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    LA MINISTRA CARFAGNA CHIEDE AL NORD DI “RIEDUCARE” I TERRONI

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    E se, come già successo nella storia d’Italia, rispolverando il metodo fondante della unificazione a mano armata del nostro Paese, con i soldi del Pnrr finanziassimo campi di rieducazione dei terroni? Per migliorali, ovvio, tanto da renderli simili ai campioni padani, da Matteo Salvini (una condanna definitiva per razzismo), a Roberto Calderoli (idem) a… (dai, vi risparmio l’elenco); a Peppe Sala, sindaco di Milano, Pd (se il Sud non riesce a fare i progetti per vincere i bandi truccati del Pnrr, truccati perché si mettono in gara strutture iper-finanziate e potenti con enti meridionali derubati dallo Stato delle loro risorse: più di 60 miliardi all’anno sottratti al Sud e girati al Nord, i soldi della perequazione orizzontale tolti “con destrezza” e conti falsi ai Comuni poveri, dalla Commissione parlamentare per il federalismo, allora presieduta da Giancarlo Giorgetti, leghista doc, pur senza condanna per razzismo, d’accordo con Pd e Pun, partito unico del Nord…; ecco, se il Sud non riesce, per questioni obiettive, a intercettare i fondi-Pnrr, quei soldi dateli a noi, che siamo più bravi, chiede Sala-lo-svelto-e-senza-vergogna, perché non capisce, o capisce ma prevalgono avidità e presunzione. Non: aiutiamo chi non può permettersi centri di progettazione e spesa adeguati, ma togliamogli il pane dicendo che è colpa loro, incapaci. È la logica, in “Pinocchio”, della ciotola irraggiungibile per il cane, perché posta troppo lontana dalla cuccia: il padrone non avvicina la ciotola, né allunga la catena; la colpa è del cane).
    Ora prendete questa po’-po’ di parentesi a ponetela anche accanto ai nomi di Stefano Bonaccini, il Pd che ha umiliato la Lega nella gara a chi è più leghista, e Luca Zaia, uno presidente dell’Emilia Romagna, l’altro del Veneto che, folgorati dal ragionamento di Sala (sintesi: Il mondo è dei furbi), hanno copiato la proposta.
    Ma, tornando campi di rieducazione per i terroni: perché?
    Perché, nell’ormai famoso dossier commissionato dalla (purtroppo per il Sud) ministra per il Sud, Mara Carfagna, alla padana House Ambrosetti, per l’inutile chiacchierificio “Verso il Sud”, tenuto a Sorrento, si legge che servirebbe “educare la popolazione, e soprattutto i ragazzi, fin dai primi anni di scuola, a una corretta comunicazione, in grado di far nascere il senso di orgoglio e appartenenza all’essere italiano e del Sud Italia”.
    Educare Giorgetti, Sala, Bonaccini, Zaia eccetera a non fregare i soldi destinati al Mezzogiorno, no, eh? Ma ne parliamo dopo. Ora conta capire cosa c’è nella mente di chi scrive questa frase. Come li “educhiamo” questi ragazzi? La scuola. Ah, quella cosa che, per norme dettate dall’allora ministra all’Istruzione (purtroppo per l’istruzione e gli istruendi), “la leghista di Forza Italia” Maria Stella Gelmini, prevede che ci sia tempo pieno dove se lo possono permettere e si attacchino al tram quelli che non possono, il che comporta, nei cinque anni delle superiori, un anno effettivo di scuola in meno al Sud, poi passa l’Invalsi e “scientificamente” certifica che gli studenti terroni sono scarsi? Quella scuola che nei libri di testo spesso gronda di concetti e “narrazioni” razziste sui terroni poveri, arretrati e oppressi, liberati dagli invasori sabaudi, senza dichiarare manco guerra, al modico prezzo di qualche centinaia di migliaia di morti e di fabbriche chiuse e svendute come ferro vecchio (da Mongiana, Calabria, siderurgia, a Pietrarsa, meccanica, Napoli, più la strage civilizzatrice di maestranze che si opponevano)? Tanto che negli ultimi anni, ci sono gruppi di docenti meridionali che segnalano alle case editrici scolastiche verità e documenti per corregge la “narrazione ufficiale” e, per fortuna, tante lo fanno. Maria Grazia Carrozza, Pd, fu la firmataria del decreto per premiare le università “migliori”. E quali sono? Quelle che sorgono nelle regioni più ricche, che fanno pagare tasse più alte agli studenti, o ricevono più contributi dalle aziende del territorio (quindi, se Einstein insegna all’università a Enna e non ha una Fiat nei dintorni, è un cretino e l’università fa schifo). Così sono stati dati e si danno sempre più soldi alle università più ricche e sempre meno alle più povere, i cui studenti sono costretti a trasferirsi nelle più ricche).
    O si può provvedere con la “comunicazione”, comunica Ambrosetti. Ottima idea, considerando che la più grande azienda culturale italiana è di Stato, la Rai. Ovvero, quella che (“La parte cattiva dell’Italia”, studio dei sociologi Valentina Cremonesini e Stefano Cristante su 30 anni di telegiornali e trasmissioni di approfondimento della Rai) dedica al Mezzogiorno (41 per cento del territorio e 34 per cento della popolazione), appena il 9 per cento del tempo e quel 9, quasi soltanto criminalità e malasanità (a proposito dell’orgoglio di essere del Sud). Come si vede, enunciare i mali e persino le possibili soluzioni, ha pochissimo senso, se non ne vengono denunciate ed eliminate le cause. E, comunque, sia da seguire da seguire il suggerimento della House Ambrosetti sull’educazione.
    Quando si educa, c’è qualcuno che educa e qualcuno che viene educato. E cosa vuol suggerire la ministra del Sud, escludendo il Sud e i suoi rappresentanti dall’orgia di chiacchiere di Sorrento, e affidandone la lettura a Forum Ambrosetti, per farne “la Cernobbio del Sud” (una sorta di pensatoio ad alto livello)? Che se vuoi migliorare il Sud, devi farlo somigliare al Nord. Tipico di chi aderisce all’idea coloniale di sé, dettata dal colonizzatore, secondo i propri interessi. Sfugge la possibile volontà del presunto educando di non voler somigliare ad altri per essere “migliore”, ma di voler crescere in proprio, magari facendo qualcosa di originale, nella sostanza o nel metodo.
    In questa idea di chi va educato e chi deve educare (“il fardello dell’uomo bianco”), c’è tutta la ragione dell’esistenza e della natura della Questione meridionale, così intesa, sorvolandone le cause, come colpa del Sud (secondo i peggiori) o missione di qualcuno a beneficio di un altro (secondo i presunti migliori). Ecco perché parlavo di campi di rieducazione.
    Nel 1861, le truppe sabaude invasero il Regno delle Due Sicilie, per “liberarlo” (da chi, se nessuno occupava quel Regno, a differenza del Triveneto?). Decine di migliaia di soldati borbonici vennero fatti prigionieri e chiusi in campi di concentramento (qualcuno li presenta come club Mediterranée e nega la strage che se ne fece, che io quantifico, con documenti, in “Carnefici”, in 15mila vittime; e il professor Giuseppe Gangemi, in “In punta di baionetta”, con altri documenti tratti dall’Archivio storico di Torino, certifica in un minimo compreso fra 12.500 e 16mila). La torinese «Gazzetta del popolo» di quel tempo spiegò in, un accorato editoriale rivolto ai soldati napoletani deportati nel campo di concentramento di San Maurizio Canavese, che era per il loro bene (cadavere più, cadavere meno): erano lì,i terroni, per essere “rieducati”: «Imparate ad amare questi vostri fratelli», ovvero i militari piemontesi che li avevano invasi, aggrediti e fatti prigionieri, «e ad imitarli» (quindi: invadere il Piemonte?); perché «ogni decorazione della loro divisa fu conseguita per la libertà d’Italia» (detto a migliaia di internati). «Imitate questi generosi» (e forse un po’ di sano egoismo sarebbe stato più gradito), perché «non aspirano ad altro che ad educarvi e farvi simili a loro».
    Questa idea del più che si piega al meno, per migliorarlo, rendendolo diverso da quello che è, è l’anima del colonialismo che si auto-assolve (abbiamo portato la civiltà in India, dicevano gli inglesi; abbiamo fatto le strade e le ferrovie in Africa, dicevano gli italiani: un contadino calabrese chiedeva “chi ci ha conquistato, se non ci hanno fatto strade e ferrovie?).
    La pedagogia degli oppressi spiega che non sono gli oppressori che possono liberare gli oppressi, perché estranei a quella condizione. E nemmeno gli oppressi possono liberare se stessi, sovrastando gli oppressori e prendendone il posto, perché si avrebbe esattamente lo schema ingiusto di prima, pur se a ruoli invertiti. Gli oppressi, per liberare se stessi, una volta divenuti consapevoli, devono prima “educare” gli oppressori, rendendoli ugualmente consapevoli. In un sistema di più-e-meno, la soluzione è solo in una linea di equità che non coincide con il più e, peggio mi sento, con il meno.
    Nel mio “Tu non sai quanto è ingiusto questo Paese”, riporto dati Istat, istituto nazionale di statistica: per esempio, per assistere due gemelli nati con la stessa disabilità, uno che vive a Trento, l’altro a Cosenza, lo Stato spende 15.141 euro all’anno per il primo (più di 1.200 euro al mese) e 368 all’anno per il secondo (30 uro al mese); la donna più discriminata dell’intero mondo occidentale è europea, italiana, meridionale, madre, single, disoccupata e si spera non anche disabile. La velocità media dei treni al Sud è oggi inferiore a quella dei primi anni del Novecento; su tratte importanti, è solo di qualche chilometro superiore a quella delle carrozze a cavalli (35 km/h); e in vaste zone del Sud, il treno non c’è proprio. Ma con i soldi del Pnrr, Milano vuole i treni hyperloop, a 1.200 chilometri all’ora, per andare prima al mare in Liguria nel fine settimana (ecco cosa accae quando i diritti sono negati come fossero privilegi; e i privilegi riconosciuti come diritti).
    Però, la ministra si preoccupa di farci educare all’orgoglio. Da chi, dalla Gelmini che cancellò dai programmi di Letteratura del Novecento per i licei, tutti gli scrittori meridionali, anche premi Nobel? Da Giorgetti che faceva “sedute segrete” per sottrarre i fondi al Sud? Da Brunetta che ritiene gli italiani fra Napoli e Caserta, “cancro”? (Mara Carfagna è di Salerno, quindi …).
    Cari aspiranti rieducatori, lasciateci maleducati, dateci i treni che ci avete negato; gli ospedali che ci avete fatto chiudere; le strade mai costruite; restituiteci i soldi degli asili, delle scuole, delle università che ci avete rubato. Siate fieri, pur se veneti o lombardi, del Ponte sullo Stretto che (non) si vuol realizzare.
    E per l’orgoglio di essere terrone, beh, risparmiatevi la fatica educativa: sono cazzi nostri.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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