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    MERIDIONALISMO: INEVITABILI RISCHI DELLA CRESCITA

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    SE UN GHETTO DIVIENE BACINO DI VOTI E MERCATO INTERESSANTE

    «Sapremo che stiamo vincendo, quando vedremo gli opportunisti impossessarsi dei temi e delle parole che abbiamo proposto e per cui lorsignori ci hanno isolati e offesi con i loro pregiudizi al servizio dei loro interessi». Risposi così (e lo scrissi), a chi mi chiese: «Quando e come capiremo che le cose stanno per cambiare?».

    Da pochi mesi “Terroni” aveva lacerato, a sorpresa (pure mia), il velo sulla colonizzazione del Sud (la potenza dei mezzi di comunicazione non più controllabili da pochi rese di massa quel sapere); non nuovo, se non nella forma, era il racconto antologico: storia, economia, politica (basti pensare a De Sivo a Maddaloni, Nitti, Gramsci, Dorso, Salvemini, Alianello, Topa, Di Fiore, De Crescenzo, Ciano, Del Boca, eccetera), mentre inedito, e per questo scioccante, era quello delle ragioni e dei meccanismi psico-sociali che, in tempi brevissimi, inducono popoli interi ad accettare uno stato di minorità che può durare per sempre, divenire il loro modo di essere (l’esempio migliore è quello dei nativi americani sottomessi dagli europei).

    “Terroni”, probabilmente, fu l’occasione perché succedesse qualcosa che aspettava di accadere; una lunga e trascurata radice, in quel momento favorevole, dette improvvisa e non più controllabile fioritura. Il meridionalismo, storicamente disciplina di giganti le cui voci erano perse o soffocate nel sistema di potere dei partiti, si ripropose, così, in forma sorprendente e di massa. Il che indusse i coristi di regime a cercare di screditarlo, etichettandolo come “neo-meridionalismo”; e se “neo”, brutto (i meridionalisti piacciono morti, e il gioco è di contrapporli ai vivi, approfittando del… silenzio di tomba, per far loro dire quello che mai dissero sul perché il Sud sia “rimasto”, e non lasciato, indietro)

    La sensazione che dilagò, in quei primi mesi in cui ci si inebriava della forza con cui divenivano patrimonio comune sentimenti e saperi a lungo repressi (e addirittura inconsci, nella maggior parte dei casi), fu che tutto fosse possibile subito; si perse (fatto normalissimo) il senso delle proporzioni e dei tempi. Ogni nuova tappa veniva vista come conquista definitiva: la prima trasmissione radio nazionale cui partecipai divenne: «Ormai siamo sulla radio nazionale»; e così in televisione, con attese e reazioni che gli altri non riuscivano a capire e su cui, per spiegarle, costruivano spiegazioni fantasiose. Quando intervenni al talk-show di Gad Lerner, giunsero sulle sue pagine online migliaia di messaggi, alcuni di particolare veemenza, perché si riteneva mi fosse stato concesso meno tempo che ad altri (non era così, ma così parve a chi si attendeva molto di più, dopo tanto silenzio). Lerner lo disse in diretta (non era mai successo, nella storia della sua trasmissione, qualcosa del genere) e mi parve di capire pensasse a una cosa organizzata da me. «Sono di famiglia numerosa», risposi, «ma non ho tutti questi parenti». Ebbi il dubbio di non averlo convinto; e una vicenda accaduta qualche tempo dopo parve darmene conferma.

    QUANDO SI È TANTI, CI SI DIVIDE, MA NELLO STESSO CAMPO

    Cosa stava succedendo? Non ci si conosceva più tutti per nome. Quando scrissi “Terroni”, lo feci non avendo contatti e frequentazioni (salvo pochi, amici da anni e ancor oggi) con il minuscolo e variegato mondo dei custodi della storia negata. Ma non ci volle molto a completare il quadro: pionieri con convinzioni profonde e grande coerenza che, per la spigolosità di alcuni caratteri, generava a volte scintille da attrito. Ma più si diventava tanti, più gli attriti divenivano fratture e meno si aveva conoscenza reciproca e idea dei tempi di maturazione dei fenomeni sociali. Il che, pur con sgradevoli contrapposizioni nella gara a chi è più meridionalista (ma possono frammentarsi solo cose la cui dimensione lo consente), la comparsa di figure e formazioni ambigue esperte in demolizioni e salti dallo scalone della reggia di Caserta a loggette sabaude, costituisce prova, in positivo e negativo, della dilagante condivisione temi, di informazioni, sentimenti, consapevolezza.

    A voler usare paroloni, è nato e cresce un popolo che si riconosce tale e costruisce cultura di riferimento, con libri, musica, teatro, anniversari, incontri. E si scopre che l’area “meridionalista”, “neoborbonica”, “revisionista” e via con le tante sfaccettature, è un mercato interessante (per dire solo dei libri: ne sono state vendute più copie negli ultimi anni, che nel secolo e mezzo precedente). E questo mercato fa gola agli editori; i quotidiani del Sud hanno dedicato migliaia di articoli e pagine. Parlandone, per cogliere l’onda, ma “contro”, salvo poche eccezioni. Di norma, si “ospita” il neo-meridionalista nel fuoco incrociato di demolizione preventiva e di replica, chiamando questo squilibrio: “dibattito”. Resta il fatto che solo pochi anni prima questo sarebbe stato inimmaginabile.

    LA CACCIA DEI PARTITI AI VOTI TERRONI DEI DELUSI DA M5S

    E la voglia di contarsi e contare, con iniziative politiche che vengono sposate da altri, o sostenute insieme ad altri, e si vorrebbero intraprendere in autonomia. Ci si scopre e si viene scoperti forza politica da inglobare, bacino cui poter attingere, se non si riesce a sopprimerlo. I primi a cercare di agganciare l’ondata meridionalista sono stati i leghisti, convinti di potervi trovare una sponda uguale e contraria (figurati!). Mentre gli altri partiti, quando han temuto che meridionalisti e M5S potessero convergere, hanno tentato di sputtanarne due in un colpo solo; poi resisi conto che non funzionava (in effetti, fra meridionalisti, neoborbonici e alcuni eletti dei cinquestelle nei consigli regionali e al Parlamento, ci sono state azioni comuni, come quella per l’istituzione di un Giorno della Memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia e la campagna di informazione sulla truffa spacciata per Autonomia differenziata).

    Mi parve sospetto il tentativo del centrodestra di inserirsi con la proposta del referendum per la Macroregione meridionale; i dubbi sono diventati certezze quando abbiamo visto truppe cammellate leghiste terroniche raccogliere firme ed esporsi in incontri pubblicizzati con la ministra leghista veneta alle Regioni Erika Stefani, ovvero: la pecora conclude un vantaggioso accordo con il lupo, che si impegna a lavarsi i denti, prima di sbranarla). Ora ci sono segnali non diretti, ma chiari, di un Pd a caccia di voti meridionali, con operazioni non necessariamente politiche, ma volte a recuperare i voti in fuga del Sud deluso dal M5S, presentando il partito dei Renzi, Delrio, Marattin, dei loro consiglieri regionali del Nord ftutti pro Autonomia differenziata e dei loro silenti rappresentanti del Sud, come Pd meridionalista (e Dracula è un noto donatore di sangue). Una campagna in tal senso pare già iniziata.

    In tutto questo, distinguere fra pionieri, paraculi, convertiti veri e fasulli, opportunisti, idealisti della prima ora, entusiasti veri dell’ultimo minuto e calcolatori del momento giusto diventa difficile, perché li si possono trovare insieme, nelle stesse iniziative; e più di qualcuno è tentato di stilare classifiche (e magari già lo fa), dare patenti, risentirsi o chiudere gli occhi, pur di essere nel gioco e non più solo spettatori.

    IL PANORAMA SI CONFONDE, LA REGOLA RESTA: VEDI CHI FA COSA, COME E PERCHÉ

    Qundo si cresce, il panorama cambia, diviene più confuso, ci si può trovare con compagni di viaggio che paiono quel che non sono, e viceversa; si rischia di prestarsi in buona fede a cose che ci deluderanno. Tutto è più complicato, ma non ha senso dire: «Prima…». Prima era prima, quando il piatto sembra diventare ricco, non è che il tempo dei gattopardi finisce, come diceva il principe di Salina, sostituiti da sciacalli, jene e altri animali indegni di sua altezza, ma tutti, gattopardi e sciacalli, colombe e serpi, pionieri che scuotono l’albero e opportunisti che ne raccolgono i frutti convivono, magari nella stessa associazione o nella stessa iniziativa. Compito di ognuno è distinguere, scegliere e agire di conseguenza. Non serve dire come dovrebbe essere e com’era, ma tener conto di com’è. Un casino, ma succede quando si cresce: con il numero si moltiplicano le visioni della cosa, le possibilità e gli interessi di che le coglie o ci prova (e bisogna capire perché). La cernita vera non è mai fra partiti, organizzazioni, imprese collettive, ma sempre fra individui: chi fa cosa, come, perché. E l’analisi può rivelare sorprese.

    Benvenuti nella confusione che ci avvicina (si spera) a quello cui vogliamo arrivare: l’equità. E se non alla pari insieme, allora da soli, Per troppo tempo abbiamo accettato di essere considerati meno e avere meno di tutto, tranne di insulti.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

    4 Commenti

    1. In questi ultimi anni, la rinascita identitaria meridionale, il revisionismo storico filoborbonico, danno fastidio a diversa gente, a nord, ma anchee, purtroppo, qui a Sud.
      E su vari siti internet, in vari forum, si raggiungono livelli di ostilità soprattutto nei suoi confronti, forse perché lei, assieme a Gennaro De Crescenzo e ai Neoborbonici, avete la “colpa” di aver divulgato argomenti storiografici, fino a l’altro ieri, retaggio di una minoranza di studiosi e appassionati, tutti al di fuori del mondo accademico, partendo dal grande Carlo Alianello, e giungendo all’altrettanto grande Nicola Zitara.
      Da qui le varie “Borbonia felix” e altre amenità del genere.
      Quello che però mi lascia sorpreso, è il perché di tanto tenace negazionismo e riduzionismo da parte di storici accademici meridionali.
      Perché? E’ proprio difficile per costoro liberarsi del filtro crociano e guardare alla storia delle Due Sicilie e dei Borbone con un approccio davvero “laico” nel miglior senso della parola?
      Per fortuna, qualche accademico che ha aperto qualche breccia, c’è stato, come Eugenio De Rienzo, che ha riconosciuto che il crollo delle Due Sicilie si dovette ai disegni politici della Gran Bretagna, piuttosto che a dinamiche interne, come fin troppo a lungo ha affermato e purtroppo afferma tuttora la storiografia accademica italiana.
      Però, resta ancora molto da fare in quest’ambito……

      • in quella versione della storia trova la sua giustificazione la struttura di potere (con dentro massoneria, mafia…) che tuttora regge il Paese. Come, lo abbiamo sotto gli occhi.

      • ci sono persone che danno più garanzie di altre, in ogni schieramento e non mi pare spendibile una risposta valida ovunque. Faccio un solo esempio: a Taranto (Ilva), in Salento (Tap), in Basilicata (petrolio) tanti delusi nelle aspettative dal M5S, si orienteranno verso i Verdi, a quanto mi sembra di capire; considerato che centrodestra e Pd hanno già mostrato il loro volto, su quei temi. Ma in altre zone possono prevalere altri argomenti. Qualcuno arriverà, se son veri i sondaggi, a votare Lega, per fare un dispetto (come dire, cavarsi due occhi, pur di cavarne uno all’altro).

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