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    SU “LA SICILIA”. COME IL NORD VUOL DERUBARE IL SUD DEI FONDI EUROPEI

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    Dopo-covid: il Sud salva l’Italia, che cerca di derubare il Sud. Detta così suona brutale, ma è quel che rischia di succedere. Al Mezzogiorno, applicando le norme dettate dall’Unione Europea, spetta almeno il 70 per cento dei 209 miliardi del Recovery Fund, ovvero 145 miliardi, e 64 al Centro-Nord. Per l’interdipendenza economica Nord-Sud, però, il 41 per cento dei soldi investiti nel Mezzogiorno rimbalza a Nord, per cui, di quelle somme, al Sud resterebbe, vero, circa il 43 per cento e il 57 al Centro-Nord. Mentre dal ministero dei Trasporti retto dalla Pd Paola De Micheli (non nuova a braccino corto al Sud) si fanno circolare tabelle in cui si “dà” al Mezzogiorno il 40 per cento, nominale, che corrisponderebbe al 27 effettivo (scarso). Come dire: ennesima fregatura, che non rispetterebbe nemmeno il vincolo di legge del 34 per cento minimo, proporzionale alla popolazione meridionale. Un giochino che non può e non deve passare. Nello stesso governo, le misure proposte dal ministro alla Coesione, Peppe Provenzano, vanno in direzione opposta.

    Fatto numero 1: la Germania si fa capofila dello sforzo congiunto europeo per far ripartire l’economia prostrata dal virus. La cancelliera tedesca Angela Merkel è ora diventata “buona”? Economia e politica hanno per valore-guida solo la convenienza. La Germania, violando impunemente i limiti alle esportazioni imposti dall’Unione europea, ha impoverito i suoi clienti, che ora non hanno più i soldi per comprare le sue merci (quello che, in scala diversa ma identico sistema, è successo nel nostro Paese, con le risorse pubbliche destinate al Sud, deviate al Nord). Un guaio, per il primo Paese manifatturiero del continente (in più, quello che la Germania ha fatto alla Grecia, insieme alla Francia, è stato così orrendo, che ci vorranno decenni prima che gli europei possano dimenticarlo). Il sospetto era che volesse approfittare pure delle nostre difficoltà. Questo avrebbe disintegrato l’Europa Unita, perché a tutti i Paesi sarebbe apparso chiaro che poi sarebbe toccato ad altri. L’economia italiana, inoltre, è manifatturiera come quella tedesca, e tributaria di quella (quando qui si son fermate le fabbriche per l’epidemia, lì le case automobilistiche son rimaste senza i pezzi per le vetture). Quindi, per salvare la Germania, di fatto in recessione (la Deutsche bank continua a licenziare, chiudere sportelli, perdere soldi), bisogna arricchire gli altri Paesi europei, a partire dall’Italia, così intimamente connessa all’economia tedesca. Infine un dato politico inedito: i Paesi mediterranei hanno fatto fronte comune contro quelli nordeuropei e la Francia si è schierata con il Sud. Il che ha consentito che la linea del Recovery Fund passasse dopo l’incontro risolutore fra il presidente francese Emmanuel Macron e la Merkel.

    Fatto numero 2: la chiave per la ripartenza europea (e della Germania) è che l’Italia riparta (ecco perché il nostro Paese, da solo, prende più del 25 per cento dell’intera torta). Ma la chiave per la ripartenza dell’Italia è che riparta il Sud: su questo, al nostro governo sono arrivati i moniti (e pure pesanti), da parte del Fondo monetario internazionale, dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e da altre autorità comunitarie. La ragione è banale: il Mezzogiorno, per la colpevole discriminazione di governi nazionali di ogni colore, è la più grande area europea senza infrastrutture, servizi ed economia di livello europeo. Il che, paradossalmente, ne fa un territorio dove ogni euro investito rende molto di più (circa 1,41 euro), contro il quasi nulla al Nord ormai saturo (meno di 1,05). Pertanto, l’UE ha stabilito che i soldi del Recovery Fund devono andare quasi tutti al Sud.

    Fatto numero 3: i presidenti delle più ricche regioni italiane, Attilio Fontana (Lombardia), Luca Zaia (Veneto), leghisti, Stefano Bonaccini, Pd (Emilia Romagna) e quello di Confindustria, Carlo Bonomi, hanno chiesto che i soldi europei vadano, invece, “all’Italia che produce“, la “locomotiva”. Ovvero, non rispettare le norme dell’UE e sfruttare il diritto del Sud a quei fondi, per dirottarli al Nord, dove, come documentato dall’ente statale Conti Pubblici Territoriali, già vengono girati ogni anno, 62 miliardi destinati al Mezzogiorno (dieci ponti sullo Stretto; una volta e mezzo l’alta velocità in tutto il Sud). La presunta locomotiva, poi, da vent’anni consuma risorse di tutti gli italiani, ma restando ferma in stazione, visto che dall’inizio del secolo il nostro Paese è l’unico a crescita zero, in Europa, contro il 18 per cento dei Paesi della zona euro e il 38 di quella non-euro.

    Fatto numero 4: il calcolo della distribuzione del Recovery Fund deve avvenire in modo proporzionale alla popolazione (fattore X: a Sud, un terzo del totale, 20 milioni); all’indice medio della disoccupazione negli ultimi cinque anni (fattore Z: al Sud triplo che a Nord) e inversamente proporzionale al reddito pro-capite (fattore 1/Y: al Sud poco più della metà che al Nord). Applicando tale formula, il risultato ottenuto dalla Commissione Economia del Movimento per l’Equità Territoriale, di cui sono presidente, e guidata da Pasquale Cataneo e Paolo Mandoliti, è: quasi 145 miliardi e 287 milioni di euro a Sud, il 70 per cento del tutto, poco più di 63 miliardi e 712 milioni al Centro-Nord, il 30 per cento.

    Ma per “l’effetto dispersione” dell’interdipendenza economica nazionale, ogni euro investito a Sud, genera una ricchezza aggiuntiva di 40,9 centesimi a Nord (il contrario, solo 5). Il che comporta che del 70 per cento nominale, a Sud resti effettivo il 43 (pari a 89 miliardi), e al Centro-Nord vada il 57 (quasi 120 miliardi). Il famoso e strombazzato 40 per cento della ministra De Micheli, per lo stesso meccanismo redistributivo, vedrebbe la quota effettiva destinata al Mezzogiorno scendere al 27 per cento.

    È la linea di governo? Non sembrerebbe, alla luce delle iniziative (il rispetto della quota 80 per cento Sud, 20 Nord, dei Fondi coesione e sviluppo) e delle proposte (riduzione fiscale del 30 per cento sul lavoro al Sud) del ministro alla Coesione, Peppe Provenzano.

    Una partita da giocare, che il Sud può vincere solo se i parlamentari e i presidenti delle Regioni meridionali la giocheranno insieme e nella stressa direzione. Dopo questa partita non ce ne sarà un’altra, la posta è: piatto (il rispetto integrale dei diritti) o fuori dal tavolo per sempre.

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