Tutti neri: di idee politiche, sia la vittima che l’aggressore; l’eroe, invece, di pelle. E se il nero di pelle fosse stato l’altro?
Uno studente di 13 anni, figlio unico, programma l’omicidio della sua prof di storia e procede armato di due coltellacci da sub, in modalità social: in diretta tramite caschetto con telecamera. Il delitto non ha esito letale, perché, mentre tutti scappano, uno studente congolese arrivato in Italia da solo (pare non sappia più nulla dei genitori), dopo aver attraversato mezza Africa e il Mediterraneo su un barcone, e ora ospite in una casa-famiglia, salta sull’aggressore, lo disarma e blocca, finché non sopraggiungono aiuti. Ora, lo propongono come Alfiere della Repubblica italiana e il presidente Mattarella non sarebbe sordo al suggerimento, parrebbe da indiscrezioni giornalistiche.
L’accoltellatore indossava una maglietta con la sigla TMD, che sta per morte a tutti i musulmani (total muslims death), negli ambienti di estrema destra. Ma è pure quella di un’opera di un gruppo musicale di dieci anni fa: Total mind destruction. Taciturno, aveva manifestato problemi di resa scolastica e comportamento, segnalati ai genitori. Ma ha potuto dotarsi del necessario per l’attacco (nella sua stanza , comprando online con la carta di credito della madre: coltelli, pistole e fucili soft-air, elmetto, divise…)
Ogni commento sulla qualità dell’educazione fornita al nero cresciuto nella casa-famiglia e al figlio unico a cui i genitori dedicano la vita è affrettato e fuori luogo, sapendone così poco. E senza dimenticare che le migliori attenzioni non garantiscono il risultato. E tutti sono bravi “dopo”. Certo, lascia interdetti che i genitori dell’aggressore (la madre è pure collega della vittima) non abbiano fatto nemmeno una telefonata di scuse alla prof accoltellata.
La vittima, 66 anni, all’ultimo anno d’insegnamento, appassionata del suo lavoro, vorrebbe non andare in pensione e tornare subito in aula nonostante le ferite, abbracciare il suo accoltellatore, che ha già perdonato, capire, parlargli. Del suo salvatore, dice che è meraviglioso, non per l’intervento che le ha salvato la vita, ma per educazione, maturità, impegno nello studio. Politicamente, però, lei è in linea con i neonazisti dell’AfD e Vannacci sulla “remigrazione”. Che se fosse stata in vigore quando arrivò in Italia il suo salvatore, lei ora potrebbe essere morta. Gliel’hanno fatto notare e ha replicato che non parla di quelli come il suo allievo congolese, che è “regolare”, ma dei delinquenti (come se quando arrivano con i barconi a Lampedusa, alcuni hanno il cartello al collo: “Sarò un eroe”, e altri “E io un delinquente”). Per sua fortuna, a scuola, come al pronto soccorso, nel nostro Paese, vengono accolti anche gli “irregolari”, perché finché restiamo umani, cure e istruzione non si negano ai nostri simili.
Dello studente che ha rischiato la vita per salvare la prof, non c’è quasi nulla sui giornali: due tre frasi di ammirevole serietà e la sua passione per lo studio (chiede “libri in più”) e il basket.
E ora proviamo a immaginare cos’avremmo letto se ad accoltellare la prof fosse stato lo studente senza genitori venuto dal Congo, e a salvarla, il figlio unico bianco di famiglia benestante. Le idee di destra di vittima e aggressore avrebbero avuto clamorosa conferma. Altro che “remigrazione”. Gli sciacalli usi a far uso partitico dei drammi, seminando odio (ricordate le campagne della Lega contro presunti colpevoli perché immigrati, poi risultati innocenti o il sostegno immediato “senza se e senza ma”, a presunti innocenti poi finiti in manette?) avrebbero fatto la gara a chi arrivava prima a scuola a dire bravo al giovane eroe; come misura di sicurezza avrebbero proposto classi speciali solo per migranti o figli di migranti, insomma per “gli altri”; il governo avrebbe varato il 346mo “decreto sicurezza” in sei mesi, con innalzamento delle pene; il ministro dell’Interno che già, per far morire più naufraghi possibile ed evitare che possano essere salvati, obbliga le navi di soccorso a “depositarli” più lontano possibile (magari a Genova, da dove in pullman, poi, li rimandano al Sud), avrebbe “regolamentato” il loro recupero solo in acque territoriali, ma uno alla volta (lo prendi, lo porti a terra, poi torni lì, ne prendi un altro, lo porti a terra…).
Avremmo letto analisi complesse per capire se lo studente nero non fosse un terrorista islamico precocemente “radicalizzato” e quindi se, vedi le baby-gang, l’età di quelli di cui dobbiamo avere paura non si stia abbassando pericolosamente (infatti, Israele non stermina bambini, ma embrionali cellule di Hamas, secondo la regola: meglio ammazzarli da piccoli).
E quanto si sarebbe discusso in parlamento, trasmissioni di approfondimento su come far fronte alla minaccia dei terroristi che arrivano con i barconi (secondo la logica israeliana: se c’è possibilità di uno di Hamas in una città, se ne stermina l’intera popolazione)? Volete provare a immaginare che genere di titoli, di spazi?
Non continuo, voglio solo invitare a chiedersi quanto diverse in questa storia, a colore della pelle invertito, sarebbero state l’informazione e la reazione. Se la notizia dell’aggressione alla prof fosse stata diffusa senza specificare chi fra accoltellatore ed eroe è nero, come avremmo mentalmente completato lo schema bianco/nero-aggressore/salvatore?
La risposta misura l’estensione del nostro pregiudizio sedimentato, lo spessore della lente che ci fa vedere quello che siamo stati indotti, educati a vedere. Fecero un esperimento negli Stati Uniti: a un gruppo di persone mostrarono la scena di un uomo bianco, piccolo e anziano, che picchiava un nero giovane e alto. Poi chiesero di descrivere di cosa erano stati testimoni; quasi tutti riferirono di aver assistito all’aggressione, da parte di un omaccione nero, ai danni di un anziano bianco.
Un buon esercizio per esser davvero liberi è mettersi nei panni dell’altro: l’adolescente congolese è sopravvissuto a un viaggio fatto da bambino e da solo; ha visto l’inferno. La casa-famiglia che per altri potrebbe essere “il posto degli ultimi”, una misura persino punitiva, per lui è avere casa e qualcuno; andare a scuola è il sogno. La prof lo ha descritto incredibilmente maturo (e coraggioso, abbiamo visto).
Lo è, perché ha dovuto diventarlo e perché non è stato rifiutato, escluso, ma aiutato a non fare della rabbia, della paura e del dolore, armi per vendicarsi del “maledetto resto del mondo”. Non è diventato un delinquente, perché non è stato considerato un delinquente. Ha avuto una opportunità (merito nostro) e l’ha messa a frutto (merito suo).
C’è una vecchia regola: tratta il tuo simile da animale, e ti risponderà da animale. Trattalo da essere umano e ti risponderà da essere umano. “Gli altri” siamo noi nello specchio (e viceversa). Ci saranno sempre le eccezioni, perché siamo imperfetti. Ma non sarà il colore della pelle a farci capire quali sono le eccezioni.
L’accoltellatore, non punibile perché minorenne, è stato sottratto alla famiglia e il Tribunale dei minori dovrebbe inviarlo a una comunità di recupero. Verrebbe da dire: che ve ne pare della casa-famiglia dove vive il suo compagno di classe che lo ha disarmato e, impedendogli di infliggere il colpo mortale, in un certo senso ha salvato pure lui? Visti i risultati di quegli educatori…
Mentre la prof pugnalata ha dovuto chiudere la sua pagina sociale, per i feroci commenti a suoi post quali “Com’era bella l’Italia senza migranti. La società multietnica FA SCHIFO” (senza un migrante in classe, lei ora forse sarebbe morta). Che lei sia una persona di gran cuore e una docente che vive per i suoi allievi è evidente dai suoi comportamenti. Non ha nemmeno denunciato il suo accoltellatore: non ne vuole la punizione, ma il recupero. E questo dà la dimensione di quanto profondamente possa scendere la radice della paura indotta, del pregiudizio. Il nostro dovere è cercare la migliore forma possibile di convivenza, non ha alcun senso e futuro il rifiuto della realtà: il mondo è multietnico. Solo che adesso è più evidente di prima.
Attenti a quello che ci raccontano, a come ce lo raccontano, ai delinquenti (quelli sì, davvero tali) che soffiano sulle nostre paure per usarci a loro comodo e vantaggio. Perché può accadere che, mentre crediamo di tutelarci dai “cattivi a prescindere” che ci vengono indicati, “i nostri” ci accoltellino.


