Luca Addante, nel 2021, ha scritto un libro dal titolo I cannibali dei Borbone: Antropofagia e politica nell’Europa moderna. Nella “Premessa. Borbonici e cannibali”, anticipa il perché della sua decisione di interessarsi dell’argomento. Ne sintetizzo gli argomenti: “Sono più di vent’anni che l’ondata neoborbonica ha fatto rumorosa irruzione nella cultura italiana” e sono riusciti a produrre “una potente macchina comunicativa e ideologica, produttrice di veri e propri best sellers”. Di norma si è trattato di “autentiche baggianate, che tuttavia si sono diffuse a macchia d’olio; e un mirabile concentrato di esse può cogliersi in una canzone (Al Sud)” del cantante milanese Povia. Baggianate, che stanno “permeando strati sociali sempre più ampi e sempre meno dotati di senso critico e conoscenza storica” e sono stati “pubblicati ormai perfino da editori di rango”. Detto questo, Luca Addante si lancia in una predizione: “Il passo successivo [dei neoborbonici] sarà quello di glorificare mafiosi, ’ndranghetisti e camorristi, visto che nell’apologia dei briganti quali patrioti – fra i must neoborb – c’è la rivendicazione di una violenza brutale esercitata da bande sanguinarie”. E l’autore prosegue sottolineando che qualcuno “dirà che sono esagerazioni. Eppure, è un dato di fatto che … per il ritorno auspicato alla monarchia borbonica, l’unica strada sarebbe quella di un colpo di Stato”.
A questo punto, forse, Addante si rende conto di averla fatta grossa. La frase successiva è, forse, finalizzata all’obiettivo di non farsi querelare: “Le sirene dei neoborbonici dunque – ne siano coscienti o meno, e presumendo la buona fede della gran parte di essi – sono portatrici in sé di istanze eversive del nostro ordinamento”. Tuttavia, come dicono i Francesi, reculer pour mieux sauter. E siccome ha fatto un passo indietro e si è parato le spalle, ha fatto subito uno spericolato salto in avanti. Infatti, la frase successiva è: “Non sarà inutile ricordare che il progetto di creare al Sud una compagine distinta dal resto d’Italia – mentre al Nord era in ascesa la Lega – fu promosso, negli anni novanta del secolo scorso, dalla criminalità organizzata e dal fiorire di Leghe meridionali, i cui fili erano mossi anche da fior fior di galantuomini come Stefano Delle Chiaie e Licio Gelli”.
Addante fa riferimento a quanto dichiarato da Scarpinato il 16 giugno 2021 alla Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia (l’edizione digitale del libro di Addante è dell’agosto 2021). Solo che egli omette il fatto che il Procuratore ha sostenuto che parte della Lega Nord (molti convinti secessionisti) e altri politici erano coinvolti in queste trame secessioniste. I neoborbonici, invece, ne erano completamente fuori e, per quanto ne so io, per averne intervistati almeno una ventina su questo e altri temi, nessun neoborbonico da me contattato, al Sud e al Nord, chiede la secessione del Sud, ma solo il dovuto rispetto della memoria e della storia dell’ex Regno delle Due Sicilie. In particolare, essi chiedono che gli storici accademici si confrontino con le fonti in cui loro stanno trovando dati che smentiscono la storiografia supportata dal complesso mediatico-editoriale-accademico della conoscenza.
Dall’altra parte, è proprio questo quello che gli storici accademici e i loro portaborse temono di più proprio perché le più forti consorterie accademiche sono quelle più addentro alla struttura sociale delle conoscenza che costruisce carriere e distribuisce cariche o posizioni di ruolo e di guadagno superiori ai meriti cognitivi. Capita così che questi accademici esprimono lamentele di questo tipo: Alessandro Barbero, ne I prigionieri dei Savoja, definisce Terroni, di Pino Aprile, “un libro … che incredibilmente è stato pubblicato da un editore di rilevanza nazionale”; Luca Addante denuncia che i libri dei neoborbonici sono “pubblicati ormai perfino da editori di rango” (I cannibali dei Borbone).
Anche per evitare l’ampliarsi di questa falla nel complesso editoriale, Addante dichiara di volersi confrontare con “le ideologie neoborboniane” insistendo nel fare il proprio mestiere di storico concentrando la propria attenzione “su un caso che è tra i miti fondativi della vulgata neoborb: la controrivoluzione sanfedista guidata dal cardinale Ruffo, che determinò la fine della Repubblica napoletana del 1799”. Il “cuore della narrazione” che egli presceglie è “l’uso dei resti umani” post mortem.
La tesi che Addante formula per questa analisi storica è costruita su un circolo vizioso che si alimenta dall’alto verso il basso e viceversa. Dal basso: una rivoluzione può creare un vuoto di potere, una situazione di anarchia che porta le masse a farsi legge da sé e commettere delitti efferati, come violare ogni tabù e cannibalizzare le vittime. “Durante la controrivoluzione napoletana del 1799 la violenza esercitata quotidianamente, per mesi e mesi, raggiunse più volte lo zenit cannibalico”. Dall’alto: sarebbe stata la manifestazione di condanne a morte particolarmente violente da parte dell’autorità sovrana ad eccitare la plebe e a stimolare l’imitazione e spingere a manifestazioni particolarmente violente. Il riferimento è a un messinese, Tomaso d’Amato, che, nel 1794, in chiesa, davanti all’altare maggiore, incomincia a gridare “Io son giacobino per la vita, ,,, viva la libertà”. Quindi inveisce contro Dio, la Vergine, il principe ed altri. Viene subito arrestato, giudicato e condannato a morte. Giustiziato, per ordine sovrano, gli viene tagliata la testa, le mani, i piedi e la lingua e il tutto viene bruciato.
E poiché “la cultura è eminentemente un affare di circolazione delle idee, e stabilire se un’idea sia nata in origine dal basso, da persone non dotate di istruzione, o dall’alto, da persone colte, finisce spesso col portare al vicolo cieco dell’uovo e la gallina”. L’incipit è stato, quindi, dato dai Borbone i quali hanno insegnato al popolo come dare supplizio a un nemico, ma i sanfedisti hanno aggiunto, di proprio, il cannibalismo.
Questo circolo vizioso, cominciato nel 1794, e continuato nella sollevazione sanfedista del 1799, è il motivo per cui, quando Addante parla del cannibalismo dei sanfedisti napoletani, usa l’espressione “I cannibali dei Borbone” che costituisce anche il titolo del volume nelle cui pagine sono svolti gli argomento a sostegno. Argomenti che, personalmente, non condivido.

