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    ARTICOLO SUL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO: FALLIRÀ PER IL DEBITO LA SECESSIONE LEGHISTA DEI RICCHI?/ di Pino Aprile

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    San Contratto! Ora pro nobis: «La riforma delle autonomie regionali è nel contratto di governo, siamo tutti impegnati a realizzare l’autonomia rinforzata nel migliore dei modi. Ci sono stati referendum plebiscitari… Ma ci muoveremo nel binario costituzionale».

    Parole del primo ministro Giuseppe Conte. E mettono i brividi, perché ‘sto “Contratto” pare prtevalere sulla Costituzione. Le intenzioni di Conte e altri del governo saranno (forse) le migliori. Ma di quelle è lastricato l’inferno. E provo a spiegare la ragione del pessimismo:

    1 – a) Se capita che vinca quello con la fionda, se ne parla nei millenni; la regola è che vince il più forte. E la forza, oltre l’esperienza nell’uso a favore di pochi delle regole democratiche e delle istituzioni, è tutta dalla parte della Lega, che entrata nel governo con il 17 per cento dei voti (il M5S il doppio), agisce e incassa come fosse il padrone di casa che tollera un ospite fastidioso e temporaneo. Nella partita per l’Autonomia “rinforzata” (già detta “regionalismo differenziato”, o “federalismo solidale”…, non sanno più come chiamarla, per nasconderne la vera natura: Secessione con furto della cassa comune), la Lega parte vincente, perché ha dalla sua:

    b) l’identificazione con il territorio;

    1. il blocco economico-imprenditoriale più solido e vorace (di soldi pubblici) del Paese;

      d) la condivisione dell’obiettivo da parte dei presidenti di Regioni pur concorrenti fra loro e persino apparentemente agli antipodi: il veneto e leghista Zaia malsopporta il pigliatutto leghismo lombardo, rappresentato da Fontana, una sorta di segnaposto; ed entrambi in teoria sarebbero contro il presidente piddino dell’Emilia Romagna, Bonaccini. Nei fatti, chiedono le stesse cose e insieme;

      e) idem le rappresentanze territoriali dei diversi partiti che sarebbero, sulla carta, incompatibili. I referendum la Lega li ha fatti in concorrenza con il M5S del Nord e i pentastellati hanno scritto il “quesito” (volete più soldi?) di quello lombardo; centrodestra del Nord tutto a favore; il Pd pure, prima in ordine sparso, con dichiarazioni di suoi esponenti settentrionali, poi i consiglieri regionali Pd di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna con documento congiunto, chiedono che l’Autonomia dei ricchi sia “prioritaria”, per il governo. E usano quasi le stesse parole della Lega nel “Contratto”;

      f) il Sud, tutti zitti, salvo alcuni parlamentari del M5S: per la senatrice Paola Nugnes, meglio che cada il governo, e non il Paese. I dirigenti meridionali Pd silenti e acquattati; i presidenti di Regione pure: un paio (Pittella in Basilicata e Oliverio in Calabria) hanno qualche problemino personale che li distrae, diciamo così (ma erano stati zitti pure prima); il pugliese Emiliano seguirebbe la via delle Regioni del Nord, il campano De Luca, ne era tentato, ma fortunatamente ha cambiato idea. Detta all’ingrosso: politica ed economia del Nord ci sono e coese; quelle del Sud no e pochi fanno poco;

      g) gli imprenditori del Sud cominciano a capire la fregatura e, a partire da Confindustria di Napoli, si fanno sentire (pochi e tardi). Quindi, il Sud diviso e debole, il Nord compatto e forte.

    2 – a) «Ci sono stati referendum plebiscitari», dice Conte e non può ignorarli. I plebisciti, da noi, hanno brutta fama: da quelli di annessione al monarchia/repubblica. In Lombardia, si sono astenuti più del 60 per cento degli aventi diritto e a votare è andato il 38,33 per cento, dei quali quasi il 4 ha votato contro; più le schede nulle e le bianche, l’Autonomia è stata chiesta, di fatto, da un lombardo su tre: mi pareva che la definizione di plebiscito dicesse altro. In Veneto ha a votato il 57,2 degli aventi diritto: contrari, schede nulle e bianche, circa il 2,5 per cento; vuol dire che uno ogni due ha detto sì. “Plebiscito”?

    b) la Consulta ha detto che questo genere di referendum non ha alcun valore e non impegna le istituzioni. Se «siamo tutti impegnati», come dice Conte, è perché lo vogliono, non perché debbano.

    3 – «Ma ci muoveremo nel binario costituzionale». L’abbiamo già sentita e finora è stata una presa in giro per il Sud:

    a) gli enti parlamentari (Commissioni e Comitati di consulenza) per il varo di federalismo fiscale e costi standard hanno stuprato le norme costituzionali sulla parità di diritti; si è avuto il coraggio di scrivere, in documenti ufficiali, che se la Costituzione impone di corrispondere “interamente” quanto dovuto ai Comuni svantaggiati, “interamente” significa la metà di “interamente”;

    b) la definizione dei Lep, i livelli essenziali delle prestazioni uguali per tutti, è disattesa da 17 anni. «Nel binario costituzionale», non può esserci Autonomia senza quelli, il cui studio richiede tempo (ce n’è stato, ma si è preferito non farlo, perché se no le Regioni che puntano a prosciugare la cassa sarebbero rimaste “con il cappello in mano”). Come si fa a chiudere tutto entro il 15 febbraio? E perché, invece di partire dalla garanzia dei diritti a tutti, ci si deve affrettare a dare ancora di più a chi ha già di più?

    c) il trasferimento delle competenze (scuola, sanità, trasporti…) e relative risorse dallo Stato alle Regioni dovrebbe avvenire “a costi invariati”. Ma questo, nel preaccordo scellerato fra Veneto e governo Gentiloni in agonia, vale solo per il primo anno, poi alle Regioni più ricche lo Stato dovrebbe dare (sottraendolo alle più povere) in proporzione al gettito fiscale, sino a lasciar loro i 9/10 delle tasse. Cosa c’è di costituzionale in questo?

    Se il M5S ha preso un tale impegno, senza che rendersi conto dell’enormità della cosa (di sicuro, per molti di loro è così), mantenerlo a tutti i costi è la fine del Paese chiamato Italia, avvertono stuoli di economisti e giuristi. Se è questo il progetto, prima si fanno i conti. In Belgio, fra Valloni e Fiamminghi, ci hanno provato, arenandosi dinanzi alla domanda: il debito chi lo paga?

    Pino Aprile

    Giornalista e Scrittore


    “Fa’ quel che devi, accada quel che può”, è la mia regola. Se ti fai condizionare dai rapporti di forza (ma “loro” hanno tutto: giornali, tv, soldi, potere…) o dalle conseguenze possibili (non otterrai nulla, in compenso ti schiacceranno) non troverai mai il momento giusto per agire. Mentre l’unica cosa che conti è la ragione di agire: se c’è, fallo. E basta. Come? Don Luigi Sturzo disse: chi sa scrivere scriva, chi sa cantare canti, chi ne è capace, faccia politica. Sono nato nel 1950, sono cresciuto in una casa popolare, ho avuto ottimi genitori. Quello che ho scritto mi ha caricato di responsabilità verso gli altri e il futuro (ho un nipote…) e ora devo risponderne. Sono qui per questo.

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