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    “IL GIUDICE E MUSSOLINI” DI R. VESCERA: COSÌ CAMBIÒ LA STORIA

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    INDAGÒ SUL DELITTO MATTEOTTI E ARRIVÒ AL DUCE. MA LO FERMARONO

    “Il giudice e Mussolini”, di Raffaele Vescera, vede la luce (e, incredibilmente, per puro caso!) a poche decine di ore dal giorno del centesimo anno della nascita del fascismo, mentre orribili segnali di risveglio della Bestia rendono miserabile il presente e pericoloso il futuro, come accade per ogni totalitarismo, dietro qualsiasi colore si camuffi. Il protagonista della vicenda è Mauro Del Giudice, integerrimo magistrato che stava per emettere ordine di cattura per il Duce. Lo fermarono, e le cose presero il corso che sappiamo, con la fine della democrazia, l’assassinio, il carcere, il confino per i dissidenti, le leggi razziali, la tragedia della guerra che ridurrà l’Italia in macerie.

    La storia è raccontata in forma di romanzo, ma solo per scelta di maggior divulgazione, facilità di lettura, perché tutto quello che Vescera narra è vero, tratto da documenti, e persino da ricordi di famiglia, dal momento che il papà di Raffaele (i Vescera sono garganici) conobbe il magistrato, che nacque a Rodi Garganico e dopo la persecuzione di cui fu vittima, si ritirò a Vieste. Un segno non secondario del valore del libro di Vescera è la casa editrice, la Enrico Damiani, che ha in catalogo titoli scelti e particolarmente curati.

    TANGENTI AI GERARCHI E AL RE

    La vicenda si riferisce al delitto Matteotti. Il parlamentare socialista ha scoperto che una delle più grandi compagnie, la Sinclair oil, è finanziatrice dei gerarchi fascisti; lo stesso Duce era stato agente britannico a cento sterline a settimana e, una volta al potere, i finanziamenti erano continuati attraverso il fratello, per sostenere il suo quotidiano; gerarchi fascisti, massimi esponenti delle istituzioni e persino Vittorio Emanuele III, erano a libro paga. Giacomo Matteotti torna da un viaggio-inchiesta in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi e annuncia che ha i documenti per dimostrare la corruzione del regime e li porterà in Parlamento. Il 10 giugno del 1924, mentre va a Montecitorio, viene rapito e ucciso dalla banda di cinque squadristi del fascio, guidata da Amerigo Dumini, che risulterà essere un agente britannico (su questo hanno pubblicato documenti Mario Josè Cereghino e Giovanni Fasanella in “Il golpe inglese”).

    La Procura apre le indagini. Il fascicolo tocca a Mauro Del Giudice. Nonostante le manovre del regime per ostacolare l’inchiesta (cercheranno di comprometterlo con una donna che si scoprirà, poi, essere una prostituta; gli affiancheranno un collega ccon il compito di spiare e sabotare il percorso investigativo), il magistrato arriva dove non deve arrivare: tutto porta a Mussolini quale mandante del delitto. Del Giudice sa qual è il suo dovere e si rende conto delle conseguenze di quello che sta per fare. Si fida del suo capo, maestro e amico, suo riferimento morale e di dottrina. E sarà lui a tradirlo.

    LA PERSECUZIONE

    L’inchiesta gli viene sottratta e comincia la persecuzione (trasferimenti, umiliazioni…), che non fermerà l’attività antifascista e clandestina del magistrato. Il quale si ritirerà poi nel suo Gargano, avendo vissuto quasi sulla sua pelle i bombardamenti di Napoli, dove aveva la sorella (la capitale partenopea fu una delle città più martellate di tutta l’Europa dagli Alleati: 105 missioni distruttive contro la popolazione civile) e di Foggia, che venne letteralmente rasa al suolo.

    Gli ultimi anni lo vedono declinare. Vescera narra come venga a volte irriso da una banda di ragazzini, che pure il papà di Raffaele allontanerà, per rispetto di quel grande magistrato di cui non si ricordava più la vicenda. «Ma lo sai che è l’uomo che avrebbe potuto cambiare la nostra storia?»

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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