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UN PAESE CHE SEMINA ODIO E DIVORA SE STESSO. PER SOLDI/ di Pino Aprile

Un Paese si sgretola, mentre una ristretta banda di profittatori che usano quasi tutta la stampa, partiti interi e governi come “società di servizio”, lo spolpano con “grandi opere” (mentre mancano a Sud quelle essenziali) che si rivelano solo “grandi mangiatoie”, per tangenti che vanno da due volte (Mose) a quasi cinque volte (metropolitana di Milano pre-tangentopoli) quello che si spende per i lavori veri e propri; e per le linee ferroviarie ad alta velocità, con l’aggiunta di “spese collaterali”, fanno salire i costi da 7 a 13 volte a chilometro. Mentre l’ennesimo ponte, il nono in tre anni, crolla sulle vite di povera gente, le strade scassamacchine per buche mai colmate diventano omicide o sprofondano in voragini che ingoiano auto, palazzi e aumentano al Sud i paesi ormai irraggiungibili per una frana o altro che li priva dell’unica strada che c’era.

La televisione accesa sulla diretta continua, per scorrere i sottotitoli, sperando che la cifra già troppo alta di morti si fermi. E immaginarli, quei poveretti, nell’ammasso di cemento, ferraglia, auto, camion: in quelle macerie sono state maciullate persone che avevano sogni, speranze, progetti, erano consolazione e gioia di altri, cercavano una via di uscita a un dolore nascosto, pregustavano la gioia di qualche giorno di riposo con gli affetti, gli amici, nel posto aspettato da mesi, felici di offrir ai figli una vacanza. Un urlo, lo stupore, il terrore, la disperazione di non poter far nulla per i propri cari. La sintesi di un Paese che ha saputo rinascere, ma non unirsi, e poi si autodistrugge, se persino nel momento del lutto, un impresentabile viceministro leghista, tale Edoardo Rixi, leghista, riesce a produrre uno schizzo di invito all’odio, facendo derivare il crollo del ponte Morandi dai soldi spesi per completare la Salerno-Reggio Calabria, che completata non è, nemmeno dopo mezzo secolo ed è l’opera pubblica meno costosa d’Europa a chilometro; se avesse perso meno tempo per le spese pazze con soldi pubblici fatte quand’era consigliere regionale ligure, e per le quali è sotto inchiesta, Rixi avrebbe facilmente trovato tutti i fondi che voleva, per il ponte Morandi, nei miliardi spartiti in mazzette per le grandi opere al Nord (le fanno solo lì, con i soldi di tutti) e sulle quali tace, mentre qualcuno si allenava alla politica nel suo stesso partito, svuotandone la cassa. Il che dovrebbe indurre gente come lui e altri dello stesso partito, almeno a tacere per la vergogna.

Un Paese che non si ama, che lascia così degradare se stesso anche moralmente, dove chi istiga all’odio conquista consenso e potere; dove non si pensa a tutelare e costruire un territorio attrezzato e profittevole per tutti, ma a concentrare il superfluo in poche regioni arricchite da un secolo e mezzo, con un ininterrotto trasferimento si risorse pubbliche, togliendo ad altri il necessario, e ritenendo questo un successo, “buona politica locale”. Accade, perché il Paese non è considerato un bene di tutti (non lo è stato mai, dal suo nascere), ma strumento delle cui strutture appropriarsi, per attingere alla cassa a beneficio di una sola parte e senza preoccuparsi delle conseguenze (non si potrà più fare manutenzione alle strade, ai ponti, alle scuole, eccetera? Poco male, se sono i ponti, le strade, le scuole “degli altri”. Dimenticando che, prima o poi, tutti si passa sui ponti di tutti…).

Grandi gruppi finanziari spremono il Paese, grazie alle connivenze con la politica, per espandersi nel mondo: per accordi scellerati con ministri più o meno compiacenti, un piccolo gruppo di prenditori impone ai cittadini italiani una tassazione aggiuntiva a proprio vantaggio, alla stregua di signori medievali, per servizi che dovrebbe garantire lo Stato e sono ceduti a privati, cui si garantisce il volume di incassi. Il caso delle autostrade è clamoroso: costruite con soldi pubblici e sottoposte a pedaggio, dopo essere state ripagate, sono divenute proprietà privata, ma con certezza di introiti, pescando con l’aiuto dello Stato, nelle tasche degli italiani. In cambio di un servizio spaventosamente più costoso che in Paesi paragonabili al nostro (e in alcuni non si paga e basta), ma non migliore, anzi, spesso molto peggiore.

E non è il solo caso: un intero Paese obbligato a fornire l’utile di azienda a un ristretto club di paperoni, per l’alleanza economia-politica, contro la popolazione.

Quei morti sotto il ponte gridano vendetta. Forse la cosa migliore che abbia fatto finora questo governo, per bocca del suo primo ministro, Conte, e del vice Di Maio, è stato annunciare ai Benetton della società Autostrade, la Atlantia, che “la pacchia è finita”. La replica della società ha reso ancora più lodevole l’iniziativa: se ci levate le concessioni, ci dovete dare una montagna di euro. E non una parola sulle vittime della strage autostradale di Genova.

Questo lo vedremo. Per ora, che anche i ricchi (a quel modo) piangano: noi per i morti, loro per i soldi. A ognuno i suoi valori.

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