Home Altro INCONTRAI AGCA, DOPO L’ATTENTATO AL PAPA, E MI DISSE…

    INCONTRAI AGCA, DOPO L’ATTENTATO AL PAPA, E MI DISSE…

    379
    0

     

    FUI IL PRIMO GIORNALISTA A POTERGLI PARLARE IN CARCERE

    Alì Agca sparò a papa Giovanni Paolo II il 13 maggio 1981; e il primo giornalista a intervistarlo in carcere, tre anni e mezzo dopo, fui io. Per disposizione del magistrato, non potevo far domande sull’inchiesta. C’erano i dirigenti del carcere di Rebibbia a controllare che non uscissi dall’elenco di quelle (banalissime) ammesse. «Come vede, però», dissi ad Agca, «c’è un limite alle mie domande, non alle sue risposte». Lui fece un cenno: capito… Io, invece, non capii che il terrorista turco dei Lupi Grigi forse mi stava svelando cose importanti, con frasi dall’aspetto innocuo, per esempio: «Io ho detto a lui (il Papa, che aveva incontrato nella sua cella) qualche verità che non posso riferire. Qualche verità metafisica»; o sul «suo (del Papa) nobile impegno verso il genere umano», «il diritto dell’umanità a sapere la verità riguardante il suo destino»… Manca «la pace nel mondo» e siamo al completo, pensai. Chiesi di spiegarsi meglio, rifiutò: «Tanti uomini intelligenti mi comprenderanno molto bene». Ero uno strumento, quindi, per comunicare qualcosa ad altri; un messaggero escluso dal messaggio. Il mio livello di lettura, più basso. Nel corso dell’intervista, ebbi la sensazione che lui mi esortasse a uno sforzo, di cui non fui capace.

    Rilessi più volte le sue risposte, negli anni, cominciai a sospettare di poter forse capire qualcosa:

    1 – dopo aver raggiunto un agente infiltrato in Bulgaria, Paolo Dinucci, e aver appreso che, nella vicenda dell’attentato al Papa, i servizi segreti italiani giocarono una partita diversa da quella della magistratura. A Sofia finii nell’hotel in cui aveva soggiornato Agca. Dinucci non mi fece pagare il pranzo. Poi, nel suo ufficio, scoperchiò cassapanche lungo i muri: «Volevi pagare, con questi?». Dollari. «O… », altra cassapanca, «questi?». Marchi. «O…?» Franchi. «O…?». «Quanti soldi sono?» chiesi. «Boh, non li contiamo, li pesiamo». Stampati a cura di istituzioni bulgare. Falsi di Stato. Pubblicai tutto su Oggi;

    2 – dopo la caduta del muro di Berlino (quel giorno ero in Germania, per un altro servizio: nella professione ho fortuna), quando iniziò la civiltà informatica: la civiltà industriale fece nascere gli Stati nazionali (lingua nazionale, moneta nazionale, giornali nazionali, talvolta religione nazionale), quella informatica, con la globalizzazione, costruisce un mondo unico: stessi oggetti, desideri, mode, telefonini, cibo e, col tempo, governo, moneta e un dio per tutti. Nel 2005, Dinucci, poi finito a collaborare, mi disse dieci anni dopo, con il Kgb sovietico, il Mossad israeliano e in ultimo la Conferenza islamica, mi raccontò che “era stata decisa” la rivolta del Nord Africa, la creazione di uno Stato islamico fra Siria, Iraq e Turchia, la deindustrializzazione dell’Italia ed era stata acquistata una bomba atomica da buttare sul Vaticano. Gli chiesi quando sarebbero arrivati i marziani. Misi in contatto Dinucci con un grande magistrato esperto in queste cose, Ferdinando Imposimato, che ne ebbe buona impressione e parlò di lui (“coraggioso agente”) in un suo libro.

    Poi vidi la rivolta del Nord Africa, la nascita dell’Isis, le grandi aziende italiane svanire, vendute, la Fiat andar via. E quella faccenda della bomba? Ebbi paura, non sapevo cosa fare. Dinucci ogni tanto mi telefonava per dirmi: abiti troppo vicino a Roma. Nel 2011, a New York, ebbi occasione di discorrere con uno degli uomini, ancor oggi, più importanti del Vaticano (quelli davvero tali, si vedono poco): in un mondo globalizzato, tre monoteismi, Cristianesimo, Ebraismo, Islam, sono troppi. Quale prevarrà e come? O una sintesi dei tre? «Siamo nelle mani del Signore…», concluse, ma era chiaro che una mano gliela dava pure lui;

    3 – il Papato di Benedetto XVI appariva sempre più debole, inadatto ai tempi terribili che, pur senza chiarezza delle cause, si avvertivano sottotraccia. Nel 2013, se ne ebbe prova: Ratzinger, fatto inaudito, si dimette; al suo posto arriva un campione della Chiesa, Jorge Mario Bergoglio, gesuita (il potere dei gesuiti è tale che il loro capo è detto “Il Papa nero”, per questo mai un gesuita era stato eletto Pontefice. Segno che la navicella di Pietro è in una tempesta mai vista);

    4 – nel 2014, Alì Agca torna a sorpresa in Vaticano, ufficialmente per deporre fiori sulla tomba di papa Wojtyla. Viene espulso, in poche ore, dal nostro Paese, per irregolarità dei documenti, ma una giovane giornalista riesce a intervistarlo per il settimanale Oggi; lui, appreso il suo cognome, le chiede se ha qualche relazione con «il mio amico signor Pino». «Mio padre», risponde, Marianna. Collegando frasi dette a lei con altre dette a me trent’anni prima, e le cose apprese nel frattempo, mi sembra di cogliere un filo che le unisce: «Sto cercando di portare avanti il mio unico obiettivo: edificare un monoteismo assoluto», dice Agca. Marianna gli chiede se c’è da temere attentati in Vaticano, e lui risponde: «L’ho sconsigliato ai miei conoscenti negli ambienti islamici»;

    5 – a quel punto comincio a non dormire la notte; racconto della faccenda della bomba a chi, nelle istituzioni, può occuparsene. Chiedo a Dinucci di venire allo scoperto e pubblico in un mio libro, “L’Italia è finita”. Con la globalizzazione, dice, il Vaticano «deve scomparire, per consentire una nuova piramide di potere». Religioso? «La religione non c’entra. C’entra il suo uso a fini di potere». Potere, potere… Il potere è l’oro o la spada, i soldi o le armi. «I soldi non contano più niente. Ne stampano quanti ne vogliono. Veri, non come quegli altri che vedesti. Conta solo il potere». Ma chi diavolo sarebbe questo “potere”? Silenzio. Vuoi dirmi che uno fabbrica e si tiene un ordigno del genere da dieci anni, e… «Non l’hanno fabbricata, l’hanno fatta sparire». Come si fa sparire una bomba atomica? «Ne erano partite sei, ne sono arrivate cinque». Partite da dove, arrivate dove? «Dagli Stati Uniti». Quindi erano degli Stati Uniti? «Partite dagli Stati Uniti». Arrivate dove? Silenzio. Chiedo di più su questo “potere”, chi sono, chi è. Replica: «Fermiamoci qui».

    Su queste cose non hai possibilità di controllo o controverifica giornalistica. Ma non potevo continuare a tacerle.

    Alla domanda su quando sarebbe questa follia, risponde: «So cosa, chi e perché. Non quando». Come fai a essere così sicuro: eri presente quando sarebbe stata presa la decisione? «No, ma la cosa è sicura, al cento per cento». Significa doversi fidare di qualcuno che te lo dice. Ne hai qualche conferma? «Appena lo seppi, la chiesi a uno dei capi di Al Qaeda. Sobbalzò: come lo sai? Poi disse che, sì, era così». Dunque è Al Qaeda. «Ma no. C’entra, come tante altre cose; ma non è».

    Avvisai Dinucci di aver riferito a esponenti delle nostre istituzioni le sue confidenze. «Sanno già tutto», disse. Quando l’intervista uscì, il prelato che avevo incontrato a New York mi mandò un messaggio: l’ho messa, con un mio appunto, sulla scrivania. Non precisò quale.

    Sono un cronista a cui è capitato di cogliere degli sprazzi di cose più grandi di lui, ne ho tratto una indicazione confusa, come le pitture giapponesi delle nebbie: un pezzo di tetto qua, un ramo là, uno scorcio di ruscello in basso a bucare un panorama avvolto nella foschia. E non è il pittore, ma chi osserva il quadro a doverlo “ricostruire”. Così, ognuno “vede” il suo. Ho scritto nei miei libri le osservazioni sulla civiltà informatica, terza rivoluzione nella storia della nostra specie (da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori, a industriali, a digitali), che cambia il mondo a velocità mai vista e tende a uniformare tutto.

    Dovessi riassumere, a distanza di 40 anni, forse comincio a capire qualcosa, di quella intervista, da: «Io ho detto a lui (il Papa) qualche verità che non posso riferire. Qualche verità metafisica» e: «Il diritto dell’umanità a sapere la verità riguardante il suo destino», a: «Sto cercando di portare avanti il mio unico obiettivo: edificare un monoteismo assoluto».

    Ho cercato Agca per chiedergli conferme. Al suo numero, in lingua incomprensibile, ha risposto un ragazzo che ridendo con altri nella stanza, su un tappeto, mi ha offerto del tè. Magari, quando capito da quelle parti…

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci un commento!
    Inserisci il tuo nome qui