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    IL MISTERO DEI SOTTOMARINI D’ASSALTO ITALIANI

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    L’ARTICOLO DU STORIA IN RETE DI QUESTO MESE SULL’ENIGMA DEL KAMMAMURÌ

    Il mistero del sottomarino d’assalto perduto. O addirittura mai fatto. E di cui, però, gira almeno una foto. E un sommozzatore avrebbe forse rinvenuto in fondo al mare, vicino all’isola Li Galli, dinanzi a Positano dove, secondo una lettera riportata in un romanzo, ma che cita nomi e fatti veri, sarebbe affondato. E per andarlo a recuperare (se di quello si tratta), i marinai per Dna e passione dell’Associazion Vela Latina Monte di Procida si sono quotati per acquistare un drone subacqueo specializzato nel fotografare fondali marini, sino a 150 di metri di profondità. E…, e forse sarà l’unico modo per venire a capo di una delle più affascinanti e mai chiarite vicende della nostra industria bellica, mentre l’Italia si spezzava in due, nel 1943, i tedeschi si ritiravano, portandosi appresso tutto quello che avrebbe potuto rafforzare la macchina da guerra degli alleati e gli statunitensi facevano incetta di brevetti e specialisti da far diventare “americani”. Il che fece sparire fra Germania e Stati Uniti due dei sottomarini d’assalto e anche i progetti e il prototipo della più innovativa delle tre unità, e addirittura ingegneri e tecnici che li avevano ideati e costruiti e non tornarono più a Monte di Procida: lo stabilimento che produsse le speciali unità era il silurificio fra Baia e Fusaro, a ridosso dei Campi Flegrei, lungo una delle coste più belle del pianeta; dal belvedere Stupor Mundi si domina tutto il golfo di Napoli, dal Vesuvio alla Penisola Sorrentina, Capri, Procida (avendo un po’ di fiato, ci si arriva a nuoto), con dietro Ischia e, verso Ovest, in aria chiara, sguardo libero sino alle isole ponziane e al Circeo; intorno, una quarantina di vulcani e laghi in ex crateri. Quel giorno, Dio volle esagerare… E ci riuscì.

    IL SANDOKAN E LO YANEZ POI… QUA DOBBIAMO MORIRE

    L’oggetto smarrito (seppur nacque, nonostante le conferme di tanti) è il Kammamurì: «Non ho trovato documenti che garantiscano, al cento per cento, che lo abbiano realizzato: molti ne parlano, ma non se ne può dimostrarne l’esistenza», dice l’ingegnere navale Admeto Verde, che alla vicenda di queste misteriose armi ha dedicato studi, mancando, però, per sfortunate circostanze, proprio il colpo più importante: l’acquisizione dell’archivio di chi aveva tutto il rintracciabile, sul tema. «Se lo avessero fatto, sarebbe il terzo gemello degli SA, sottomarino d’assalto, SA1 e SA2; quindi l’SA3».

    L’ingegnere reagisce con un pizzico di fastidio se gli si citano i nomignoli con cui tutti, tranne lui («Sono cose serie»), chiamano quelle unità: «È d’assalto», spiega Antonio Pugliese, infaticabile animatore dell’associazione velica, «il nome comincia per SA…». E aspetta una risposta. Che non arriva (certe domande vanno fatte a persone più intelligenti dei giornalisti). Completa lui la frase: «SA…ndokan». Siamo alle porte di Napoli, vi ricordo. E quindi, due sottomarini SA-Sandokan sono sicuri, mentre il terzo…. «No, no. Sandokan è l’SA1; quindi l’SA2 non poteva che chiamarsi Yanez» (non ha fatto la domanda, ha capito che non avrei azzeccato manco questa risposta).

    E certo: «non poteva che». Ora, non so da quanti anni abbiate letto “La tigre della Malesia”, di Salgari, ma io, per ignoranza o scarsa memoria, il personaggio Kammamurì non me lo ricordavo. «Perché non esiste», dice Pugliese. Il terzo SA pare debba il nome agli uomini dell’equipaggio che, quando videro in quale angusto spazio avrebbero dovuto infilarsi, commentarono: Cca’, amma murì, qui dobbiamo morire, che (l’uso di K e contrazione conferisce echi di esotismo che puoi spacciare della Malesia), è divenuto salgariano e Kammamurì.

    Questa vicenda si vela di mistero e forse un pizzico di leggenda, ogni volta che sembra si stia per chiarirla. Intanto, di che si parla? «Gli SA erano l’equivalente sottomarino dei MAS, motosiluranti d’assalto molto più famose», spiega l’ingegner Verde.

    E li avevamo solo noi?

    «Noooo. I minisommergibili non erano una novità. Gli SA erano sottomarini: il sommergibile naviga sull’acqua e, se serve, pure sotto; il sottomarino solo sotto e male sopra, tant’è che i primi hanno la prua, una coperta con torretta… Gli SA, di fatto, erano una sorta di siluro gigante, circa 13 metri, un diametro massimo di un metro e mezzo ed equipaggio ridotto a due-tre marinai».

    Lo storico navale Enrico Cernuschi, che nel 2002 dedicò agli SA un’indagine per la “Rivista Marittima”, ancor oggi testo di riferimento per chi se ne occupi, scrive che fu Pericle Ferretti, professore di meccanica applicata alle macchine nella Facoltà d’ingegneria di Napoli, “a proporre la realizzazione di un sommergibile tascabile, detto «d’assalto». Era un battello destinato a operare a grande velocità in immersione in virtù di un innovativo motore unico a circuito chiuso”.

    Il motore, progettato dallo stesso Ferretti, “era un «Asso» Isotta Fraschini aeronautico da 350 hp a quattro tempi, opportunamente modificato per impiegare, in luogo della benzina, una miscela di alcool al 97%. Esso avrebbe utilizzato come comburente, in immersione, ossigeno allo stato liquido conservato in bombole e in superficie, aria atmosferica. L’alcool era stato scelto principalmente per la sua solubilità in acqua salata, ma anche perché in tal modo i gas di scarico potevano essere depurati di qualsiasi traccia incombusta residua di combustibile. Le prove condotte nel 1936 al banco e in una vasca speciale, realizzata appositamente a Napoli quell’anno, confermarono la validità, in linea teorica, della soluzione proposta, ma misero in luce anche la delicatezza dell’insieme e la pratica impossibilità di arrivare, mediante quel sistema, alla realizzazione di un battello sottomarino d’altura, data la modesta potenza, non suscettibile di sviluppi, prevista dallo schema adottato”. Qindi era questo che rendeva così innovativi gli SA?

    ARMATI DI DUE SILURI

    «Sì, ma non ci sono prove su come funzionasse il sistema di propulsione a ossigeno ed etanolo», avverte l’ingegner Verde. «Non se ne è mai saputo nulla, o non lo si è voluto divulgare. In più, gli SA erano a elica traente: cioè posta davanti, mentre i siluri, ovviamente, dovendo colpire di prua, ce l’hanno dietro. Gli SA erano armati di due siluri, collocati all’esterno, viste le dimensioni dell’unità».

    E davvero erano in grado di autoprodurre ossigeno, il che evitava di dover emergere per far provvista d’aria?

    «Lo si legge…, ma non si sa davvero. Questa storia è un mosaico a cui mancano troppi pezzi».

    “La segretezza dell’intero programma e le vicende successive legate all’armistizio dell’8 dicembre 1943 sono probabilmente all’origine del fatto che, presso l’archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare, manca qualsiasi elemento sulla semplice esistenza dell’unità in esame. Essa non è nemmeno compresa in alcun ruolo o repertorio del Regio Naviglio e qualche vaga notizia di fonte italiana era finora basata su poche e contraddittorie testimonianze. Ciò aveva fatto si che la nostra indagine in proposito rimanesse decisamente incompiuta”, scrive Enrico Cernuschi, che, in “Altomare Blu”, nel 2011, ebbe modo di aggiornare il suo lavoro del 2002, perché, “abbiamo in seguito rinvenuto, presso la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, a Washington, una cospicua documentazione tecnica navale di origine italiana e risalente al periodo bellico. La scoperta ha permesso di ricostruire compiutamente una fase della evoluzione del pensiero navale subaqueo della Regia Marina. Da tali carte, inoltre sono emersi alcuni aspetti finora non conosciuti riguardanti quel tormentato periodo storico per il nostro Paese e le nostre Forze Armate”. E sui sottomarini d’assalto, progettati per navigare a 20 nodi, sino a 25 metri di profondità.

    Anche la ragione per cui mancano quei pezzi del puzzle alimenta il sospetto, sino a costituire una sorta di “prova al contrario” che quanto si narra degli SA sia tutto vero. Perché, nel ’43, prima di rititarsi, i tedeschi distrussero il silurificio, mentre i progetti dell’SA3, il Kammamurì, l’evoluzione della specie, furono portati al Nord. Gli statunitensi si impossessarono poi dei due SA rimasti, il Sandokan e lo Yanez, «e convinsero a trasferirsi negli Usa anche l’ammiraglio Eugenio Minisini, che li aveva progettati, diversi montesi che lavoravano nel silurificio e qualche ingegnere», racconta Admeto Verde. «E da quel momento, non se ne è più saputo niente, nemmeno se i loro esperimenti siano proseguiti o no».

    E il modo in cui i primi due SA vennero “passati” agli statunitensi aggiunge suggestioni a questa storia: a guerra amcora in corso, l’operazione fu concordata con lo staff del generale Badoglio, che si servì di carabinieri. Risalgono ad agosto ’43 i contatti “tra gli Statunitensi e alcuni rappresentanti del Governo italiano prima della conclusione dell’armistizio”, scrive Cernuschi, “i primi consci dell’interesse americano per le unità in questione, offrirono, a comprova della buona fede del nostro esecutivo nel trattare l’armistizio, ogni elemento sui due battelli di Baia, militarmente inutili ma tali da impressionare i loro interlocutori. Si ricorse all’espediente di affondare in un dato punto del Golfo di Napoli un’imbarcazione di servizio, con a bordo alcune parti essenziali dell’apparato motore di entrambi i battelli, oltre a certi elementi degli apparati motori sperimentali di una nuova generazione di siluri. Tali materiali, assieme a quelli sfuggiti alla razzia tedesca successiva all’armistizio, furono poi recuperati agevolmente, nell’ottobre del 1943 nel giro di soli quattro giorni dall’entrata dei primi reparti statunitensi a Napoli. Il lavoro fu compiuto da una squadra di sommozzatori della US Navy comandata dal tenente di vascello della Riserva Navale Henry Ringling North, il quale aveva come superiore diretto il Colonnello Donovan, detto «Wild Bill», fondatore dell’OSS e fu reso possibile da uno schizzo molto preciso fornito agli Americani dai «contatti» italiani”.

    Gli SA rimasero una promessa mancata per la notra Marina, perché la loro “maturazione” giunse a compimento nel 1943, mentre la guerra finiva e la base in cui erano progettati veniva smantellata. E così terminava una storia industriale di produzione di siluri cominciata in Adriatico e migrata, nel nostro caso, nel Tirreno: a Fiume, ora in Croazia, il geniale ingegnere britannico Robert Whitehead dette avvio all’impresa, rielaborando l’iniziale idea di Giovanni Luppis (con cui fece una società), mentre a Venezia, allora austroungarica, impiantò la sua fabbrica L. Schwarzkopf. «Ovvero, traducendo i loro nomi, l’inglese Testabianca e il tedesco Testanera», chiosa Verde.

    Nel 1935, il silurificio di Napoli, dopo una ventina di anni, viene spostato a Baia, a Est della penisola flegreari, ma non lontano dall’isolotto di San Martino di Monte di Procida, dov’è il siluripedio, e che si trova a Ovest della penisola: il poligono per collaudare le armi prodotte. Il trasferimento termina quattro anni dopo: alla vigilia dell’entrata in guerra. Poi, le ragioni belliche imporranno la costruzione di un’altra sede a Fusaro, poco distante, collegata a quella di baia con una galleria di quasi un chilometro e mezzo e con l’isolotto di San Martino, tramite un’altra galleria che attraversa tutto il promontorio di Monte di Procida e un lungo pontile, di cui si vedono i resti ancora oggi.

    NELLA SEGRETEZZA ASSOLUTA

    La struttura industriale era stata concepita così dislocata per non offrire facile e unico bersaglio e per garantire maggiore segretezza. Lo stabilimento, infatti, non si limitava alla produzione dei siluri ma, su progetto dello stesso ammiraglio Minisini, che lo dirigeva, avviò quella dei sottomarini d’assalto. I primi due erano erano poco più che prototipi e la cosa, nonostante il segreto militare, fu nota a tutti: alleati e nemici (tedeschi, inglesi e americani). Ma la vera arma, perfezionamento degli SA1 e SA2, Sandokan e Yanez, era l’SA3, il Kammamurì, di cui pochissimi erano a conoscenza e a cui (a differenza dei precedenti) si lavorava in un capannone isolato a Fusaro, dove era ammesso un numero molto ristretto di addetti all’opera e in regime di segretezza assoluta. Questo avrebbe anche reso, poi, così difficile l’acquisizione di notizie certe e documenti sull’impresa.

    In più, i lavori di completamento della sede del Fusaro, cominciati nel 1939, durarono sino a metà del ’43, mentre la ragione dell’esistenza di quella industria bellica smetteva di esistere, perché i tedeschi non potevano lasciarla efficiente per i loro nemici e gli alleati avevano interesse a portarsi via tutto quello che poteva avere un valore. Ma gli statunitensi non sapevano del Kammamurì e presero solo i primi due SA; il terzo sarebbe sul fondale fra gli isolotti Li Galli e Positano, dove sarebbe stato individuato “una specie di tubo” di circa 16 metri per 2,4 di diametro”, secondo il sommozzatore e capitano di mare Francesco Lillini, a cui il ritrovamento è stato segnalato da un collega. Una coincidenza che dà qualche brividino, perché lì il sottomarino fu fatto volutamente affondare, secondo il “racconto romanzato” di Franco Harrauer, che collaborò con Eugenio Cernuschi (realizzò, su sua indicazione, i disegni degli SA), e che riporta tre lettere in cui si narra dell’azione bellica del Kammamurì, contro le navi alleate durante lo sbarco a Salerno. L’armistizio è stato firmato da alcune ore, ma gli uomini dell’SA3 non lo sanno. Inseguiti da una unità inglese, si posano sul fondo: un marinaio riesce a emergere e a raggiungere la riva a nuoto; gli altri due sono fatti prigionieri dagli inglesi. Il racconto di Harrauer comincia così: “A noi piace pensare che il piccolo SA3 sia adagiato tra le gorgonie, ormai coperto dai coralli, in un basso fondale tra gli isolotti dei Li Galli”. A rendere più intricata la faccenda è che i nomi degli autori delle tre lettere (qualche dubbio sul marinaio) sono veri e corrispondono ai protagonisti di quelle vicende. Ce n’è di che condire di tutto: da pagine di storia a leggende (la lettura delle discussioni interessantissime fra appassionati, specialisti e ricercatori sul “www.betasom.it/forum” ne danno un’idea). Ora i volontari di Monte di Procida che si sono votati all’impresa stanno per avviare una raccolta fondi per il recupero del “tubo” o SA3 che sia, sul fondale dei Li Galli. Il primo passo è stato l’acquisto dello speciale drone subacqueo per prospezioni sottomarine.

    ERANO PIÙ DI TRE?

    «E non si sa che fine abbia fatto l’SA4».

    SA4? SA3, vuole dire! L’ammiraglio con cui parlo ha avuto a lungo un incarico importante; conosce molto bene sia questa costa che l’argomento. «No, no», assicura. «SA4. Mi sono occupato a fondo di questa vicenda sino a 15-20 anni fa, poi ho lasciato perdere. Gli SA non erano tre, e nemmeno quattro. Il numero preciso non lo sa nessuno. E chissà se lo sapremo più, ormai».

    E no! Quando pensi di aver raggiunto finalmente qualche piccolo punto fermo, rieccoti buttato nel mare dei dubbi e dell’incertezza. «Non mi citi, però», chiede l’alto ufficiale, «non voglio fastidi». Non oso pensare quali ricadute potrà avere questa sua frase.

    Chi avrebbe potuto fugare tutti o quasi i dubbi sulla vicenda del Kammamurì e dei suoi fratellini minori, sarebbe stato il rigorosissimo ingegnere navale Admeto Verde che entrò in contatto con il collega Giuseppe Gabola, napoletano trasferitosi a Torino per ragioni familiari, dopo aver lavorato sia allo stabilimento di Baia che a quello di Fusaro e dedicato anni alla raccolta di documentazione sull’attività di quella azienda bellica. «Fui contattato, negli anni 90, dall’ingegner Gabola», racconta Verde, «il quale mi chiese se potevo aiutarlo a rintracciare alcuni documenti e notizie sul posto, per la storia del Silurificio Italiano a cui stava lavorando. Io ero all’epoca completamente ignaro dei fatti, e fu questa forse la molla che mi spinse ad approfondire l’argomento. Cercai di dare una mano a Gabola per quanto mi fosse possibile. Poi capii che le sue condizioni di salute peggioravano, e le energie si affievolivano. Un giorno ebbi notizia della sua morte. La famiglia mi chiese di dare uno sguardo al materiale lasciato dal padre e al suo archivio, con lo scopo di poter pubblicare quanto da lui elaborato. Non dissi di no, però, occupato dagli impegni di lavoro, non riuscii mai ad andare a Torino. Poi è passato troppo tempo e si sono persi i contatti». Forse, rintracciando i parenti…

    Saranno quelle carte a risolvere uno dei misteri di Monte di Procida?

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

    2 Commenti

    1. Salve sono un ragazzo del sud, leggendo i suoi libri…immagino cosa sarebbe stato il Sud senza l’unità d’Italia. Avremmo potuto vantare, anche una nazione di calcio! Distinti saluti tristi e amareggiati.

      • Sappiamo (poco e tardi e non completamente) cos’era. Non potremo mai sapere cosa avrebbe potuto essere. Solo immaginare cosa avremmo voluto che fosse. Ma già un po’ di verità sul passato insolentito e nascosto, qualcosa fa

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