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    DIARIO-VIRUS. SI MUORE DI PIÙ IN REGIONI CON LA SANITÀ PIÙ RICCA. PERCHÉ?

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    COSTRUIRE, CON GLI OSPEDALI CHIUSI AL SUD, UNA RETE “DI RISERVA” ANTI-EPIDEMICA

    Diario dalla reclusione volontaria-forzata ai tempi del virus. Giorno quinto:

    a guardare i dati, qualcosa non quadra e non ne trovo spiegazioni (mi saranno sfuggite?): la Lombardia, la regione con il sistema sanitario più grande e più ricco, ha il maggior numero di contagiati da coronavirus e di morti. È anche la regione più popolosa, però. Ma anche se andiamo a guardare in percentuale, i conti non tornano: con il doppio degli abitanti (e qualcosa in più), rispetto all’Emilia Romagna, ha quattro volte il numero di contagiati e cinque volte i morti (aggiornamento a ieri, con i dati del giorno prima, per stare a bocce ferme); idem il confronto con il Veneto, che ha pure mezzo milione di abitanti più dell’Emilia Romagna, la metà della Lombardia, ma un quinto dei contagiati rispetto a questa e un numero di morti 23 volte inferiore.

    Per maggior comprensione: il rapporto decessi (744)/contagiati (6896) in Lombardia è del 10,6, una percentuale enormemente superiore alla mortalità attribuita al coronavirus; in Emilia Romagna (146/1758) è dell’8,3 (inferiore, ma sempre altissimo); in Veneto (32/1297), del 2,5 scarso (e siamo nella norma); tutte le altre regioni, con numeri ben più bassi, non arrivano al 4 per cento (massimo 3,8 del Piemonte), con l’eccezione della Liguria (4,5).

    MA UNA PARTE DEI CONTAGIATI E DELLE VITTIME LOMBARDI FIGURA, PER L’ESODO, IN ALTRE REGIONI

    Quindi, su un panorama non piatto ma coerente, l’anomalia lombarda schizza, affiancata a breve distanza da quella emiliana. E il dato, a voler essere pignoli, è persino incompleto, considerando le centinaia di migliaia di abitanti della Lombardia, o lì residenti per lavoro, studio, dilagati nel resto d’Italia all’annuncio dell’epidemia: circa 50mila a Sud, in poche ore, anticipando il primo decreto del governo; tutti gli altri dopo, nonostante i decreti del governo, a riempire seconde case in Liguria (le proteste del presidente della regione hanno rivelato il problema), in Toscana, e via spalmando. Il che vuol dire che una parte dei contagiati e dei morti di altre regioni andrebbero, in realtà, attribuiti alla Lombardia.

    Non mi azzardo a dare spiegazioni, che gli esperti (dopo, adesso sono in prima linea ed è bene che non ne siano distolti) dovranno cercare e studiare in condizioni di maggiore serenità. Ma alcune osservazioni sono evidenti da subito, nel confronto fra le regioni con i più ricchi e celebrati sistemi sanitari, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto. Le prime due hanno i numeri peggiori di tutto il Paese; la terza è in coda alla classifica. Il Veneto ha privilegiato più la sanità pubblica, la convicina Lombardia quella privata. E il peso della pandemia si scarica sulla pubblica. Dovremo fare monumenti ai nostri medici, agli infermieri, a quella eroina con la mascherina crollata sfinita sulla tastiera del computer. Non posso documentare di persona, ma dal racconto di un operatore sanitario di primissimo livello, ora infetto pure lui, la situazione è terribile: «Non è vero che colpisca solo anziani. E non bastano manco le lettighe: ce ne sono, intubati, su letti messi per terra». Sarà sicuramente un caso estremo, non ci è stato detto nemmeno dove, e magari ora sarà stato pure risolto, ma dà l’idea di quale battaglia stiano combattendo i nostri fratelli della Sanità.

    I DANNI DELLA SANITÀ REGIONALIZZATA E RIDOTTA A PURO BUSINESS

    Non vado oltre. Per ora. Anche perché l’evoluzione di questo disastro può modificare scenari e dati. Ma una cosa l’abbiamo capita: la Sanità è cosa troppo seria per lasciarla in mano a venti centri decisionali in concorrenza, magari per fare business sulla pelle e a spese altrui, perché le debolezze di alcuni diventano la fortuna di altri, passando sopra la ragione prima di un sistema sanitario pubblico: garantire a tutti le stesse attenzioni, le stesse cure. Anche i Paesi impazziscono e il nostro lo fece regionalizzando la Sanità (e pure le ferrovie, per i trasporti locali; roba da ricovero. Oddio, di sti tempi, forse meglio evitare queste espressioni…).

    E le conseguenze le vediamo ora: quanti morti, dolore, danni, soldi, aziende, paura ci è costata la scemenza? Per esempio: con la regionalizzazione, l’Italia non ha una struttura nazionale sanitaria per far fronte a evenienze come questa. Non si è attrezzata per tutelarsi dal peggio che può succedere e che, per farci dispetto, succede. Alcuni Paesi hanno una “riserva” di risorse da mettere in campo (letti, isolamento, terapia intensiva), in caso di epidemie o grandi guai. Il nostro no: ogni Regione pensando a se stessa. In Svizzera, per dire, ci sono strutture attrezzate che (ovvio) si spera di non aver bisogno di usare, ma che dovessero servire, ci stanno, sono gli “ospedali protetti”, racconta un dirigente della nostra Sanità che li ha visitati e studiati.

    LA PROTEZIONE CIVILE DIVIENE SOSTITUTO DELLA SANITÀ NAZIONALE INESISTENTE

    Da noi, la mancanza di una vera struttura sanitaria nazionale ha costretto a inventare, sul campo e in corsa (onore alla loro duttilità e abnegazione), uno strumento sostitutivo, addossando il peso di questo compito alla Protezione Civile. Ok, lo fanno, sono bravi, gli dobbiamo dei grazie enormi, ma non spetta a loro. Che lo facciamo lo stesso (adattando mezzi e risorse umane alla situazione), non vuol dire che debbano farlo loro. Allo stesso modo, ci si faceva notare, quando l’Italia ha dovuto far la campagna nazionale per le vaccinazioni, è stata costretta ad “appoggiarsi” al ministero dell’Istruzione.

    Ora, se una lezione possiamo (dobbiamo!) trarre da questa tragedia, è fare in modo che cose del genere non ci colgano più impreparati: il conto, in vite umane, sofferenze e danni economici è tale da far rischiare la tenuta al Paese (nessun interesse politico locale o interesse privato di settore può valere tanto). Quindi, cominciamo a pensare al ritorno alla Sanità nazionale e basta con le stronzate tipo “chi è più bravo (ovvero più ricco) campa e si cura di più”.

    E dobbiamo attrezzarci per fronteggiare altri episodi disastrosi come l’attuale, nella speranza di fare l’inutile, ma sapendo che le sorprese, in assenza di tale prevenzione, potrebbero costarci molto più di un sistema “di riserva” (se ce l’hai, intanto lo rendi comunque utile).

    CREARE UN CENTRO RICERCHE DI BIOLOGIA DI LIVELLO MONDIALE. A SUD

    Per questo, abbiamo proposto, come Movimento per l’Equità Territoriale, M24A-ET, il recupero, specializzandole, delle tante strutture sanitarie, inclusi alcuni ospedali costruiti e mai aperti, specie al Sud, “per risparmiare”. In Cina han dovuto costruire ospedali in due-tre settimane, per far fronte all’epidemia. Noi dovremmo solo adattarli.

    Ma la prevenzione non può limitarsi alle cose, parte dalla conoscenza; il che vuol dire che, in collegamento con questa rete specializzata, dovrebbe sorgere un Centro di ricerche di Biologia di livello mondiale, in cui concentrare le nostre eccellenze (e sono tante: il ceppo del coronavirus è stato isolato allo Spallanzani di Roma da tre ricercatrici meridionali; la mutazione del gene che ha reso possibile il passaggio dal pipistrello all’uomo è stata individuata da un laureando salernitano in medicina; la cura più efficace, sinora, è stata trovata al Pascale di Napoli). Bill Gates diceva cose simili alcuni anni fa. E non lo hanno ascoltato.

    L’Italia ha già fatto cose del genere con l’Istituto di tecnologia, a Genova e lo Human Technopole a Milano; questo Centro andrebbe fatto a Sud, dove ci sono esempi notevoli di collaborazione fra ricerca universitaria e industria farmaceutica (Bari, Unisalento…).

    Che almeno tanto disastro non sia per niente.

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