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    DON PEPPINO DIANA. PRETE CON L’ODORE DELLE PECORE (da “Avvenire”)

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    Il “prete della Terra dei Fuochi”, padre Maurizio Patriciello, ricorda su “Avvenire” il suo predecessore, don Peppe Diana, ucciso in chiesa il giorno dell’onomastico

    “I veri galantuomini sono quelli che non fanno professione né di eroi né di vigliacchi, sono quelli che ieri non gridavano Viva la Germania e oggi non gridano né Viva l’ America né Viva la Russia”. Non so per quali misteriosi ingranaggi di pensieri mi ritornano in mente queste parole di Curzio Malaparte mentre ci prepariamo a celebrare il venticinquesimo anniversario dell’ orribile omicidio di don Peppino Diana. Aveva 36 anni appena questo prete aversano quando fu trucidato dalla camorra mentre si accingeva a celebrare la messa. Era la festa di san Giuseppe. La camorra, la mafia, la ‘ndrangheta scelgono con cura la data in cui colpire. Non deve essere un giorno qualsiasi: don Pino Puglisi venne ucciso nel giorno del suo compleanno, don Peppino Diana in quello del suo onomastico. Mai avrebbero pensato di diventare eroi o santi questi due preti meridionali che nemmeno si conoscevano. Credo che ne avrebbero riso al solo pensiero. Una risata calda, aperta, schietta. Una fragorosa e ricca risata meridionale. Eroe? E che vuol dire? Può accadere, certo. E tante volte accade. T’incammini, procedi, ci credi, fai sul serio. Hai sete di autenticità, di libertà, di umanità; non vuoi barare, non vuoi imbrogliare, non vuoi ingannare né ingannarti. Sai che si vive una volta sola e non intendi sprecare quest’ opportunità. E a qualcuno tutto questo dà fastidio. No, di eroismo con Peppino, manco a parlarne, ti avrebbe riso in faccia con benevole ironia e ti avrebbe invitato a bere un caffè al bar. Ma guai a suggerirgli di farsi i fatti suoi, di far finta di non vedere, di essere prudente, di non correre rischi. Guai a dirgli che non spettava a lui, prete, interessarsi di camorra e camorristi. Un carattere forte, deciso, magari spigoloso, il suo. Amabile con tutti, rispettoso di tutti, desideroso di servire tutti, ai prepotenti non la dava vinta. E di prepotenti, che nella sua terra abbondavano e abbondano, lui ne conosceva tanti. Uno dei clan più sanguinari e insidiosi che la storia delle mafie ricordi è proprio quello nato e sviluppatosi nel suo paese, Casal di Principe. Il cosidetto “clan dei Casalesi”. Tanti di quegli ignobilie tristi figuri erano suoi vicini di casa, vecchi amici di scuola, compagni di giochi adolescenziali. Poi le strade si divisero. Mistero della vita. Nati nello stesso paese, battezzati nella stessa chiesa, zapparono le stesse terre, studiarono nella stessa scuola, si espressero nello stesso, gustosissimo, dialetto partenopeo con quel particolare accento che sa d’ inglese. Eppure, uno consumerà la sua vita per riscattare il popolo che ama dalle grinfie degli altri che quel popolo odiano, maltrattano, umiliano fino ad affossarlo. Il prete don Giuseppe Diana e i camorristi di Casal di Principe. Un braccio di ferro. Strade parallele. Lotta tra bene e male. Eppure, strano a dirsi, non era don Peppino a temer di loro, ma loro a tremar di lui. Loro,armati di pistole e mitragliette, con macchine di lusso e conti in banca; loro che vantavano agganci con la politica e la mafia siciliana. Questi “duri” tanto fragili e spavaldi, spiavano il piccolo prete armato di vangelo. Golia e Davide. Peppino è un uomo, un galantuomo, non è un vigliacco, non lo è mai stato; loro si, lo sono, lo sono sempre stato, e lo sanno bene. Lo sanno, ma non vogliono sentirselo dire. Loro hanno estremo bisogno di essere elogiati, incensati, adulati. E di persone disposte a rendere questi servizi mortiferi, umilanti e redditizi, ne trovano in grande quantità. Loro vorrebbero offrire alla sua parrocchia, banchi e suppellettili, calici d’argento epissidi d’oro. Sculture di santi e madonnine in legno pregiato, in memoria di parenti e amici uccisi. Loro bramano di essere considerati normali, normalissimi casalesi. Camorristi si, ma non cattivi. Camorristi si, ma amici del popolo. Loro vorrebbero collaborare con don Peppino e gli altri parroci quando questi organizzano la festa del paese o danno da mangiare ai poveri. Basta chiedere. Loro sono cattolici, hanno battezzato i figli, si sono sposati in chiesa, in chiesa portano i loro morti. Perché l’ amico d’ infanzia li tiene a distanza? Perché non accetta le loro offerte? Perché ostenta di non temerli? Perché non chiede? Perché continua a predicare e scrivere contro di loro? Perché non fa l’elogio funebre ai funerali dei loro cari? Perché mette a dura prova la loro pazienza? Don Peppino è un uomo, un galantuomo, non è un vigliacco. Non si è mai schierato dalla parte del più forte, non ha mai parteggiato per il potente di turno, chiunque esso sia. Don Peppino è un prete. Un semplice prete. Un vero prete. Un prete amico di Dio e dei figli di Dio. A servizio della Chiesa e dei figli della Chiesa. Un prete tra la sua gente. Un figlio del suo popolo. Quel popolo, per amore del quale, non tace, non può tacere. Don Peppino è un vero “ Casalese”. Tra le tante cose che i camorristi devono immediatamente restituire alla società civile c’è anche il nome del paese in cui don Peppino e migliaia di persone perbene sono nati e che loro hanno usurpato. Loro non sono i “ Casalesi”, ma quelli che hanno insozzato, calpestato, insanguinato le strade, le case, la vita di Casale. Don Peppino è il vero Casalese. E lo uccisero. A tradimento lo uccisero. Gli spararono. Alle spalle gli spararono. I vigliacchi fanno così. Hanno sempre fatto così. Sanno solo fare così. Uccidono e scappano. Ammazzano e mentono. Mentono e arraffano. Arraffano e terrorizzano. Bella forza! Bel coraggio! Una vita artificiale, la loro. Una maschera eterna. Tutto finto, tutto falso. Tutto vecchio, tutto decrepito, tutto sporco. Tutto tragicamente inutile. Vite sprecate. Mani insanguinate. Opportunità perdute. Perciò a loro i preti semplicemente preti, gli uomini semplicemente uomini fanno paura. E gli dichiarano una guerra spietata. A volte sterminandoli, altre volte infangandoli, emarginandoli, calunniandoli. Ridicolizzandoli. Peppino fu ucciso nell’uno e nell’altro modo. Senza sapere che dalla morte dei giusti sorge un’alba nuova. Sono passati 25 anni da quel tragico e dolorosissimo 19 marzo 1994. Sembra ieri, sembra un secolo, un’eternità. Mi telefonarono. Corsi. Peppino stava riverso in una pozza di sangue in chiesa. Una pugnalata al cuore. Credetti di svenire. Sul presbiterio, impietrito, in silenzio, angosciato, addolorato, il volto bianco come la tovaglia dell’altare, stava l’allora vescovo di Aversa, Lorenzo Charinelli e qualche confratello. Li raggiunsi. Ci abbracciammo. Nessuno osava parlare. Un nodo ci serrava la gola. Il vescovo sussurrò:« Preghiamo… preghiamo». Abbassammo il capo. Pregammo e piangemmo. Sembrava che tutto fosse finito. Peppino era morto. Possibile? La camorra aveva dunque vinto? Il male aveva prevalso? Invece. L’ uccisione di Peppino segnò la condanna a morte del “Clan dei casalesi”. Lentamente, ma inesorabilmente, da quel giorno iniziò il declino di quei ceffi che avevano terrorizzato il nostro territorio. Sbocciava la primavera del riscatto. I campi si ricoprivano dei fiori della dignità ritrovata. Nei cuori la speranza iniziò a galappare. Sono stati anni incredibili. Impegno. Coraggio. Arresti. Pentimenti. Carcere duro. Confische. Comitati. Cortei. Cultura. Preghiera. Scuola. Magistratura. Forze dell’ordine. Venticinque anni. Sono passati venticinque anni e non c’è stato un giorno in cui non ci siamo confrontati con don Peppino Diana. Che non gli abbiamo chiesto consiglio, forza, aiuto. Che non abbiamo pregato per lui e pregato lui di pregare per noi. Don Peppino Diana, un prete che ci ha insegnato cosa vuol dire essere preti. Cosa vuol dire essere uomini. Se sia un eroe non lo so, se lo è diventato è stato solo suo malgrado. È accaduto. Accade. Può accadere ancora. Nostro malgrado, può accadere ancora. Di certo, Peppino, è stato un uomo, un galantuomo. Un prete come Dio, la Chiesa e il popolo desiderano che siano i loro preti. Veri, schietti, senza paure, senza ipocrisie. Preti peccatori e limitati ma innamorati di Gesù e impregnati dell’odore delle pecore. E che per strappare quelle pecore ai lupi che ne vanno ghiotti, sono disposti a tutto, ma proprio a tutto, anche a dare la vita. Loro malgrado, se Dio lo chiede. Solo se Dio lo chiede.

    Padre Maurizio Patriciello (nella foto all’inizio dell’articolo).

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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