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    PER IL SUD, MEGLIO UN PONTE OGGI CHE CENTO EROI DOMANI

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    Guido Dorso pensava che sarebbero serviti cento uomini d’acciaio, che non si sono visti in un secolo…

    Eppure era facile da capire: il futuro puoi costruirlo con quello che hai oggi e con chi c’è oggi. E se è poco e chi c’è non ti sembra o non è adatto, o cerchi di fare quello che si può nelle condizioni date o aspetti la gente e il tempo giusti per costruire il futuro migliore. A cui, però, potresti non arrivare; perché la controindicazione del futuro è che, mentre tu lo aspetti, quello passa. Era facile da capire, ma non per me, evidentemente (lo vedi che hanno ragione sui terroni, almeno alcuni?).

    Per trarre fuori il Sud dalla condizione coloniale a cui fu condannato con l’unificazione fatta a vantaggio di una parte del Paese (ancor oggi “autorevoli” esponenti bocconiani dell’egoismo padano, sostengono che L’Italia si salva ammazzando Napoli per ingrassare Milano), ci vorrebbero “cento uomini d’acciaio”: lo scrisse Guido Dorso, il grande irpino autore de “La rivoluzione meridionale”. Che morì nel 1947, a 55 anni, senza trovarli (infatti, la Questione meridionale sta ancora qui). Ho più di una copia del libro di Dorso (bellissima quella anastatica). È uno dei numi dell’Olimpo meridionalista. Che però è un Olimpo di morti delusi: grandissimi lottatori contro poteri sproporzionati, hanno perso lasciando un esempio di portata storica e una traccia indelebile.

    Mo’, come faccio a dire che se aspettiamo che il Sud abbia i cento uomini d’acciaio siamo fregati pure noi? Fra quattro anni anni sarà un secolo dalla prima edizione de “La rivoluzione meridionale”: cent’anni, decine di milioni di terroni, manco un uomo d’acciaio all’anno… Poi dagli torto ai Vittorio Feltri che dicono siamo inferiori e ai meridionali evoluti, premiati con cattedre e contratti da editorialisti sui giornali del Nord, che spiegano tutto con la mancanza di “una classe dirigente” adeguata del Sud, e non “estrattiva” (ovvero: ladra. Anche se la classe dirigente del Nord, dà lezioni mondiali di “estrazione”).

    Il discorso porterebbe lontano. La formazione di una classe dirigente diversa e migliore dovrebbe produrla, nel Mezzogiorno, quella che sarebbe mandata a casa dalla nuova; o quella nazionale che con l’attuale “estrae” in perfetta armonia. E fosse pur possibile, si tratterebbe di una operazione “di lungo periodo” (magari per scoprire che non è riuscita). Una di quelle cose che fecero dire a un grande economista che “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Quindi, fermiamoci al dato: per eliminare la Questione meridionale cento uomini d’acciaio in cent’anni non si son trovati. Ne han trovati di legno, di ottone, di panna montata, moltissimi di bronzo, ma solo la faccia; di piombo (i culi: avvitati a poltrone) e pure di ferro, non solo lo stomaco come i più, ma tutti di ferro, indomiti e fieri (abbattuti, spesso, nel peggiore dei modi: da Chinnici a Falcone, Borsellino, Angelo Vassallo). Ma sempre meno di cento. Vogliamo spendere un altro secolo per continuare a cercarli? Sembra la fiaba di Gianni Rodari sull’uomo senza difetti che girò inutilmente il mondo per trovare un Paese senza difetti che meritasse uno come lui. Mentre, se si fosse fermato in uno qualsiasi per eliminare anche un solo difetto, non avrebbe sprecato la sua vita.

    Quindi, la faccenda si riduce a: perché non cercare cosa si può fare qui e ora, chi c’è, c’è? Il Sud ha perso più di due milioni di emigrati in vent’anni, alla media di centomila all’anno; e, stando alle proiezioni fatte dalla Svimez, va verso la desertificazione entro pochi decenni. Per capirci meglio: ogni giorno si svuota un quartiere di quasi 280 abitanti; ogni cinque minuti se ne va uno, 365 giorni all’anno, da vent’anni…

    Persone valide, per le quali il Sud ha speso, perché fossero preparate (200mila di loro erano giovani laureati), forti e in grado, ovunque andassero, di rendere: ma ad altri, non a casa propria. Ed è stato calcolato che questo investimento perduto equivale a un esborso di 20 miliardi, che vuol dire poco meno di due milioni e mezzo all’ora, giorno e notte, per 365 giorni, da vent’anni; poco meno di 40 mila euro al minuto (due volte e mezzo il reddito annuo medio di un calabrese) regalati dalle regioni più povere alle più ricche d’Italia, d’Europa, del resto del mondo.

    L’idea di svenarsi in gente e soldi per chissà quanti altri anni ancora, in attesa di classe dirigente e circostanze migliori rischia di essere troppo costosa, in ogni senso e di portarci verso il contrario di quel che speriamo, perché la fuga dei più preparati e coraggiosi (non solo disperati: l’emigrazione dei figli è di qualità ben maggiore di quella dei loro padri e nonni), priva il Sud del bacino da cui attingere una nuova classe dirigente. So che mette i brividi dirlo, ma va presa sul serio l’ipotesi che la classe dirigente che non ci piace e che, pur di non averci a che fare, ci indurrebbe a star fermi un giro, potrebbe essere migliore di quella che verrà dopo. Ci auguriamo tutti (va be’…, quasi) il contrario, ma quanto accaduto finora depone più per questa possibilità (al ministero degli Esteri siamo passati da Aldo Moro a Luigi Di Maio; a occuparsi di economia c’era un Carlo Azeglio Ciampi, oggi tal Giorgetti Giancarlo allo Sviluppo economico; e, salvo qualche eccezione, tipo lo stesso capo del governo, Mario Draghi, la tendenza è a perdere, non a crescere).

    Classe dirigente non sono solo i politici, ma imprenditori, docenti universitari e no, giornalisti, avvocati, preti, medici, professionisti… Insomma, tutti quelli nelle cui mani, in un modo o nell’altro, sono le sorti della comunità, i suoi soldi, i sentimenti, le paure, le speranze, il racconto del passato, la guida del presente, la costruzione di futuro.

    La classe dirigente meridionale è succube di quella nazionale, da cui spesso dipendono carriere e affari (un politico troppo meridionalista non ha domani nei partiti nazionali; chi aspira ad avere una cattedra all’università è bene che sposi teorie economiche e versione storica in salsa sabaudo-padana o si vedrà sopravanzato dal terrone “ragionevole”; e così via. La nostra classe dirigente, quindi, per raccattare le briciole, non solo deve piegarsi (e lo fa, di norma), ma dividersi. I singoli dirigenti del Sud ottengono per sé, a spese della comunità meridionale e non solo non vengono giudicati come meriterebbero per questo, ma è proprio questo che li rende riconoscibili come “potere”, sia pur delegato, e capi-clientela.

    C’è un solo modo perché il Mezzogiorno esca da questo stato di subordinazione: agire da blocco unico su temi specifici (ognuno per le sue ragioni e persino interessi, se non sporchi). Facile da dire, ma quasi impossibile da fare, perché se “chi fa cosa” diventa più importante di cosa si fa, il potere di impedire che altri facciano vale più del potere di fare. E per il veto reciproco fra pezzi del Sud, il Sud resta senza Ponte sullo Stretto, senza alta velocità, senza ferrovia sull’arco jonico, senza autostrade decenti che colleghino il Sud con il resto del Sud, con i porti migliori d’Italia tenuti vuoti, per favorire quelli del Nord…

    A questo punto, perché non individuare delle opere trainanti dell’intera economia meridionale e tentare di agire come forza politica territoriale per realizzarle? E non si può che cominciare dalla Calabria, perché è la regione peggio messa di tutto il Sud, ma soprattutto perché è geograficamente la chiave di volta dello sviluppo dell’intero Mezzogiorno. È stato più volte spiegato che costruire il Ponte sullo Stretto (pur se i posti di lavoro generati non fossero davvero centomila), obbligherebbe a fare i collegamenti ferroviari e stradali veloci fra Sicilia e la Calabria, attivando finalmente il “corridoio Helsinki-Malta” che l’Europa chiede dal 1976: una arteria di commerci e turismo, di valore incalcolabile. E si renderebbe non più tollerabile il “sacrificio” imposto dall’egoismo padano al Sud di non far funzionare i porti meridionali, per non toglier traffico ai più lontani e scomodi di Genova e Trieste.

    Qualche tempo fa, si calcolò che con il solo funzionamento a pieno regime del porto di Gioia Tauro (l’unico, in Italia, che ha già i fondali per l’attracco delle supernavi, mentre per poter mettere Genova alla pari si potano le tasche degli italiani di un paio di miliardi) potrebbe attivare una economia tale da risolvere la Questione meridionale. Non calabrese: meridionale.

    Il neo-eletto presidente della Calabria, Roberto Occhiuto ha fatto intendere che non perde tempo, vuol decidere, fare e non lasciarsi imbrigliare dai balletti degli equilibri partitici. Se questo prelude a scelte forti, condivisibili, utili alla crescita della Calabria e del Sud, forse dovremmo diventare tutti maoisti: «Non mi importa che il gatto sia bianco o nero, se acchiappa il topo». Le prime cose che ha detto sono state: Sanità da risanare e via il commissario devastatore governativo, Ponte sullo Stretto e porto di Gioia Tauro. Beh, e cos’altro avrebbe dovuto dire? Un po’ come «La pace nel mondo» delle concorrenti al titolo di Miss Italia.

    Ma il giorno dopo era a Roma, dal ministro della Sanità. Un segnale per dire: faccio sul serio. Poi, però (segnale opposto), per sostenere il candidato sindaco di destra a Cosenza, fa intendere che la Regione da lui presieduta potrebbe negare finanziamenti a città governate da giunte di altro colore. E perché non tentare una controprova? Le forze politiche, le associazioni imprenditoriali, i sindacati, insomma, la classe dirigente calabrese, senza che questo significhi convertirsi occhiutiani, si propongano di agire, ognuno nel proprio ambito e con la propria identità, per uno scopo condiviso e il compito della dirigenza (in senso larghissimo) regionale diventi: la costruzione del Ponte, con le linee di collegamento veloci ferroviarie e stradali; l’inclusione del porto di Gioia Tauro fra gli scali delle rotte della seta e delle supernavi, magari in connessione con quello di Corigliano Rossano, completando la bretella Tarsia-Jonio dell’autostrada; il che porrebbe i porti calabresi in rete con quelli siciliani.

    Partirebbe dalla Calabria la svolta per il Sud, la rincorsa per la ripresa italiana: proprio quello che ha chiesto l’Unione Europea al nostro Paese, e per cui ha stabilito di destinare all’Italia, con il Next Genetion EU (o Recovery Fund), il doppio dei soldi, pro-capite, rispetto a tutti gli altri europei. Avremmo l’appoggio di Bruxelles, dei Paesi nord-europei; il governo avrebbe modo di sottrarsi alle pretese dell’egoismo padano e confindustriale e di fare, persino non volendo, la cosa giusta.

    Si può fare. Si deve fare. E i calabresi hanno un’ottima alleata: la disperazione.

    P. S.: nel tempo di lettura di questo articolo, sono andati vie altri 2-3 meridionali e il Sud ha perso altri 100mila euro e più.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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