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    L’ANTICA LEZIONE DELLA TERRA: RICOMINCIARE

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    INCONTRO AL SENATO CON AGRICOLTORI E ALLEVATORI

    Ci sono facce che sanno di lavoro e di terra, di tenacia e orgoglio; facce che rendono una stretta di mano un impegno fra persone serie, che hanno valori e li difendono. Beh, ne ho viste tante, ieri, in Senato, all’incontro organizzato da Saverio De Bonis con agricoltori, allevatori e sindaci del Sud, inteso come… Due Sicilie (perché c’era una interessante e combattiva rappresentanza siciliana), più i leader della recente rivolta del latte di quella Sardegna, che, come oggi lo Stato centrale, i Savoia ridussero in miseria con il loro “Piano per la colonizzazione dell’isola”, mettendo a punto sistemi di oppressione e rapina poi esportati nel Mezzogiorno, annesso a mano armata, costringendo gli abitanti a emigrare, per la prima volta nella loro millenaria storia.

    Oggi accade qualcosa di analogo: lo Stato sorto con quel criterio (il saccheggio del Sud), porta alla rovina l’agricoltura meridionale, mortificandone la produzione e i produttori (mentre si difende il riso padano, si usano i soldi destinati al Sud per comprare centomila forme di parmigiano, si pendono tutti i fondi dell’agenzia per la promozione dell’agroalimentare italiano, solo per prodotti a nord del Po, eccetera).

    UL SISTEMA CRIMINALE-LEGALE CONTRO L’AGRICOLTURA DEL SUD

    In “Giù al Sud”, raccontai il criminale meccanismo di strozzatura di aziende secolari: costrette da una serie infinita di norme e codicilli (ottimi e legittimi in un sistema equilibrato), a produrre a costi altissimi e a vendere a prezzi bassissimi, non potendo concorrere con chi, nel vicino nord Africa o persino dall’altra parte dell’Atlantico e del Pacifico, può coltivare non si sa come, usando non si sa cosa, pagando il lavoro decine di volte meno, e potendo invadere i nostri mercati a prezzi che non hanno alcun rapporto con costi e giuste garanzie (del prodotto, per i lavoratori e per i consumatori) imposte dalle nostre leggi e dall’UE. Il che porta molti, se quelle sono le cifre del mercato, a “doverci stare” entro quei numeri, magari ricorrendo a nuove-vecchie forme di schiavitù nei campi, ieri con i braccianti meridionali che si fecero ammazzare in un secolo di lotte, guidati da chi, come Peppino Di Vittorio, aveva patito l’oppressione di agrari e caporali, con loro; e oggi fratelli di un altro colore, schiavizzati anch’essi, che chiedono rispetto della loro dignità (il “Di Vittorio nero”, Yvan Sagnet, era anche lui ieri con noi. Lo ammiro molto: lo incontrai la prima volta a una replica teatrale di “Terroni” di Roberto D’Alessandro; poi… sul campo).

    Così, le aziende si indebitano per meccanizzarsi e reggere la sleale concorrenza e stare al passo con i tempi, poi fanno fatica a pagare e, alla prima rata disattesa, banche ed Equitalia azzannano; in tre anni, denunciarono i rappresentanti di categoria, 50mila aziende, anche molto grandi, erano state sottratte ai proprietari e svendute all’asta, magari per debiti di poche migliaia di euro. Mentre i titolari, orgogliosi eredi di generazioni e generazioni di conduttori di terre che erano l’onore di famiglia, irrorate dalla fatica, dal sudore e talvolta dal sangue, preferivano il suicidio (qualcuno ieri lo ha ricordato) alla vergogna di ammettere l’incapacità di reggere un mercato così penalizzante (problema che ognuno sente e soffre come suo, mentre è di sistema) o della cessione di aziende che portavano il nome della propria stirpe, tanto da dare, a volte, quel nome alle contrade.

    E NON ARRENDERSI

    Ma questa è gente che non si arrende: studia, combatte… E cerca le aggregazioni possibili per opporsi come sistema sano a sistema marcio e ladro. Sono un infaticabile, inguaribile ottimista, direbbe chi va per le spicce. Invece sono, pur se non si direbbe, uno pratico: so che gli uomini cercano continuamente vie di soluzione, e lo fanno insieme, quando si accorgono che da soli non c’è scampo. Siamo animali sociali. So che devo seguire e sostenere le iniziative che rompono equilibri consolidati e negativi, perché da questi tentativi verrà fuori lo strumento che serve per liberarci dalla condizione di minorità cui siamo stati costretti con le armi e una rappresentazione denigratoria e razzista, che abbiamo fatto nostra.

    Ogni volta becco qualche insulto da chi ritiene che siano da aiutare solo quelli che vanno bene a lui; ma lo metto nel conto; come metto nel conto che, non essendo fallibile, posso sbagliare. Però, ne vale la pena, se questo ti porta a incontri come quello di ieri. Qualcosa di serio si è messo in moto. Lo scopo è ridare valore alla terra, in ogni senso: economico, culturale, storico, sociale (c’è ancora chi pensa che il contadino sia meno di un professore, un ingegnere, un informatico, un imprenditore “di città”. C’è chi addirittura si vergogna delle scarpe sporche di terra e vede come successo sociale una reputazione sporca di petrolio.

    Ma un agricoltore, oggi, deve essere qualcosa di molto simile a un professore (di fatto, con o senza titolo: un agronomo; non è più tempo di zappa e basta); a un ingegnere o almeno buon esperto meccanico, considerato il parco tencologico di cui c’è bisogno e che bisogna saper usare, conoscere; aggiungendovi un sapere che va dalla chimica all’informatica, all’economia. Paradossalmente, una delle professioni più moderne, oggi, è l’agricoltura, settore “primario”, cui tutto si riconduce, alla fine, se vogliamo portare qualcosa a tavola (per fare un albero ci vuole ancora un seme, per fare un seme, ci vuole un frutto…; per fare un albero da frutto ci vuole un contadino).

    LA SPERANZA DAI GIOVANI CHE TORNANO ALLA TERRA, MA “IPERTECNOLOGICI”

    Il fenomeno di giovani ipertecnologici, acculturati, che tornano alla “campagna di papà, del nonno” e la rivitalizzano facendo cose meravigliosamente antiche in modo nuovo e più produttivo la dice lunga. E ieri, l’abbozzo di programma che è stato messo a punto, mira restituire valore alla terra e alle sue produzioni, reddito adeguato ai produttori e la giusta considerazione, anche sociale, per chi fa della qualità del nostro cibo la sua missione.

    Ci sarà bisogno della forza tratta dai campi e portata nelle piazze, del peso politico, mediato dai sindaci e fatto valere in parlamento; dell’informazione attenta e costante per far capire che non è un fuoco di paglia (notate come pure le nostre metafore vengono dalla terra?), ma serve una vera e propria campagna (vedi parentesi precedente) che avrà fine solo quando gli allevatori sardi non saranno costretti a buttare il latte e gli agricoltori a lasciare le arance sugli alberi.

    Ho riferito dell’ottima iniziativa di un gruppo di miei amici: il recupero degli “usi civici”, geniale istituto mediterraneo sconosciuto ai piemontesi, che consentiva l’assegnazione di quote di terre demaniali a chi non aveva mezzi di sostentamento: non si diveniva proprietari degli appezzamenti, ma tutta la ricchezza che si riusciva ad estrarne (raccolta di verdure, funghi, legna, o allevamento di animali, messa a coltura) era di chi la otteneva con il suo lavoro. In Sardegna con lo scempio della “Fusione perfetta” e nell’ex Regno delle Due Sicilie con la libertà di usurpare le aree demaniali, concessa alla rampante borghesia e nobiltà locali, in cambio dell’appoggio politico all’unificazione sotto la corona sabauda, quelle terre smisero di essere produttive come prima. E oggi vediamo cosa significa: intere subregioni che “sono di qualcuno” e incolte, mentre la mancanza di lavoro svuota i paesi e le città meridionali.

    Quindi ieri è stata trovata la soluzione? Non lo so, ma so che come nella Terra dei Fuochi, nella mia Taranto, nel Salento che vogliono svuotare degli ulivi con la scusa della Xylella, a Gioia Tauro o a san Marco in Lamis facendo il pane per non chiudere il forno di papà, qualcuno progetta e fa un altro passo, nonostante le cadute, le sconfitte.

    UOMO È CHI SI RIALZA, NON CHI RIESCE, MAGARI PER BOTTA DI FORTUNA

    Uomini non sono quelli che riescono (può capitare, a volte, per botta di fortuna), ma quelli che ricominciano. Quante volte? Una di più di quante volte cadono. Io so già chi vincerà, anche se non so dirvi quando. E badate che ve lo dico in un momento per me un po’ amarognolo: mi è stato appena portato via un progetto su cui ho speso tanto impegno, per qualche anno. Una volta spiegato, tutto sembra banale, ma ogni rigo di quel disegno ha dietro studi e qualche fallimento da cui ho potuto imparare. I miei migliori auguri a chi ci lavora e che, con questo, non c’entra nulla. Sono, per natura e scelta personale, portato a fidarmi degli altri, il che mi ha procurato le fregature più feroci della mia vita, ma anche le amicizie e gli affetti che surclassano migliaia di volte quelle fregature.

    MI HANNO TOLTO QUALCOSA, NON LA TENACIA

    Come ci si sente quando vedi una tua creatura sottratta? Mah…, 46 anni fa, in seguito a una mia inchiesta a puntate sulla mafia della manodopera (mondo agricolo, anche allora), venni querelato da chi si vide esposto con nome, cognome, targhe dei pullmini, ore e luoghi di reclutamento, tariffe e metodi di oppressione. Ebbi paura: in un tribunale ce l’ho sempre, perché di fronte non hai la giustizia, ma uomini che amministrano leggi. E non sai chi ti capita. Il mio avvocato se la rideva: di cosa ti preoccupi! In effetti, venni assolto e i querelanti condannati; poi (l’ho già raccontato), quando il presidente del tribunale aggiunse una considerazione pubblica e personale sul valore sociale del mio lavoro, scoppiai a piangere (poteva bastare l’assoluzione; il resto era una medaglia e io avevo fatto solo quello che dovevo). All’uscita del tribunale mi dissero che l’avrei pagata in altro modo.

    Tornai a casa e la trovai devastata. Non presero collanine d’oro e altre cazzatine di qualche valore, rubarono la macchina da scrivere (che avevo comprato a rate di 5mila lire…) e parte del mio archivio. Su quello che non avevano portato via e trovai sparso nel corridoio, avevano cacato sopra.

    Ecco, mi sento così. Ma quelli, forse, avevano il passamontagna. Fa niente: cos’è che dicevo prima? Ah, sì, che si ricomincia.

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