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    SE PARAGONE È INQUIETO, CAMBIA IL VENTO

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    LA GUIDA DELLA COMMISSIONE SULLE BANCHE SFUGGE ALL’EX DIRETTORE DELLA “PADANIA”

    Brutto segnale per il M5S: Gianluigi Paragone è inquieto e scontento, perché sente sfuggire la presidenza della Commissione d’inchiesta sulle banche, per l’ostilità (dice) delle banche e della Lega e, in particolare, di Giancarlo Giorgetti, potentissimo ufficiale di collegamento fra il potere dei soldi e la politica allineata a quel potere. «Hanno paura di me». «Non sono lo zimbello di nessuno», protesta. Eeeh, vedi caro Paragone (mi scuso per il tono, ma se ne capiranno le ragioni), tutti possiamo cambiare, maturare, migliorare e persino peggiorare. Ma ci tocca sempre fare i conti con il nostro vissuto, le nostre scelte. La fregatura del passato sai qual è? Che non te lo ritrovi alle spalle (cosa inquietante, spesso), ma sempre davanti, fra i piedi. E non puoi far finta di non avercelo.

    Può suonare un po’ carognesco ricordarlo, ma tocca farlo, se chi dovrebbe considerare le sue azioni alla luce e in conseguenza di quello, agisce come ne fosse estraneo.

    ARRIVÒ IN RAI IN “QUOTA LEGA”. MA LO DISSE

    La Lega che ora osa ostacolare Pagarone quale pericoloso fustigator di banche e oscuri poteri annessi e connessi, è la stessa che lo traghettò a spese nostre in Rai, con prestigioso incarico e adeguato compenso. Ma lui è uno dei pochissimi ad averlo ammesso, da subito, di questo gli va dato atto, mentre alcuni fior di paraculi cercano di convincerci (e quasi quasi convincersi) che devono tutto alla loro professionalità e al sovrano sprezzo del pericolo con cui hanno affrontato e affrontano nientemeno che i furbetti del cartellino e qualcuno (prontamente munito di scorta, sì?) addirittura i forestali terroni, massacrandoli di occhiatacce e civile disgusto in diretta televisiva (per i ladroni del Mose e della Sanità lombarda, o delle banche venete non hanno tempo).

    Paragone dovette meritare di arrivare in Rai “in quota Lega” (come gran parte degli altri, nella tv di Stato lottizzata dai partiti, allora e ora), dirigendo, lui di famiglia irpina e con papà leghista, il quotidiano “La Padania” del partito razzista antimeridionale, quello di Pontida e dei terroni topi da derattizzare, porci, merdacce, eccetera (ora è sempre lo stesso, ma non lo può dire).

    IN VIA BELLERIO, GIORNALISTI COME TERRONI

    Zimbello? Lui sa bene qual è la considerazione leghista per i giornalisti, l’ha sperimentata: a ospitare la redazione della “Padania” fu riservata l’ala peggiore del già inadatto e datato stabile di via Bellerio che la Lega acquistò, a caro prezzo, per farne il suo quartier generale; arredi, sedie e scrivanie, erano roba vecchia e raccattata chissà dove (ci vollero dieci anni per indurre i boss a sostituire le sedie rotte e su cui non ci si poteva più sedere); redattori condannati al caldo afoso d’estate e al freddo becco d’inverno. Il posto peggiore era quello del direttore, cui fu assegnata la stanza accanto ai cessi alla turca, con un sistema fognario mal progettato e un tanfo conseguente che caratterizzava l’ambiente. A volerla vedere in positivo: il direttore sapeva quante volte i redattori andavano al gabinetto, perché il rumore degli scarichi arricchiva, diciamo così, le sue telefonate e le conversazioni con gli ospiti.

    Vien da pensare che i capi della Lega vedano i “propri” i giornalisti al livello dei terroni. Ma gli servono (e devono servire. Vedete certe nuove nomine Rai). Paragone lo sa, di cosa si vuol stupire?

    Poi, cercò di dare contenuto alla sua nomina e, forse, persino di scrollarsene di dosso l’origine o farlo credere (non so dire). Ma una costante è rintracciabile nella sua carriera: iperleghista, finché la Lega era forte (ce lo vedete il direttore della “Padania” indipendente? Non della “Padania indipendente”, come da articolo uno dello statuto per partito, ma “direttore indipendente” della “Padania”); quando la Lega iniziò a sfiorire e a pesare sempre meno nell’alleanza di centrodestra, motu proprio e per pura coincidenza, Paragone cominciò a non essere più allineato e a lamentare la perdita dei “valori” (minchia!) del partito. Diciamo che si riposizionò in tempo. Lasciamo perdere i commenti maliziosi: è un dato di fatto. E gli successe ancora, coinvolgendo anche la sua vita professionale (passò a “Libero”, vicedirettore, poi a “La7”). E quando si alza l’onda del M5S, lui è sulla cresta, sospintosi dall’ennesimo ripensamento al momento giusto. Gli fanno da buon accredito alcune trasmissioni e un libro sulle banche.

    LA FORTUNA DI CAMBIARE IDEA AL MOMENTO GIUSTO

    Ora, che qualcuno lo creda furbo, ci può stare e se ne può discutere; ma si può almeno dire che ha culo e l’onda delle sue riflessioni e delle maturazioni progressive è in perfetta sintonia con quella della politica che vince? Come dire, sarà che ci fa, sarà che ci è, ma fino a ora è riuscito sempre a salire sul treno giusto al momento giusto e a scenderne quando rallentava. A esser invidiosi, c’è da farsi il fegato a gruviera.

    E si ritrova, così, candidato con i cinquestelle, non eletto, ma ripescato con il proporzionale. A me non piacque: disistimo profondamente i leghisti, perché il razzismo è un’infezione dell’anima che cancella o riduce la qualità umana degli altri, rendendone sacrificabili i diritti, la salute e persino la vita (le classificazioni umane sono la scala per stabilire chi deve vivere peggio e morire prima: gli schiavi, per dire; o i tarantini cui si può negare la stessa tutela dei genovesi dai veleni dell’acciaio). Chi è capace di concepire o accettare questo, magari solo per pura convenienza personale (che è peggio, forse), è un pericolo per il genere umano, perché queste cose cominciamo con l’esagerazione delle parole e arrivano all’esagerazione dei fatti, per l’assuefazione progressiva al peggio. Quindi è comprensibile perché non mi fido dei leghisti riciclati (anche se tutti possiamo ripensarci) e meno ancora di quelli che nel riciclo cadono in piedi (un po’ come Salvini che si scopre non più antimeridionale, se gli servono i voti delle truppe cammellate).

    PERFETTI SEGNAVENTO

    Quello che giustifica la frase con cui comincio questa nota è che se Paragone comincia a stare scomodo in questo governo e nel M5S, è segno che l’onda pentastellata rischia di essere in calo strutturale vero. Sì, i voti persi alle ultime elezioni lo dicevano già, ma se volete un termometro infallibile del “chi vince e chi perde”, tenete d’occhio i ripensatori, specie quelli seriali, perfetti segnavento. Specie alla vigilia delle europee, forse per avere mani più libere dopo. Una cattiveria? Può darsi. Ma chi osserva, valuta percorsi, non gli si può rimproverare di tenerne conto.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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