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    COME SI UCCIDE UNA CITTÀ, TARANTO: “IL CIELO OLTRE LE POLVERI”

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    Un grande libro di Valentina Petrini.

    “Il cielo oltre le polveri”, di Valentina Petrini è un gran libro, scritto con competenza e passione civile: ricchissimo di dati, di citazioni e analisi di documenti che hanno richiesto ricerca e studio (per nulla facile, quasi sempre, essendo necessarie conoscenze non superficiali, dalla chimica alla medicina, alla giudiziaria, per non incorrere in errori di valutazione), come capita ai giornalisti che devono occuparsi di argomenti ostici.

    Ma Valentina Petrini, che ha lavorato per trasmissioni televisive d’inchiesta, come Piazzapulita, ha condotto Nemo – Nessuno escluso, ideato e condotto Fake – La fabbrica delle notizie, si occupa di Taranto e della strage di tarantini per l’inquinamento industriale da parte dello stabilimento siderurgico (il più vasto d’Europa, grande due volte la città), perché lei è di Taranto (come me), del rione Tamburi (come me), poi trasferita al quartiere Paolo VI: i due centri, con la frazione di Statte, più colpiti dai veleni dell’acciaieria: sui tarantini e nelle loro carni si è versato quasi il dieci per cento della diossina dell’intero continente europeo, sino a oltre il 90 per cento della diossina emessa da tutte le industrie italiane messe insieme. Valentina narra la strage a norma di legge (cangiante di volta in volta, per aggirarle le leggi, se i magistrati le fanno rispettare) dando voce ai parenti delle vittime (alcuni non avevano mai voluto rispondere ai giornalisti), dai genitori del piccolo Lorenzo Zaratta, a cui, a soli tre mesi di vita, viene diagnosticato un terribile tumore al cervello (una serie infinita di interventi chirurgici, sino alla morte), alla vedova di Alessandro Morricella, l’operaio “colatore” che viene investito da una bocca d’ispezione dell’altoforno (che doveva essere spento, per sentenza del giudice, ma tenuto in attività, con un ricorso alla Corte Costituzionale), da un getto rovente di ghisa e gas a 1.600 gradi: l’elmo protettore gli si fonderà sulla testa, del corpo non si salverà nulla, meno del 10 per cento non sarà ustionato, sino alle ossa, in alcune parti. Eppure, il giovane Alessandro, padre di due bimbe, sportivo, aspirante allenatore di calcetto a cinque, ci mise giorni a morire. Una perizia calcolerà in almeno 386 i morti da inquinamento; mentre il numero degli operai “vittime del lavoro”, non si saprà mai, perché per troppi anni (io c’ero, lo ricordo), non furono nemmeno contati,

    Chiunque abbia un minimo di coscienza non può leggere senza che il sangue acceleri nelle vene, questo libro sul martirio di una città e una popolazione, costretta a scegliere fra la vita e il lavoro, o addirittura a decidere di rinunciare alla prima per il secondo; e apprendere che a Taranto, pure quando la proprietà dello stabilimento era statale (e figurarsi quando è stata di privati, la famiglia Riva e ArcelorMittal), si è risparmiato a spese della vita dei tarantini. I numeri sono impressionanti, da far invocare una sorta di Norimberga jonica, che pure, nella riduzione giudiziaria ai minimi termini di immani tragedie, si è messa in piedi, grazie al coraggio di magistrati di grande dirittura morale e coraggio, quale Patrizia Todisco (nel libro, brava Valentina!, c’è la sua unica intervista in tutti questi anni). Perché dico “riduzione giudiziaria ai minimi termini”? Perché nei tribunali si entra per cercare la giustizia e si trova solo la legge, che è sempre quella del più forte. E quando dei magistrati, pur con quelle leggi, alzano il tiro, il potere politico ed economico interviene per disinnescare sentenze, cambiare le norme, aggirare condanne, appellarsi al cavillo che toglie ogni speranza di giustizia.

    Così, sotto accusa vedi il capoturno, il responsabile del reparto, il manager…, al punto che quasi ti sembra ingiusto che tragedie di tale portata debbano esaurirsi nella responsabilità di esecutori che fanno da scudo ad altri che non vedremo mai sul banco degli imputati (non può certo ridursi, la giustizia, alla condanna dei Riva, che hanno anche perso l’azienda).

    Eppure, Valentina lo racconta, Taranto ha lottato: le maggiori manifestazioni popolari di sempre (20 mila persone in corteo) sono state fatte per chiedere giustizia. La città si è divisa, fra chi, per paura di perdere il lavoro, ha accettato di poter perdere la vita e chi non ha accettato di scegliere fra l’uno e l’altra. Questo, in una città che dipende dallo stabilimento, ha diviso le famiglie. E Valentina Petrini riferisce della sua, della differente lettura del padre, militante della sinistra storica, il fratello operaio, lei giornalista d’inchiesta; con il ripudio, da parte di tanti operai, dei sindacati che sono stati complici, troppo spesso, di quei poteri che ai diritti costituzionali dei tarantini, hanno anteposto gli interessi della produzione.

    Il libro “non finisce”, nel senso che le vicende sono ancora in corso, ma nessuno potrà dire che non sapeva cosa si è fatto a Taranto, contro Taranto, contro i tarantini (per tutelare la salute e la vita dei genovesi, si sopprime il reparto di lavorazione a caldo dell’acciaio, perché altamente inquinante, e la si aggiunge a quello di Taranto, dove vivono italiani per i quali non è prevista pari tutela). È un atto di accusa e di dolore, quello di Valentina Petrini. E par di capire che gli assassini resteranno impuniti, in questo strano giallo in cui i nomi dei colpevoli sono noti dall’inizio, mentre vengono condannati i maggiordomi e l’unica sentenza a cui i veri responsabili non sfuggiranno sarà quella della storia: postuma, alla memoria, inutile, per morte del reo.

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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