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    DIARIO. IN ITALIA IL VIRUS AMMAZZA 26 VOLTE PIÙ CHE IN CINA. PERCHÉ?

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    MEDICINE? ISOLAMENTO MANCATO? TAMPONI SCARSI? O…?

    Ma della sensazione che ci sia qualcosa che non quadra, si può dire? L’Italia, 60 milioni di abitanti (8 di noi, ogni mille sul pianeta), ha superato la Cina, un miliardo e mezzo di abitanti (200 ogni mille umani) per numero di morti da coronavirus covid-19. Ma si può?

    UN MORTO OGNI 450MILA PERSONE IN CINA, UNO OGNI 17.621 IN ITALIA

    Provo a dirlo diversamente: per stare nella stessa proporzione di vittime in rapporto al numero di abitanti, l’Italia avrebbe dovuto avere 130 morti, non 3405 (bilancio del 18 marzo); invece ne conta 26 volte di più. O anche: in Cina hanno registrato un decesso da covid-19, ogni 450mila persone; in Italia, uno ogni 17mila 621.

    E a voi sembra normale? Cos’è che genera questa abissale differenza? Prima ipotesi: c’è qualcosa che non sappiamo, non ci dicono (la Cina nasconde la vera dimensione della tragedia?), dunque la risposta giusta è impossibile per mancanza di dati sufficienti; oppure, seconda ipotesi: non c’è altro da sapere, questi sono i dati, e allora le risposte possibili sono altre:

    1. la Cina è riuscita a contenere i danni, perché ha adottato misure drastiche, terribili, che in un regime democratico non sono possibili (punizioni durissime, sino alla fucilazione, per chi contravveniva al divieto di uscire dalla città, tutta zona rossa);

    2. le cure sono state più idonee (una indicazione può giungere dal confronto fra il numero dei morti in Lombardia ed Emilia Romagna, seconda regione più colpita, e il Veneto, dove si è proceduto alla “caccia” dei contagiati con una campagna a tappeto di tamponi. Non ho competenza per dire quanto questo abbia inciso, ma si resta impressionati dalla ridottissima quantità di vittime in Veneto, rispetto alle altre due regioni. Possibile indicazione ulteriore: in Lombardia, con soldi pubblici, si è favorita la sanità privata, in Veneto quella pubblica, ed è su questa che è caduto il peso dell’epidemia);

    3. entrambe le cose (durezza dell’isolamento cinese e cure più idonee). Il paragone fra zona colpita in Cina e quella in Italia è quasi da manuale, perché l’area metropolitana di Wuhan ha oltre undici milioni di abitanti, poco più della Lombardia, dove, come nella città cinese, ha colpito il virus;

    4. a parità di virus, di popolazione e possibilità di intervento sanitario (cosa che, a quel che si sa o si dice, almeno sulla carta, dovrebbe dare un vantaggio alla Lombardia) il risultato, 26 volte peggiore, sarebbe dovuto alla incontrollata circolazione (prima perché permessa, poi perché violate le norme) di contagiati dal virus e portatori sani (non di mente, se si potesse scherzare su cose così gravi); al tardivo ricorso ai tamponi a tappeto (dopo un errore iniziale, il Veneto ha letteralmente surclassato la Lombardia, che soltanto a strage ormai conclamata ha fatto lo stesso); a diverse, meno risolutive cure (secondo alcune testimonianze, i farmaci usati in Lombardia si sarebbero rivelati meno efficaci contro il covid-19, ora si sta diffondendo maggiormente quello cui hanno fatto ricorso a Napoli e e in Cina);

    5. c’è anche qualcos’altro che lascia interdetti in questa tragedia: Lombardia, Emilia Romagna, Milano, Bergamo, Brescia… ma cosa succede? Sbaglio o è esattamente dove chi, ammalandosi e potendo scegliere, avrebbe preferito finire in ospedale? E dove l’emigrazione sanitaria creata dalle storture del sistema (volute, non prendiamoci in giro) porta milioni di pazienti, specie da Sud? Altra domanda che resta appesa (si cercano spiegazioni in concause come l’inquinamento ambientale: il dibattito è aperto, ma la strage continua);

    6. il Paese deve inchinarsi dinanzi ai sacrifici e agli eroismi del personale medico e paramedico che sta combattendo contro il morbo, ma oggi vediamo le conseguenze dello scempio che è stato fatto della Sanità italiana, gioiello riconosciuto come tale a livello mondiale: devastata dalla cecità politica che l’ha prima spezzettata in venti parti (con moltiplicazione di figure parassitarie e costi da sottrarre all’assistenza); poi dalle mire affaristiche che hanno spostato grandi risorse dal servizio pubblico alle strutture private, nutrite da mammella pubblica (con moltiplicazione di tangenti, come dimostrerebbe il caso lombardo, dove più forte è il settore privato e più frequenti gli scandali per giri di mazzette con l’istituzione regionale); infine dai tagli pazzeschi dei fondi destinati alla Sanità e che hanno penalizzato l’assistenza e mortificato le professionalità, altissime, dei nostri medici e paramedici, con conseguenze che oggi paghiamo: tanti dei migliori infermieri e dei migliori medici italiani sono andati a vedersi riconosciuto il loro valore (pure economico) all’estero o in Italia, ma nelle strutture private (mentre la malapolitica, spesso, piazzava “i suoi”, non sempre i migliori, ai vertici di quelle pubbliche), e adesso tocca laureare per decreto medici e infermieri ancora in formazione, e prendiamo a costi-quel-che-costi (in Sicilia al doppio e più degli stipendi normali) chi abbiamo appena espulso in pensioni anticipate o per riduzioni di personale.

    Abbiamo molto da imparare da questa tragedia, da correggere (e per ora voglio evitare di capire cosa c’è di vero nella notizia del mezzo milione di tamponi venduti da un’azienda bresciana agli Stati Uniti, mentre in tutta Italia si sequestrano pure le mascherine per inviarle al Nord e l’epidemia dilaga anche per scarso uso di tamponi, che son pochi, che costano tanto, che… vanno in America?).

    Il Movimento per l’Equità Territoriale ha già annunciato che avvierà iniziative politiche perché la Sanità torni nazionale e pubblica e spezzare i rapporti incestuosi fra una certa sanità privata e alcune forze o correnti politiche che l’hanno favorita a danno di quella pubblica (le due forme non sono incompatibili, ma quando il sistema degenera bisogna intervenire, perché i prezzi che si pagano, come si vede, sono altissimi).

    E ora un’altra domanda: ma se l’epidemia fosse partita da Sud?

    Ne riparliamo.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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