Dimenticate che “L’alba di San Nicola” è l’opera prima di un esordiente romanziere e che l’autore si chiama Michele Emiliano, politico per buona parte della vita (sindaco di Bari, presidente della Puglia) e prima ancora magistrato. Paradossalmente, se non ci si spoglia del pregiudizio possibile che deriva dal sapere di Emiliano e, peggio ancora, dal conoscerlo, si rischia di avere una visione deformata del libro, indotti a cercare, fra i personaggi, le loro espressioni, i dialoghi, i luoghi, quel che sappiamo dell’autore stesso, del suo carattere, delle sue idee e frequentazioni.
Provate a leggerlo senza copertina e le sorprese saranno tante:
– questa non sembra un’opera prima, perché solida nell’impianto, nella scansione, nella trama e nel linguaggio;
– l’attacco (ok, ok: incipit) è fulminante. Opera di un vero professionista (al primo capoverso, massimo ai primi due, è dato il compito di dire, senza svelare, incuriosire senza esaudire, far venire l’appetito, ma non sino al punto di volare all’ultimo capitolo). Nelle maggiori case editrici ci sono degli editor che hanno una particolare sensibilità e competenza nell’intuire e suggerire come si debba cominciare. Normalmente, sono gli stessi che sfornano i titoli migliori. Così, ho chiesto a Michele Emiliano: «Qual era il tuo attacco, prima che ti confezionassero questo?». Confesso che ho dubitato, quando mi ha risposto: «Quello era e quello mi hanno lasciato». Poi, non solo ho avuto certezza che era vero, ma ho appreso che dalla casa editrice volevano riducesse un po’ le pagine, ma lui ha tenuto il punto. Ha ceduto (e vorrei vedere!) su una richiesta: le note! Già, incredibilmente (e qui, altro che ingenuità da opera prima) Emiliano aveva infarcito il testo di note, come fosse un tomo accademico. Ovviamente cestinate;
– la trama è intrigante: ogni volta che ti sembra di aver capito come va a finire, un nuovo colpo di scena riporta l’indagine a zero. Va bene che l’autore ha fatto il magistrato per metà della sua vita, ma questo è un dono ed è speso con onestà: “L’alba di San Nicola” è un giallo; in tal genere di racconti, il lettore deve avere tutti gli elementi che ha “l’investigatore”, pagina dopo pagina. Certo, l’abilità dell’autore può fare in modo da concentrare l’attenzione su certi dettagli e non su quello che può già portare alla verità, ma i dati deve darli tutti (i cattivi autori tengono celato l’elemento chiarificatore e lo tirano fuori solo alla fine. Ma questo è giocare sporco, perché non consenti a chi legge di poterci arrivare da solo);
– l’autore non ha fretta, non contempla l’esistenza di personaggi “secondari”. Ogni attore è ritenuto degno di essere raccontato nella sua umanità, nel carattere, nei sentimenti. Insomma, è l’atteggiamento di chi non vede mai gli altri come folla, ma come uno più uno, più uno… E di ognuno val la pena sapere. Qui, forse, prevale la doppia natura della vita di Emiliano: da magistrato, è d’obbligo esaminare chiunque compaia sulla scena o nella trama del delitto e chiedersi che vita fa, che segreti ha, quali sentimenti coltiva e obiettivi si pone; da politico: a ogni elettore, se ne vuoi il voto non episodico ma perenne, devi parlare come fosse l’unico che conta davvero per te, devi farlo sentire “trattato”. E per questo devi conoscerlo, non far finta di. L’autore de “L’alba di San Nicola” associa il lettore in questa familiarizzazione con chiunque compaia in quelle pagine;
– i luoghi sono trattati come gli esseri umani: descritti nei colori, negli odori, nella storia, nelle ragioni stesse di essere la scena di quella parte del racconto. È un modo di umanizzare gli ambienti nei quali scorre la trama, ma per Michele Emiliano è sicuramente il modo per muoversi a suo agio in una ecologia urbana che è sua, che letteralmente “indossa” e ama, e forse c’è pure il desiderio di esaltarli quei luoghi, “approfittando del libro”. Il risultato è che puoi anche essere di Desenzano sul Garda, ma in quel racconto, in quelle strade, case, chiese, su quel mare, finisci per sentirti a casa;
– la vicenda trae spunto da una tragedia vera ed estende il karma di vero, e non solo verosimile, su tutta la parte che parrebbe fantasia dell’autore e minaccia di essere la più reale, a tal punto vera, da far sospettare che Emiliano l’abbia buttata sul romanzesco, per non poter (o non dover?) rivelare cose che abbiano a che fare con quel solido e poco narrato canale di diplomazia Est-Ovest (politica, finanza, e chissà quali altri poteri) del culto nicolaiano. Bari, con la basilica del suo Santo rubato è come Gerusalemme per i cristiani dell’Est e la Chiesa Russa, nel capoluogo pugliese, è molto più di una ambasciata; forse politicamente più ”pesante” di quella a Roma;
– la conclusione del giallo è affascinante dal punto di vista investigativo, ma molto amara e reale portata nel vissuto quotidiano, nelle ragioni di convivenza di persone fra loro e popoli, poteri, che possono richiedere sacrifici umani. Non devo ovviamente svelare la conclusione, per non essere mandato a… alla basilica, da chi non ha ancora letto il libro, ma penso di poter dire che mentre, a conclusione di ogni giallo, il valore della verità fa premio su tutto, illumina le vite dei protagonisti e rassicura tutti che la società sa emendare se stessa ed estirpare il male, ne “L’alba di San Nicola” la letteratura dimentica il suo ruolo consolatorio (il bene vince, il male perde. E la cosa è netta) e ci porta nel mondo reale: la verità è infine scoperta, ma in tempo per celarla; come se non potessimo sopportarla allo stato puro, di troppa luce si resta ciechi, e non è la giustizia a dire del colpevole e dell’innocente, ma l’opportunità sociale, politica a dettare “il male minore” che va proposto come verità più conveniente. E perché il molto e i molti possano salvarsi, un innocente deve pagare per tutti. La civiltà occidentale, portata la Grecia sul Golgota, si regge da oltre due millenni su questo.
Forse ho detto troppo. Ma questa inaspettata conclusione del racconto è una vera perla e quasi la confessione di un politico e un magistrato non rassegnato, consapevole che il mondo è grigio, e che il bianco e il nero dividono l’umanità capace di stare insieme, sopportarsi, solo nella condivisione delle proprie debolezze, dei propri peccati, come in un reciproco perdono o ricatto continuo. Gli eroi e i santi senza macchia stanno bene solo nei libri; nella vita vera, infastidiscono da vivi e da morti salgono sui piedistalli monumentali in piazza e sugli altari, celebrati da tutti quegli altri che fuori da templi e biblioteche, riempiono la città, sono la città: peccatori, quasi onesti, un po’ ladri, un po’ mignotte, sinceri se non costa niente, amici se conviene… Insomma, quella costruzione di compromessi incrociati che si chiama umanità. La verità non può essere di questo mondo, come la legge non può permettersi la giustizia, ma solo possibili, tollerabili aggiustamenti.
E San Nicola, comunque, il miracolo lo fa, ma “quanto basta”, rivelandosi molto vicino ai suoi fedeli, nel senso di comprenderne le cadute: in fondo, si fece portar via da dei ladri e fra i primi miracolo, donò tre palle di oro a tre sorelle così povere che per potersi fare il corredo e sposarsi, stavano andando a far le puttane.
San Nicola, la vita vera la conosce. In questo senso, il libro chiude con la benedizione del santo.


