MI SONO SVEGLIATO NEL 2076. E IL SUD AVEVA VINTO.
Ho fatto un sogno.
Di quelli che, quando apri gli occhi, ti fanno quasi rabbia, perché ti ricordano quanto il presente sia ancora distante da ciò che potrebbe essere.
Nel sogno non c’erano astronavi, automobili volanti o robot.
C’era semplicemente giustizia.
Mi sono ritrovato all’improvviso cinquant’anni nel futuro.
Era il 2076.
E qualcuno, finalmente, aveva avuto il coraggio di fare ciò che per due secoli era sembrato impossibile: applicare davvero i principi del meridionalismo. Non come slogan. Non come nostalgica rivendicazione. Ma come criterio di governo.
L’Italia aveva finalmente ammesso ciò che per troppo tempo aveva negato.
Che il Mezzogiorno non era mai stato il problema.
Era stato il credito che gli era stato negato.
Entrando ad Apricena ho avuto la sensazione di essermi sbagliato strada.
Le cave erano ancora lì.
Ma non esportavano più soltanto blocchi di pietra.
Esportavano tecnologia, ricerca, brevetti, design e università specializzate nella lavorazione della pietra naturale.
Il marmo non partiva più grezzo ma partiva lavorato a prezzo triplo.
La ricchezza restava dove nasceva.
Il centro storico era vivo.
Le case chiuse avevano le finestre aperte.
Le scuole non venivano più accorpate.
Perché erano tornati i bambini.
Le piazze erano piene di voci
Di accenti diversi.
Di ragazzi rientrati da Londra, Berlino, Torino e Milano.
Non perché qualcuno li avesse convinti con un manifesto.
Ma perché a casa loro trovavano stipendi migliori, servizi migliori e una qualità della vita che il Nord aveva finito per invidiare.
La stazione ferroviaria di San Severo sembrava un aeroporto.
L’Alta Velocità arrivava fino al Gargano.
Da Apricena a Roma poco più di due ore.
Da Apricena a Bari meno di un’ora.
Il porto di Termoli era diventato uno dei grandi snodi dell’Adriatico.
Taranto era il principale hub energetico del Mediterraneo.
Gioia Tauro era finalmente il porto che il mondo aveva sempre saputo che poteva diventare.
Le merci non attraversavano più il Sud.
Partivano dal Sud.
Le università meridionali erano tra le migliori d’Europa.
I nostri ragazzi non emigravano più.
Arrivavano studenti dal Nord.
Perché avevano scoperto che la cultura non ha latitudine.
Le aziende sceglievano il Mezzogiorno.
Non per gli incentivi.
Ma perché lì trovavano infrastrutture moderne, energia pulita, porti efficienti, competenze e una pubblica amministrazione finalmente veloce.
Le autostrade erano perfette.
La banda ultralarga raggiungeva anche l’ultima masseria.
Gli ospedali erano diventati poli di eccellenza.
Nessuno saliva più al Nord per curarsi.
Anzi.
Succedeva il contrario.
Passeggiando tra gli ulivi mi colpì un dettaglio.
Non c’era più quel senso di rassegnazione che per generazioni aveva abitato i nostri paesi.
Le persone non dicevano più: “Qui non cambierà mai niente.”
Dicevano invece: “Come possiamo migliorare ancora?”
Era cambiata perfino la politica.
Nessuno prometteva posti.
Promettevano risultati.
E se non arrivavano, tornavano a casa.
Senza drammi.
Perché finalmente era normale.
Entrai in una biblioteca.
Sul primo scaffale trovai i libri di Salvemini, Dorso, Rossi-Doria, Gramsci, Zanardelli, Nitti, Pino Aprile e di tanti altri che avevano raccontato un’altra storia del Mezzogiorno.
Non erano più considerati autori scomodi.
Erano semplicemente storici.
Perché il Paese aveva finalmente avuto il coraggio di guardarsi allo specchio.
Fuori dalla finestra vidi una scolaresca.
Una bambina chiese alla maestra: “Maestra, è vero che una volta i ragazzi del Sud erano costretti ad andare via per trovare lavoro?”
La maestra sorrise.
“Sì.”
“E perché?”
La maestra rimase in silenzio qualche secondo.
Come si fa quando bisogna spiegare una follia.
“Perché per molto tempo si confuse l’unità con l’uniformità. Si pensò che per far crescere una parte del Paese fosse normale rallentarne un’altra.”
La bambina aggrottò la fronte.
“Che idea strana…”
E continuò a giocare.
In quel momento ho capito che il meridionalismo aveva davvero vinto.
Non quando erano arrivati i treni.
Non quando erano aumentati gli investimenti.
Non quando il PIL del Sud aveva raggiunto quello del Nord.
Aveva vinto quando una bambina non riusciva più nemmeno a comprendere l’assurdità delle disuguaglianze che avevano segnato la vita dei suoi nonni.
Poi mi sono svegliato.
La radio parlava ancora di giovani che emigrano.
Di fondi insufficienti.
Di scuole che chiudono.
Di paesi che si spopolano.
Per un attimo mi è sembrato di aver perso qualcosa.
Poi ho capito.
I sogni servono a questo.
Non a fuggire dalla realtà.
Ma a mostrarci la direzione.
Perché il futuro non arriva da solo.
Qualcuno deve avere il coraggio di immaginarlo.
E poi di costruirlo.
Ogni giorno.
Anche quando tutti ripetono che è impossibile.
Perché ogni grande cambiamento, prima di diventare storia, è stato il sogno ostinato di qualcuno.

