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    CALABRIA, ANCORA MINACCE A SARA SCARPULLA, SIAMO TUTTI SARA

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    In uno Stato, la prima delle disuguaglianze, la peggiore iniquità è quella di non garantire a tutti i cittadini la stessa sicurezza, la stessa protezione e tutela dell’incolumità, della proprietà.

    CALABRIA, ANCORA MINACCE MAFIOSE ALL’EROICA SARA SCARPULLA, SIAMO TUTTI SARA

    𝐓𝐮 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐧𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞
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    Il risultato delle denunce di Sara Scarpulla contro alcuni esponenti della famiglia dei Mancuso di Limbadi, dopo quasi trent’anni di provocazioni, agguati, sino all’attentato con una bomba che costò l’invalidità per il marito Francesco Vinci e la vita al loro unico figlio, Matteo? Le provocazioni che subivano prima subiscono adesso; prima dovevano sopportare la distruzione dei paletti di confine della loro terra (appartenente ai Vinci dal Settecento, ma pretesa dai Mancuso) e denunciarlo invano una, due, cinque, non si sa più quante volte e la distruzione dei paletti di confine subiscono adesso; le denunce si accumulano senza comportare alcuna conseguenza; si accresce il senso di impunità di chi agisce sapendo che negli uffici dello Stato il racconto delle prepotenze si perde, incrementando la sensazione di abbandono delle vittime, così educate alla sottomissione “per quieto vivere”, schiacciate fra la protervia di chi aggredisce e l’assenza (a volte percepita, altre volte vera) di chi dovrebbe difenderle.

    Nel caso specifico, Sara Scarpulla ha appena denunciato, indicando i presunti autori, l’ennesimo danneggiamento della recinzione e lo sconfinamento nella sua terra. Accadrà qualcosa? Da quasi trent’anni prosegue questa storia, ma la sequenza delle provocazioni non si è mai interrotta, anzi ha avuto un crescendo sino all’aggressione fisica, le bastonate (e Sara e suo marito, dopo le botte prese, si videro addirittura denunciati per rissa) e infine all’attentato con la bomba, nell’aprile del 2018, che costò la vita a Matteo Vinci, bruciato vivo sotto gli occhi di suo padre Francesco, rimasto coinvolto nella esplosione, ma sopravvissuto, e di sua madre Sara.

    Gli esecutori di quell’assassinio furono poi individuati e ora sono in galera. Ma dopo lo sdegno, il dolore, la solidarietà, eccetera, non è cambiato quasi niente. Un mese dopo, maggio 2018, già Sara denunciava che avendo accompagnato, con il suo legale, dei giornalisti nel suo terreno, notava che la barra d’accesso non si sollevava, perché era stata bloccata con un bastone. Piccole cose? Sì, piccole, tante, sempre, una al giorno, senza sosta, sei nel mirino: una piccola cosa dopo l’altra, sino alla bomba. È già successo: vogliamo che si ripeta? Le prenderemo sul serio solo quando si arriva alla bomba? Ecco un breve elenco di alcune delle più recenti denunce:

    23 giugno 2020: “mio marito Vinci Francesco Antonio, di ritorno dalla nostra proprietà terriera sita in Limbadi, in località Macrea-Cervolaro, riferiva di essersi accorto di un cumulo di terra smosso e di un solco scavato nell’accesso del sentiero di nostra proprietà, probabilmente mediante l’utilizzo di una macchina operatrice agricola occultata nel terreno di proprietà di Di Grillo Lucia, in uso e nella disponibilità della sorella Di Grillo Rosina”.

    8 dicembre 2020: “in data odierna alle ore 8.45 circa, mi trovavo presso il mio terreno nella località Macrea e venivo avvisata da mio marito Vinci Francesco Antonio che la Di Grillo Rosina, con la quale ho già avuto molti contrasti in merito, aveva smosso del terreno davanti alla mia proprietà, rovinando l’ingresso per accedervi (…) sono stanca di continuare a subire queste vessazioni senza ricevere riscontri positivi nei miei riguardi e della mia famiglia”.

    6 febbraio 2021: “… mio marito Vinci Francesco Antonio, riferendomi che questa mattina aveva notato che alcuni paletti posti a recinzione della nostra proprietà sita nella località Macrea del Comune di Limbadi erano stati divelti e danneggiati (…) sicuramente dalla Di Grillo Rosina perché solo lei ha accesso a quella strada”.

    7 marzo 2021: “… qualcuno introdottosi abusivamente all’interno del nostro terreno aveva asportato parte della recinzione, che era rimasta in piedi a seguito di un altro danneggiamento per il quale ho già sporto denuncia-querela…”.

    È solo qualche scampolo. Ripeto: se vi paiono piccole cose, non solo ricordo che questa famiglia è stata distrutta in un modo atroce (Matteo era figlio unico, e che figlio!, e il padre ora è invalido) e che le “piccole cose” sono il modo in cui, ogni giorno, ti viene ricordato “chi comanda qui” o vuole comandare; anzi, meno grave è il gesto per affermare la graduatoria fra chi opprime e chi viene oppresso, maggiore è il potere da cui scaturisce. Tanto che l’esercizio massimo di prepotenza è quello che non ha bisogno di dichiararsi e a cui ci si sottomette volontariamente, perché “si sa”, “così stanno le cose”, “ti vorrai mica mettere contro quelli?”.

    Sara Scarpulla e il marito Francesco Vinci non sono soli a subire, a Limbadi, feudo dei Mancuso, ma altri preferiscono il silenzio. Al più qualcuno confida: «Anche noi…», ma non lo dice in pubblico, men che meno denuncia. Anche perché, guardate cosa succede a chi lo fa e da quasi trent’anni: le angherie continuano, il figlio è stato ucciso e suo padre, che era con lui, ora è invalido. Valeva la pena, per un pezzo di terra? Per dei paletti abbattuti a sfregio chissà quante volte, ma in fondo, solo una recinzione? Per…?

    È così che ci si abitua a essere schiavi di prepotenti, a sottomettersi; e quel silenzio diviene il modo di essere di una comunità, di dipendere da un “don”, dagli amici del “don”, dagli amici degli amici del “don”, dagli umori del “don”, dagli interessi del “don”. Rinunciando alla dignità. Oppure andarsene, fuggire, lasciare il campo (in senso metaforico e reale) a chi la fa da padrone.

    Poi c’è chi non cede e non scappa. E quello è il seme della rinascita della comunità. Sara e suo marito hanno pagato un prezzo orribile, ma non cedono. Speriamo che l’attenzione dello Stato non sia proporzionata al livello delle provocazioni (ancora una denuncia, per qualche paletto…?), ma alla ragione di quelle angherie. Speriamo e chiediamo che lo Stato non si limiti a protocollare, ma invii, dove più serve, forze adeguate, di competenze plurime, si mostri agguerrito, deciso, e ci faccia dimenticare con l’azione i patti Stato-mafia, le masso-mafie infiltrate nelle istituzioni, perché non si può pensare di combattere poteri così grandi (pur se poco appariscenti, in loco) con lo stesso numero di uomini e mezzi impegnati in località simili solo per dimensione e numero di abitanti, non per la dimensione dei poteri criminali espressi e latenti e delle loro ramificazioni nella politica, nella economia, nello Stato.

    Sara Scarpulla continua la sua battaglia e la fa per tutti: ora è candidata alle elezioni regionali con il Movimento 24 agosto per l’Equità Territoriale, in modo da portare quei temi e quella capacità di contrasto dentro il Consiglio regionale calabrese. All’unanimità, è stata chiamata a far parte del Direttivo nazionale del Movimento, perché si sappia che la sua è la battaglia degli onesti. Sara non è sola. Sara siamo noi.

    𝐓𝐮 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐚𝐢 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐢𝐧𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞
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    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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