Home Succede oggi APPELLO. TRENITALIA DIA GLI STESSI TRENI A TUTT’ITALIA. O NON SERVE

    APPELLO. TRENITALIA DIA GLI STESSI TRENI A TUTT’ITALIA. O NON SERVE

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    FIRMARE L’APPELLO PER CAMBIARE TRENITALIA E LA POLITICA DEI TRASPORTI CHE IGNORA IL SUD.

    https://www.change.org/p/pino-aprile-trenitalia-non-pi%C3%B9-privata-e-del-nord-ma-per-tutti-e-pubblica-come-i-soldi-che-usa?fbclid=IwAR2HrJ3PJPgYCXzO3AlLdtGDkOMWlOkZ2p8dMl0pJfA6qDm9XncKU0nahco

    Trenitalia al servizio di tutto il Paese e non solo di chi ha già tutto, perché abbia il superfluo e l’inutile, purché costoso. Il nostro appello, in tre giorni ha già il traguardo delle cinquemila firme. Quindi, firmare, firmare, firmare. Ma devo qualche informazione (buona), una spiegazione e una riflessione.

    L’INFORMAZIONE. Il Frecciargento Roma-Sibaritide che “non si poteva fare”, ora pare si possa fare. Cosa è successo? C’è stato un incontro al ministero dei Trasporti fra assessore regionale ai Trasporti della Calabria, Roberto Musmanno, capo della segreteria del ministro Danilo Toninelli, Gaetano Marzulli, la senatrice cinquestelle Silvana Rosa Abate che ha sollevato la questione, i dirigenti di Trenitalia Paolo Attanasio, Fabrizio dell’Orefice e Sabrina De Filippis. Per la Regione Calabria i dati confermano la convenienza economica della freccia Roma-Sibaritide. Trenitalia sostiene che il traffico non basta a coprire i costi, ma proporrà a breve una soluzione perché il treno alta velocità, a costi ridotti, ci sia. «Si è aperto uno spiraglio molto interessante», dice l’assessore Musmanno.

    LA SPIEGAZIONE. Mi è stato chiesto: «Perché le dimissioni dei dirigenti di Trenitalia, presidente e l’amministratore delegato? Devono gestire una società di Ferrovie dello Stato, con soldi pubblici, ma di diritto privato, e far quadrare i conti, rispettando norme europee e italiane, per l’istituzione di tratte ad alta velocità e trasporto regionale. Sono dei tecnici; le scelte sono politiche». Il mio punto di vista qual è? Guardate la mappa della rete ferroviaria (e autostradale, aeroportuale, portuale…). Se il sistema che ha prodotto tale porcheria è questo (ricordate Acemoglu e Robinson: la povertà di un’area, in un Paese duale, non è retaggio storico, ma scelta politica), allora deve saltare il tavolo. O capovolgere le scelte politiche che pongono un’azienda di tutto il Paese al servizio di una parte che, col tempo, si sente legittimata al privilegio, perché “migliore” (come previsto da Salvemini, Ciccotti e altri grandi, più di un secolo fa). A quel punto, pure i ruoli tecnici possono assumere peso politico: quando il porto di Gioia Tauro conquistò il primato mediterraneo (un successo “italiano”) gli scaricatori del porto di Genova, bacino elettorale Pci, minacciarono Claudio Burlando, ministro ai Trasporti, perché tagliasse le gambe allo scalo calabrese. Burlando ricattò il capo delle Ferrovie, Lorenzo Necci: se un solo treno fosse uscito dal porto di Gioia Tauro, gli avrebbe tolto la poltrona. Gli 8 chilometri (8!) di binari fra porto e rete ferroviaria non si fecero, i contaniner non raggiunsero i treni (se non quando ormai inutili). Lo sappiamo, perché Necci lo disse, ma quando era ormai fuori da tutto e Burlando pure. Domanda: dove sarebbero oggi il porto di Gioia Tauro, la Calabria e magari l’Italia se Necci non avesse ceduto al ricatto (la cosa, poi, andò a vantaggio soprattutto di porti stranieri)? Mi si può rispondere: perché un tecnico deve fare l’eroe? Già. Ma io vedo le centinaia di disoccupati a Gioia Tauro, i giovani condannati a emigrare e quanto ha perso l’Italia con il declino di quel porto e decido: alcuni possono decidere di fare gli eroi, e nessuno ha diritto di chiederglielo; altri son costretti a diventarlo per disperazione. Ogni scelta ha un lato ingiusto. Accomunare i dirigenti di Trenitalia (persone degnissime e competenti!) a scelte politiche di cui non sono responsabili, ma esecutori, è ingiusto (lo fu pure salvare la poltrona di Necci e i voti di Burlando a spese dei lavoratori della regione più povera d’Italia); ma può servire ad accrescere la pressione sui decisori politici: il ministro, il governo e quello schifoso sistema di potere che vuole povera e senza diritti e collegamenti una parte dell’Italia. E quand’è tempesta, povero chi ci capita.

    LA RIFLESSIONE. Una volta, per poter contare, non avendo il loro potere economico, i loro giornali, eccetera, bisognava farsi contare in piazza. Organizzare quelle manifestazioni aveva costi che pochi si potevano permettere, a meno di passare attraverso partiti e sindacati che erano parte, più o meno consenziente, del sistema. Ora abbiamo questo spazio (virtuale per modo di dire, perché efficacissimo), in cui tutti sono presenti, ma in cui bisogna tracciare i confini della propria comunità (se è globale, è lo stesso che nulla). Sui temi meridionalisti, la comunità è ampia e in crescita. Queste iniziative (appelli, condivisioni) servono a raggruppare i simili sparpagliati e farne una forza. Bisogna moltiplicare le firme, perché contiamo facendoci contare. Il numero è il termometro del potere di influenza da spendere a sostegno dei nostri diritti negati. Abbiamo un esempio recentissimo: la campagna di informazione e contrasto alla rapina programmata dalle Regioni saccheggiatrici del Nord, con la scusa dell’Autonomia differenziata, ha dato insospettabili esiti: il colpaccio, con uso di strappi costituzionali e documenti secretati, è fermo (ora mirano allo stesso risultato rubando pezzo a pezzo: hanno cominciato con le Centrali idroelettriche, costruite con i soldi di tutti gli italiani e divenute proprietà delle Regioni in cui sorgono, al prezzo di zero euro, l’unico che son disposte a pagare! E vogliono far lo stesso con autostrade, ferrovie… Degno coronamento e spiegazione di una politica da sempre tesa a investire solo in una parte del Paese, per potersi attribuire la dote e portarsela via). L’appello contro la Secessione dei ricchi ha sconvolto i piani, raccolto sinora 60mila firme, provocato decine di convegni, centinaia di articoli, iniziative parlamentari e governative. Si toccava con mano la sorpresa di chi non è abituato a reazioni e si accorge che non gioca più da solo. Su questa strada bisogna proseguire.

    CONCLUSIONE. Se la regola costi-benefici deve valere per le ferrovie e le strade del Sud, allora valga in tutto il Paese: via la Tav Torino-Lione, via il Terzo scellerato Valico, via la Brebemi, le pedemontane veneta e lombarda, chiudano le banche fallite venete e toscane (rimesse in piedi con i soldi rastrellati a Sud, persino dal defunto, ovvero derubato, Banco di Napoli), resituisca i soldi l’Expo dei flop spacciata per un successo. Soprattutto, basta con la legica del “cornuti e mazziati”: non possiamo fare l’alta velocità al Sud, perché non c’è la rete ferroviaria adatta. In lunghi tratti, specie sulla costa jonica, non è nemmeno elettrificata, nel 2019! Quindi, l’AV si fa dove la rete lo permette. Manco per il cavolo! Se lì hai fatto la rete adatta e qui no, non usi la fregatura che mi hai dato per fregarmi un’altra volta. Farai l’alta velocità qui e lì, dopo che anche qui avrai adeguato la rete. Altrimenti il vantaggio con il trucco, diventa il trucco per un vantaggio ulteriore.

    FIRMIAMO! La pacchia è finita. Anneghiamoli in un oceano di firme, viaggiamo alla media di circa mille al giorno. Conserviamola.

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