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LA COMPLICITÀ DELLA CLASSE DIRIGENTE COLONIALE A SUD. MEGLIO SOLI…

Ma un parlamentare del Nord (o pur solo sindaco di Viggiù, consigliere rionale di Pavia) avrebbe mai proposto che, per attenuare a tutta Italia il peso delle accise sui carburanti, si usassero fondi destinati, per l’80 per cento, alle regioni padane? State già ridendo?

E perché Raffaele Fitto dice di farlo con i soldi per il Sud? Eppure è il maggiore fra i rappresentanti degli interessi e degli abitanti del Mezzogiorno, vice presidente della Commissione europea, commissario per lo sviluppo regionale e la coesione, già ministro per il Sud, i rapporti con l’UE e la gestione dei fondi del Pnrr. Una potenza.

Sulla carta, il presidio più imponente a tutela dei diritti del Sud. E invece, persino la garanzia di legge sulla destinazione dei fondi sviluppo e coesione, FSC, viene ridotta a carta sì, ma straccia.

E non vuol dir niente che sia del partito di maggioranza di governo. Con i colleghi di opposto schieramento non si son viste cose diverse. Né può valere l’argomento “siamo tutti italiani, basta con gli egoismi territoriali”, perché è usato a senso unico: abbiamo ancora nelle orecchie i martellamenti padani, dalla Lega (i presidenti di Lombardia, Fontana, e Veneto, allora Zaia) al Pd (il sindaco di Milano, Sala e l’allora presidente dell’Emilia Romagna, Bonaccini): «Date a noi i fondi che il Sud non riesce a spendere».

Senza chiedersi se davvero “loro” sono più bravi a farlo (non c’è una netta linea di demarcazione Nord-Sud, in questo), e senza chiedersi: “Come mai non riescono a Sud?”. Forse, per mancanza di soldi, non possono permettersi competenze e studi progettuali adeguati? O, se riuscissero a costruire gli asili, per dire (nonostante le vergognose trappole legali per impedirglielo), non avrebbero i soldi per farli funzionare (personale, spese di gestione)? O non ci sono più bambini, perché la mancanza di lavoro e servizi svuota i paesi, le città del Sud?

Altro che “tutti italiani”! L’unica cosa che vedono è: date al Nord i soldi del Sud.

Cosa accadrebbe a un politico del Nord se dicesse: usiamo le risorse destinate alle nostre regioni, per far stare meglio tutti gli italiani? La sua carriera finirebbe lì, stroncata dal fuoco incrociato dei concorrenti e degli stessi colleghi di schieramento, preoccupati di far sapere che “si tratta di una sua idea personale che il partito condanna”. Ma, soprattutto: non prenderebbe più un voto chi osasse “fare l’italiano con equità”, invece che il veneto, il lombardo, l’emiliano che toglie agli altri (anche se così impoveriti), per dare ai propri (anche se sazi allo spreco).

Cosa accadrebbe, al contrario, al politico del Sud che dicesse: Date a noi i soldi che, per legge, spettano al Nord? La sua carriera finirebbe lì, stroncata dal suo stesso partito che, per colpa sua, non può perdere voti al Nord, perno del potere. E finisce lì pure la carriera del parlamentare terrone che si batte con troppo impegno, perché a Sud vadano almeno le risorse dovute per legge. Sì, fai il convegno, il comunicato, l’interrogazione parlamentare, un bel comizio in campagna elettorale, poi ti facciamo sbandierare la tua vittoria: finanziata la strada poderale 25 nel tuo collegio! Purché non esageri…

E quanti voti perde il parlamentare del Sud che dice “pigliatevi pure i fondi destinati per legge al Mezzogiorno”? Zero. Perché se fa questo, mostra di essere un meridionale affidabile, che ha capito. Il sistema lo sostiene, incarichi prestigiosi lo rendono sempre più importante agli occhi degli elettori (servisse una raccomandazione…). Su questo “servizio” si gioca la concorrenza fra politici del Sud.

Fateci caso: ai terroni vanno ruoli di grande risonanza, visibilità: presidenti della Repubblica meridionali, 6 su 12 (tre di Napoli, due sardi e ora un siciliano), due di loro, però, con il bis, non per 7 anni di mandato, ma per 9 (Napolitano) e 11, per ora (Mattarella).

I posti che contano, no: in 165 anni, presidenti del Consiglio meridionali per meno di 30 anni; e per il primo, nell’Italia “unita” (a chiacchiere), dovettero passare un quarto di secolo. Peggio mi sento con i ministeri: guardate chi tiene le chiavi della cassa e degli appalti. In questo governo, i leghisti Salvini (condannato per razzismo contro i meridionali) a Infrastrutture e Trasporti, e all’Economia Giorgetti (quello del trucco per rubare ai Comuni del Sud più di metà dei soldi che spettano per la legge di perequazione).

Un mio amico napoletano, imprenditore, mi riferiva un paio di anni fa la conversazione con un suo collega lombardo. Parlavano (male, si capisce) dei politici. Ma, a sorpresa, l’interlocutore disse: «Le cose andrebbero meglio se alla segreteria del Pd e a capo del governo ci fosse quel pugliese, Emiliano. Peccato che…».

Lasciate perdere se essere d’accordo o no, ognuno la pensi come vuole. Tenete presente che il lombardo era vicino alla Lega e il mio amico è di destra. L’argomento è un altro. «Peccato che… cosa?», chiese il napoletano. E quello: «Dai, non fare finta di non capire!». «Non faccio finta», replicò il mio amico, «è proprio che non ho capito. Cosa sai di Emiliano che impedirebbe?».

E il lombardo, a quel punto imbarazzato: «Oh, ma è meridionale!».

Quindi, anche si fosse presentata l’occasione politica, la geografia avrebbe posto il veto. Epperò, dei meridionali sono stati capi di governo (pochi, pochissimi) e ministri (pochi, a ministeri quasi sempre secondari. Quando Giacomo Mancini va ai Lavori Pubblici e impone, contro il resto del governo e poteri economici del Nord, di costruire un’autostrada a Sud, la Salerno-Reggio Calabria, vede stroncata su quelle corsie la sua carriera).

Fitto può vantare un percorso d’onore strepitoso. Cosa dicono Fontana, Sala, Bonaccini, Zaia et similia? “Date al Nord i soldi del Sud”. E cosa dice Fitto? “Il governo usi i soldi del Sud per darli a tutti”. È una garanzia. Per chi? Alla famosa domanda posta a Yanis Varoufakis quando divenne ministro all’Economia della Grecia: «Tu giochi dentro o giochi fuori?» (sempre lì si va a sbattere), lui dette la risposta sbagliata… E fu messo fuori.

Altri restano dentro. E gestiscono, in loco, potere notevole, a patto che sia nell’interesse contrario al territorio. Per non fare di Fitto un bersaglio unico (non è l’intenzione), prendiamo, che so, Emilio Colombo. Era uno dei “padroni” della Dc, il partito di maggioranza che gestiva il 90 per cento dei posti di potere in Italia. Intellettuale e politico di spessore internazionale, autorevole ministro degli Esteri.

Ma guardate la sua Basilicata: manco il treno a Matera, o un molo su uno dei due affacci a mare (Jonio e Tirreno), o autostrada, aeroporto… Industrie? Inquinanti, estrattive per portarne altrove la ricchezza, dal petrolio all’acqua. Ma, quasi venerato dalle “vittime” di tanta… disattenzione, Colombo (e gli altri che non nomino) era la perfetta rappresentazione e sintesi del sistema coloniale: potente in un territorio, di cui si deve garantire la migrazione delle risorse e poi dei colonizzati, a beneficio “dell’estrattore” (stando ai termini dei premi Nobel per l’Economia Daron Acemoglu e James A. Robinson: “Perché le nazioni falliscono”).

E come mai i colonizzati e derubati non si ribellano? Mah, sai, stavi nel sistema clientelare di Colombo (o di chi come lui, prima e dopo di lui e altrove), un posto alla Regione, al Comune, in un ente, una carriera universitaria, una assunzione alla Rai, un appalto pubblico… Insomma, non muori di fame. Non solo, ma hai casa dei tuoi, il pezzo di terra di quand’erano contadini, mangi bene e non spendi quasi niente, puoi fare le vacanze, i viaggi, magari sposi un altro stipendio… Certo, non hai treno, aereo, servizi, ma ti puoi comprare la macchina buona, pagare il medico.

Vero, c’è poco futuro collettivo, benessere personale in depressione sociale, hai nomi locali che brillano in posti invidiabili, ma lontani. E lontani pure i figli. Si sono levate voci altissime contro la riduzione del Sud a colonia interna. Gli inascoltati Salvemini, Dorso, Gramsci, Fortunato, Nitti, Ciccotti, Rossi Doria, Fiore, Zitara… mentre la colonia viene svuotata delle risorse e della gente.

Magari capisci che non può continuare così. Ma “ormai” il sistema è cronicizzato, con chi cambi le cose, se troppi vanno via e chi resta nel sistema coloniale di potere campa decentemente o proprio bene? Non evolvi, ma esisti, resisti.

Non credo neppure che la gran parte dei rappresentanti politici del Sud si renda davvero conto di essere strumento coloniale a danno della terra e del popolo di cui sono figli. Non hanno visto altro modo, non conoscono altra politica. Convinti che si possa giocare solo “dentro”. E dei mali del Sud, la colpa è del Sud.

Ma c’è una regola universale che sfugge spesso al presente: “Niente, nemmeno il male, è per sempre”. Forse sta già maturando il giorno nuovo. Chi lo sa.

Intanto, giù le mani dai FSC.




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