “neoborbonico”, per assimilarlo al rango di cascame culturale, quasi offensivo a paragone del valore e degli argomenti dei “veri meridionalisti” (si diventa “veri” post mortem). Il professor Vittorio Daniele, che certo non può essere sospettato di neoborbonismo, in una intervista dice che se Gramsci, Salvemini, Nitti, Fortunato, Dorso e altri scrivessero oggi quello che pubblicarono un secolo fa, li chiamerebbero “neoborbonici”.

    Il pregiudizio inquina la comunicazione e la spegne prima ancora di avviarla. Neoborbonico? Allora non vale la pena ascoltare, leggere. Così, squalificando gli argomentatori, si evitano argomenti cui non conviene o non si saprebbe replicare.

    Il guaio è che persino chi ne è cosciente si vede costretto a premettere: sono meridionalista, non neoborbonico (l’una cosa non include l’altra; il contrario è più probabile, perché molti diventano meridionalisti scoprendo le menzogne della storia ufficiale sul periodo borbonico). Il che suona offensivo per chi si sente così confinato in un ghetto culturale, persino da chi avverte più vicino. Proviamo a vederla dal loro punto di vista: da quasi trent’anni seminano conoscenza negata e consapevolezza. Qualcuno ha da ridire sui modi, a volte ritenuti eccessivi o folcloristici; a me non sembra, anzi mi piacciono quelle cose che a lorsignori fan storcere il nasino (resistente a ben altro): ogni idea, ogni sapere condiviso diviene una sorta di complicità che unisce chi già ne è al corrente e rende estraneo (ma da includere) chi ha non è ancora parte. Questo genera un senso di comunità che ha bisogno di rappresentazione: si è figli di un’altra storia, più vera, “ci si riconosce”; il racconto, si veste di sentimenti, di una bandiera, un canto (nessun popolo marcia in silenzio).

    Quando fai questo per trent’anni, ritieni di maturare un diritto, passando dall’indifferenza all’insulto, all’esser temuti: si pensi alla pagliacciata del “pericolo neoborbonico” inteso pure quale neo-meridionalismo, “che mette a rischio l’Unità d’Italia” (minchia!), diffusa sui giornali del potere padano da “scrittori prezzolati”, direbbe Gramsci, specie terroni delle truppe cammellate coloniali; gli stessi che non hanno mai detto “bah” o “ma” sui “milioni di fucili“ leghisti per la secessione armata, sugli insulti al Sud e ai meridionali (“topi da derattizzare”, “porci”, “colerosi”, “cancro”…) o sul furto di 870 miliardi al Sud in 17 anni; e che, quando Feltri dice che i terroni sono “inferiori”, spiegano che non è razzista, perché ha assunto qualcuno di loro, terrone! Come dire che non è vero che gli italiani erano colonialisti in Africa, perché avevano dato una divisa e delle armi agli ascari eritrei, etiopi, somali, berberi: per sparare contro la propria gente, per conto del padrone.

    La revisione storica dei neoborbonici è fra le fonti principali del crescente neo meridionalismo. Nel mio caso, sono partito dall’intolleranza per le discriminazioni innegabili (treni, strade, insulti…) per approdare agli studi dei meridionalisti classici e spiegarmi tutto con la riscoperta delle ragioni storiche. Per essere sintetici sino alla ferocia, con il rischio di eccessiva approssimazione, mentre i neoborbonici sono partiti dalla storia per arrivare all’economia, alcuni (io, ma non solo io) sono partiti dall’economia per arrivare alla storia; in questo c’è chi privilegia la storia e ha in sospetto un eccessivo spostamento sull’economia (l’identità vale più di soldi e treni) e chi privilegia l’economia avendo in sospetto la storia (pensiamo ai treni, altro che i Borbone! La presa di distanza a volte è addirittura pregiudiziale). Liberi tutti di pensarla come meglio credono. A me pare che quale che sia il percorso, la storia spiega l’economia e l’economia si spiega con la storia. Ma su queste distinzioni si accendono polemiche terribili che non restano senza conseguenze.

    Finché la riscoperta della storia negata e della Questione meridionale, che sembrava archeologia, è rimasta confinata in comunità di pochi, i gruppi erano molto coesi: troppo piccoli per potersi dividere. Credo valga per le aggregazioni umane il principio geologico per cui le fratture della crosta terrestre non possono avvenire a distanza inferiore alla sua profondità (come la tavoletta di cioccolato: non puoi farne pezzetti più sottili del suo spessore); la stessa ragione per cui i rilievi montuosi determinati dallo scontro fra placche continentali si hanno a distanza di circa una trentina di chilometri (lo spessore medio della crosta) dal punto di frattura, lungo la quale hai i vulcani. Come dire che neomeridionalisti e neoborbonici ce n’erano troppo pochi perché potessero dividersi. La crescita tumultuosa, ha comportato la possibilità di rotture, con la proliferazione di gruppi e gruppetti (in fondo, un segno di salute), pur se alcuni solo opportunisti (l’argomento tira, cavalcarlo conviene), generando, nella gara a chi è più meridionalista e a chi è davvero neoborbonico, una confusione che, complice a volte la grossolana o mancata conoscenza delle differenze, facilita fare di tutta l’erba un fascio: neoborbonici tutti a forza, con il fastidio di chi neoborbonico è, e di chi non lo è e non vuole sentirselo dire. Quello che non è accaduto in trent’anni è successo in tre, si è molto ampliato il campo, lo ha reso più complesso, ricco di sfaccettature, alcune delle quali prima solo accennate. E tanto più difficile da gestire, con rischi di polemiche insanabili, conflitti personali, amicizie che si rompono, ambizioni inconciliabili.

    Neomeridionalismo e neoborbonismo (in buona parte perfettamente sovrapponibili, ripeto) sono diventati “convenienti”: libri, partecipazioni televisive, spazio sui giornali (non sempre contro) e buon seguito popolare, il che ha reso il fenomeno interessante pure per chi cerca solo un’occasione. Ma questo avviene sempre, quando un nuovo attore, nel confronto sociale, appare in crescita e vincente, o di dimensioni apprezzabili: si cerca di inglobarlo, per mutare a proprio favore equilibri esistenti; destra e sinistra ci hanno provato, raccattando al più cespuglietti di suggestivo nome e scarsissimo peso. La speranza di vedere i temi meridionalisti divenire prioritari a livello di governo (alimentata da alcuni esponenti politici più coinvolti, specie cinquestelle), è stata delusa nonostante alcune iniziative di successo, quale quella contro l’Autonomia differenziata; alla fine, ci si è dovuti però arrendere: la sensibilità restava personale, senza allargarsi al partito.

    Questo ha indotto molti dei più restii, me incluso, a dar vita a un movimento politico autonomo. Meridionalista? Sì, ma non solo. Figlio del revisionismo storico? Sì, ma non solo. Dedito alla individuazione, denuncia e correzione delle storture che discriminano territori, popolazioni, fasce d’età, classi sociali, generi? Sì, ma non solo. Il concetto di equità contiene tutto questo, ma non è solo qualcosa di tutto questo. In qualsiasi luogo e modo ci sia qualcuno discriminato, il valore dell’equità è infranto e la crepa o viene subito sanata o si allargherà: esserne lontani, non vuol dire non esserne raggiunti, prima o poi.

    Con il sacrosanto revisionismo storico che ha riscoperto radici e ragioni di fierezza, distrutto pregiudizi negativi, coloniali (una sorta di autoanalisi collettiva) e con lo studio delle storture economiche (specie a opera del professor Gianfranco Viesti e della Svimez) che hanno creato e aggravano la Questione meridionale, si è giunti a una elaborazione politica che sembra lontana dal moto iniziale; in realtà lo ha ampliato e lo contiene. Ma tutto avviene così velocemente che non si fa in tempo ad armonizzare il di più e l’altro che sembra irrompere senza comprendere ed essere compreso. È normale, ma è il pericolo maggiore, perché a metà del guado, ci vuole poco a mettere un piede in fallo. Accadono cose che irritano, si attribuiscono intenzioni ostili a fatti che sono conseguenza di valutazioni superficiali; i pregiudizi a danno dei terroni sono condivisi dagli stessi terroni (è la prima forma di liberazione da compiere, ma la più difficile di cui rendersi conto, perché ognuno pensa di essere fra quelli che non ne hanno bisogno, gli altri, invece…); si reagisce sopra le righe e questo viene visto come aggressione, innescando il gioco del “+1”. Insomma, è proprio nel momento in cui si cresce che si corrono i rischi peggiori di far male.

    Ogni volta, bisognerebbe ricordarsi che ci si muove con idee magari diverse, verso un obiettivo comune e che ci potremo arrivare solo se faremo prevalere l’obiettivo sulle idee diverse. «Ma quelli sono neoborbonici!». Vogliono il treno per Matera, il Ponte sullo Stretto, l’alta velocità ferroviaria al Sud, la fine dell’emigrazione sanitaria? Sì? Beh, e buttiamo la loro forza per arrivare all’obiettivo, perché dicono che vogliono il re e manco è vero? «Ma quelli sono giacobini!». Vogliono il treno per Matera, il Ponte sullo Stretto, l’alta velocità ferroviaria al Sud, la fine dell’emigrazione sanitaria? Sì? Beh, e buttiamo la loro forza per arrivare all’obiettivo, perché sono murattiani? Conquistiamo il treno, il posto di lavoro senza emigrazione per i figli e poi litighiamo sulla storia, sulla destra che non vuole via Gramsci e sulla sinistra che non vuole via Giovanni Gentile.

    Chi salva se stesso al prezzo della possibilità di equità per la sua gente è un egoista. Questo vuol dire che qualunque cosa accada, bisogna trovare il modo di unirsi per il risultato, il bene comune. Anche con chi ti sta sulle palle? Proprio con quelli; con gli altri non hai problemi, che sforzo fai? La vorrai mica facile la cosa. C’è un mondo da raddrizzare e se quello che sta alzando il palo per tenerlo in piedi insieme a te ti sta antipatico, che fai: molli il palo? E se lo molla prima lui? Ditegli “li mortacci tua”, ma spingete. Non c’è un altro modo.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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