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    LA MIA “GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO” NON PUÒ CHIUDERE

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    SOSPESE LE PUBBLICAZIONI DA OGGI

    Come abitare sul porto, alzarsi la mattina e non vedere il mare: la Gazzetta del Mezzogiorno non è in edicola; non si sa quando vi tornerà. Una sensazione di vuoto non previsto, non messo nel conto che ebbi in Bretagna, a Saint Malo, quando andai a salutare un amico che partiva per una regata intorno al mondo, in solitaria, Simone Bianchetti. Alcune ore dopo, tornai al porto: il mare non c’era più. Lì si hanno maree di 12-14 metri; con la bassa, il mare si ritira per miglia, non si vede più, e Saint Michel, lì vicino, non è più un’isola per due volte al giorno. Abituati alle nostre maree mediterranee, non ero preparato alla scomparsa di una delle poche certezze: il mare, il sole…

    E la Gazzetta, che da oggi sospende le pubblicazioni, per contorte procedure fallimentari. A vent’anni decisi di lasciare la facoltà di Fisica all’università di Roma (con la sola borsa di studio non potevo permettermela, ormai era chiaro) e passai a Lettere Moderne a Lecce, ma dovevo pure trovarmi un lavoro: quelli precari (fatti dall’età di 13 anni: lavapiatti, cameriere, operaio navale, venditore porta a porta, e tanti altri) non potevano essere un progetto per la vita. Volevo studiare, viaggiare, conoscere fatti e persone e scrivere: se mi pagavano per fare quello che mi piaceva, potevamo parlarne. Quindi: il giornalista.

    Mi misi in strada, autostop, non avevo soldi: a Milano, e da lì a scendere, bussando alle porte di tutti i giornali: la segretaria di Giovanni Spadolini, al Corriere della sera, forse impietosita o incuriosita da quel ragazzino magro, che dimostrava meno dei suoi anni e tutto capelli (già, perché ne avevo tanti, lunghi sulle spalle), mi dette l’elenco dei quotidiani italiani, città per città.

    E fu la mappa del mio giro d’Italia: mangiavo panini, dormivo sotto gli alberi, mi lavavo nei bagni delle stazioni (allora si poteva gratis e si entrava senza biglietto). Mi ritrovai a Taranto con la collezione di “non rompere i coglioni, ragazzino”, nelle diverse declinazioni di buona educazione.

    E scoprii che c’era un quotidiano anche in Puglia, ma ero stufo e non andai a Bari, scrissi al direttore, Oronzo Valentini. Pochi righi, in cui, con la presunzione dei vent’anni, dicevo di non aver nessuna esperienza, ma un talento: imparare in fretta. E lui doveva approfittarne e prendermi nel suo giornale o se lo sarebbe rimproverato come uno degli errori più gravi.

    Tre giorni dopo (o di più, non ricordo bene) mi arrivò la risposta: si presenti alla nostra redazione di Taranto. Manco sapevo che c’era e dov’era: non avevo mai letto, toccato, un quotidiano in vita mia; la prima volta fu per leggere il mio primo articolo. Si è categorici a quella età e per me, lettore onnivoro di libri, tutto il resto della carta stampata era merda. Il giornale era una necessità alimentare, anche se per i primi due anni e qualche mese non mi pagarono. Ma imparai tante cose.

    Il mio primo capo, Franco de Gennaro, era un uomo buono e pratico; in redazione trovai (lo dico subito: ho culo nella professione) il mio primo maestro, uno dei più grandi giornalisti che abbia mai incontrato, Dino Lopane. Poco più di due anni dopo, mi chiamarono dal giornale concorrente, “Il corriere del giorno”, offrendomi quello che era la chimera del giornalismo, allora: “Il Contratto”! Che erano un sacco di soldi sicuri. Dissi di no (ero confuso, in quel periodo: un collega importante del “Corriere della sera” mi aveva proposto di andare a Milano: «Sei mesi e sei assunto»). Tornai alla Gazzetta e il capo mi convocò subito: «Stai fermo, il contratto te lo facciamo noi». Avevano saputo che ero stato dal concorrente, non che avevo detto no.

    Assunto e trasferito a Bari, in Cronaca, prima guidata da Charles-Bronson-Italo-Del-Vecchio, poi da Antonio Rossano, il cui ultimo ricordo è di 40 anni dopo: lui in fondo alla sala, a Bari, mentre io ritiro il premio Campione, ringrazio, cito i miei maestri (Lopane, lui, Oronzo Valentini, il più gran direttore che dio abbia mandato in terra: ci litigai per nove anni; abbandonammo il giornale insieme, e sulla prima pagina della Gazzetta di quel giorno, c’erano la sua firma d’addio e la mia sull’ultimo servizio, dopo nove anni, prima di trasferirmi a “Oggi”).

    Andai ad abbracciare Tonino, magro, smunto (lui che era sempre stato paciocco, roseo) e fu uno strano turbamento, eccessivo, rispetto all’occasione. Suo figlio Angelo, bravo che ha preso davvero dal padre, mi telefonò piangendo non molto dopo: «Papà aveva un male orrendo. Avrebbe dovuto ricoverarsi d’urgenza. Volle essere presente alla tua premiazione. Entrò in ospedale il giorno dopo». E vi morì.

    Con Federico Pirro (poi direttore di Rai-Puglia), vivemmo la notte in cui uccisero Benedetto Petrone (giovane comunista di Bari Vecchia, accoltellato in una aggressione da parte di coetanei del Movimento Sociale): ero di turno, ma Federico si era fermato per finire un suo lavoro. Rifacemmo il giornale, ma non c’era tempo: dettavo direttamente al linotipista (il poligrafico che “scriveva” le righe di piombo con cui comporre poi gli articoli nelle pagine); ma quando la Questura ci fornì l’elenco degli aggressori, con una scusa, chiesi al Proto (il capo dei tipografi), di cambiarmi linotipista: nella lista c’era il figlio. Una tragedia nella tragedia: quel linotipista era uno dei più amati e rispettati compagni di lavoro, responsabile sindacale di categoria per la Cgil, e suo figlio figurava con i fascisti aggressori. Tornati in Questura, con Federico, dopo un po’ lo vedemmo arrivare, bianco come un cencio, un volto senza vita, duro, ma lui ritto, dignitoso: «È mio figlio», disse solo, e rimase muto ad aspettare notizie, per sapere cosa poteva fare un padre.

    E le nottate trascorse sulle vie della mafia della manopera, dei “caporali”. I nomi, i luoghi, le trame, le targhe dei furgoni… Quando pubblicai le puntate sulla Gazzetta, mi denunciarono. Avevo paura, non ero mai finito in tribunale da imputato; ero sposato da poco, una figlia, cambiali…, avessi dovuto pagare qualcosa, ero rovinato. Mi difese (gratis) Mario Russo Frattasi, che fece un’arringa rimasta negli annali: «Mi associo alle richieste del pubblico ministero» (parola più, parola meno: non chiedetemi la precisione; ero tesissimo, senza fiato, non capivo quasi nulla). «Tutto qui?», chiesi al mio avvocato. «Siediti», rispose lui. Arrivò la sentenza: ero assolto, i querelanti condannati a pagare le spese. «Ma…», aggiunse il presidente del tribunale, e mi cascò il mondo addosso (oddio, e mo’ che c’è? Ti pareva che non ci stava la fregatura?). Invece il giudice disse che riteneva di dover dare atto al giornalista del valore civile della sua inchiesta. Tutta la tensione crollò di colpo; piansi. Nell’uscire dal tribunale, il mitico Italo Palasciano, corrispondente de “L’Unità”, mi disse: ho saputo che te la faranno pagare in altro modo.

    Ebbi casa devastata: non rubarono niente, se non la macchina da scrivere, e sul mio archivio, sparso nel corridoio, avevano pisciato e cacato sopra.

    Fui assunto il 1° aprile 1973 alla Gazzetta. Lo stesso giorno furono assunti Salvatore Giannella (ci eravamo visti circa due anni e mezzo prima, dinanzi alla porta ancora chiusa della redazione tarantina della Gazzetta: era il mio primo giorno; e il suo primo giorno, per il primo articolo, per ABC; veniva da Trinitapoli, Tavoliere) e Giovanni Valentini. Divennero entrambi direttori de “L’Europeo”, anni dopo e anche altro. Ero arrivato da poco a Bari, feci un articolo su un senza tetto con cui mi ero messo a parlare, scoprendo che si trattava di un grande matematico. Venne in Cronaca, dalla sezione Esteri, un collega che aveva due-tre anni più di me, a farmi pubblicamente i complimenti: Lino Patruno, che poi diresse la Gazzetta per 13 anni.

    Detti filo da torcere ai miei capi, ma per il carattere, non per il lavoro. Non mi resi conto di comportarmi male, a volte, come quando Beppe Zaccaria (che poi sarà uno dei migliori cronisti di politica estera, per “La Stampa”, con reportages imperdibili dalla guerra dei Balcani) mio vicino di scrivania, mi prestò la sua auto, io gliela restituii parcheggiata a spinta sotto la Regione a Bari: «Si è fermata…». Mi disse anni dopo (signori si nasce) che gli avevo vuotato il serbatoio. Non ci avevo proprio pensato alla benzina…

    Quando andai via dalla Gazzetta, scesi a comunicarlo al Proto, perché, non volendo interrompere la fattura del giornale, desse ai tipografi il mio saluto. Lui bloccò il lavoro, chiamò tutti al banco e disse una frase che non ripeto, per pudore. Mentre uscivo, mi raggiunse uno di loro, con meritata fama di orso, non parlava, grugniva, non gli andava mai bene niente e nessuno. Mi afferrò per un braccio, ero schiacciato contro la macchina del caffè: «Mi sei sempre piaciuto, perché sei cattivo», disse tutto d’un fiato, mollò il mio braccio e tornò in tipografia. «Il suo modo per dire che ti ritiene libero», mi spiegò il Proto, cui chiesi incuriosito.

    La sera ero a Milano, il giorno dopo, 1° marzo 1979, a Padova… Dimenticai di firmare il contratto con la Rizzoli. A fine mese, a tutti fu consegnato lo stipendio, a me no. «Non risulti assunto», mi spiegò ridendo il direttore, Paolo Occhipinti. Mi rimandò (corretto in meglio) il contratto e questa volta non dimenticai di firmarlo. Così, anche con il nuovo editore, ufficialmente cominciai a lavorare il 1° aprile.

    Come con la Gazzetta. Una data che mi ha portato bene. Grazie al quotidiano della mia regione.

    Non esiste che chiuda. Troppa storia, perché se ne possa fare a meno.

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