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    PERCHÉ L’ACQUA DEL SUD RISCHIA DI FINIRE AI PRIVATI

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    CON LO SCIOGLIMENTO E LA LIQUIDAZIONE DELL’ENTE TRI-REGIONALE EIPLI

    Dopo più di vent’anni, la vicenda dell’acqua di Puglia, Irpinia e Basilicata sta per arrivare a conclusione, con il decreto Crescita. Il timore, per nulla infondato (specie nell’analisi dei Movimenti per l’acqua pubblica) è che ci arrivi nel peggior modo possibile: con una formale salvaguardia dell’acqua “bene pubblico” che ponga però le premesse perché i privati mettano le mani su un bacino imbrifero che ha potenzialità stimata di circa un miliardo di metri cubi (avendo molti ridotto l’imprenditoria alla trasformazione di beni pubblici in capitali per pochi). Già si parla della più grande privatizzazione di acqua mai compiuta in Europa, in barba al referendum del 2011.

    Vero? I Movimenti per l’acqua, che da sempre si battono a difesa delle risorse idriche quale bene pubblico, non hanno dubbi e denunciano il rischio che l’attuale governo si limiti a certificare quanto varato nel 2011 dal governo Monti e confermato dal governo Gentiloni nel 2018. La guida del percorso è affidata alla parlamentare cinquestelle Federica Daga. I costituzionalisti consultati hanno opinioni contrastanti: quelli sentiti dal governo garantiscono che non c’è il pericolo che una risorsa di così grande valore finisca nelle mani di privati (chi vive questa condizione, non solo a Roma, visto che Napoli è l’unica grande città ad aver salvato l’acqua pubblica, sa di cosa si parli); altri, come Paolo Maddalena, sostengono che una volta passata la riforma, una modifica dello statuto societario basterebbe a rendere l’azienda “scalabile” e a portata di privati.

    Fra gli stessi cinquestelle ci sono pareri discordi: la proposta in Commissione del deputato Luigi Gallo di sopprimere l’articolo di legge sulla messa in liquidazione dell’Eipli è stata bocciata; un emendamento analogo è stato presentato dalla senatrice Paola Nugnes, ma il decreto passerà prima alla Camera e questo potrebbe rendere tutto più difficile, se non inutile, al Senato (dove pure giace, in attesa di risposta, l’interrogazione del senatore Saverio De Bonis, già cinquestelle, ora al gruppo misto). Mentre Andrea Guerrini, nominato in quota cinquestelle nell’Autorità dell’acqua, dichiara al Sole24ore che serve una Spa per governarla in tutto il CentroSud.

    Una cosa saggia, viste le complicazioni e la rilevanza della questione (un patrimonio enorne, oltretutto: invasi, dighe, sorgenti, traverse, condutture interregionali) potrebbe essere lo stralcio e il rinvio, se non si trovasse una risposta convincente ai dubbi.

    TROPPE INCERTEZZE SUL DESTINO DELLA SOCIETÀ LA PENALIZZANO

    L’Ente, nato nel 1947, ha fatto un buon lavoro per decenni, poi le clientele politiche e soprattutto troppi anni di incertezza sul suo destino ne hanno penalizzato la gestione. Nel 1997 (governo Prodi) la faccenda si aggrava con l’istituzione del ministero per le Politiche agricole, che sostituisce il preesistente; ma l’opera rimane a metà e gli enti che ne dipendevano restano, diciamo così, “appesi” fra il vecchio da cui escono e il nuovo in cui non entrano. I successivi governi D’Alema (1999) e poi ancora Prodi (2007) decidono che l’Eipli divenga società per azioni con dentro lo Stato e le Regioni coinvolte; ma nessuno dei governi successivi porta a conclusione la cosa. Finché, nel 2011, Monti stabilisce che l’ente sia sciolto e liquidato. Sette anni dopo, il governo Gentiloni vuole che si passi a una società fra Stato e Ministero delle Finanze, con possibilità che ne facciano parte Regioni “appenniniche”, pur non direttamente coinvolte (e che potrebbero, così, decidere dell’acqua di altri).

    Un percorso che apre la porta ai privati, a meno di fidarsi di Gentiloni: il cui governo ormai defunto, a quattro giorni dalle elezioni del 4 marzo, firma per l’Autonomia differenziata con le Regioni secessioniste del Nord; quello che stava regalando alla Francia una bella fetta del nostro mare. E qui ci possiamo fermare, perché dovrebbe bastare.

    Per come sono andate finora queste vicende (e per come si comportano i leghisti, seminatori di trappole a danno del Sud, scippatori seriali di risorse), ogni sospetto è legittimo.

    Ci sono ancora alcuni giorni per capire come stanno davvero le cose; ma, nel dubbio, andare avanti sarebbe un colossale errore. Un altro sarebbe davvero troppo.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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