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SENZA BANDIERE, NÉ SIGLE IL 18 GENNAIO, CON GRATTERI E L’ANTIMAFIA

GIÀ MIGLIAIA DI ADESIONI

Sono già migliaia le adesioni alla manifestazione del 18 gennaio a Catanzaro, per esprimere vicinanza al procuratore Nicola Gratteri, ai magistrati e alle forze dell’ordine impegnati nella lotta alla mafia. Non ci saranno bandiere di partito, di associazioni, di sindacati, che saranno presenti, con i loro iscritti, ma ognuno a titolo personale, per evitare possibili accuse di strumentalizzazione, visto il clima pre-elettorale. L’appello a incontrarsi nella piazza dinanzi alla Procura di Catanzaro è stato lanciato da cittadini di diversa opinione politica, professioni differenti, residenza in Calabria e in altre regioni, con l’idea di testimoniare solidarietà alle istituzioni e a chi ben le rappresenta. A indurre a rendere visibile questa vicinanza sono state alcune reazioni all’inchiesta guidata dal dottor Gratteri contro la ‘ndrangheta.

DOPO FOGGIA, ALTRO APPUNTAMENTO-TESTIMONIANZA

L’iniziativa, pur se partita prima degli attentati mafiosi a Foggia, si lega idealmente alla grande risposta di popolo che ha scosso la Capitanata, portando da dieci a ventimila persone per le strade della città, decine di sindaci, di associazioni. Anche lì, nessuna insegna di partito, per evitare non solo il rischio, ma anche solo il sospetto di strumentalizzazioni. Lo stesso presidente della Regione, Michele Emiliano, è rimasto muto fra la folla. Altro non serviva.

I partiti non devono dire di essere contro la mafia, devono dimostrarlo nell’azione di governo, nella scelta dei candidati, nel rifiuto dei voti sporchi e della logica pelosa del finto garantismo, per cui chi non ha una condanna definitiva per mafia non è mafioso e può stare in Parlamento, al governo, nelle amministrazioni locali. La sentenza definitiva ha a che fare con la fedina penale, ed è giusto riconoscere l’innocenza sino ad allora; ma Paolo Borsellino lo disse chiaro: non bisogna delegare alla magistratura il verdetto sulla politica e i politici.

LA SOCIETÀ SCARSAMENTE CIVILE CHE FINGE DI NON VEDERE, NON SAPERE

La società conosce bene chi sono i mafiosi, ci sono le mappe delle “famiglie”; si sa quasi sempre chi sono gli eletti con i voti della mafia; si sa (pur se non sempre con altrettanta chiarezza) quali sono le terminazioni politico-affaristiche del crimine organizzato nella società impropriamente detta, in quei casi, “civile” (ma la più corretta lettura, spesso, è quella contraria: le terminazioni della società impropriamente detta civile nel crimine organizzato: sono aziende, parti importanti del sistema bancario, della finanza a rivolgersi al crimine). La sana società non può sapere e, solo perché manca la sentenza della Cassazione, far finta di niente. Molti vedono in questa tolleranza e complicità di fatto (conviene credere che “così è e non ci puoi fare niente”) un dato ineliminabile dell’economia. Non è vero, non è così: lo è se lasciamo che le cose siano così.

Altri, credono o vogliono credere, che al bravo cittadino basti essere onesto e “farsi i fatti suoi” e la mafia sia una questione che riguardi, appunto, le istituzioni, le forze dell’ordine, i magistrati. “Paghiamo le tasse e rispettiamo le leggi”. Una studentessa, diversi anni fa, fu rimproverata dai genitori per aver partecipato a un corteo antimafia a Palermo: «Ci hai messo tutti in pericolo», le disse. «Facciamoci i fatti nostri». «Se siano a questo punto», replicò la ragazzina dando una lezione ai genitori, «è perché abbiamo voluto credere che questi non siano fatti nostri». La vedova di uno dei fratelli Luciani, vittime innocenti di mafia, sul Gargano, lo ha detto a Foggia: fino a che non hanno ucciso mio marito non ho capito che starsene in casa ed essere onesti non basta. La mafia è entrata lo stesso nelle nostre vite e le colpite.

LA PRIMA CONDANNA DELLA MAFIA DEVE ESSERE IL SUO ISOLAMENTO

Quella meravigliosa fiumana di gente a Foggia, le migliaia di persone attese a Catanzaro dicono, con la loro presenza: la mafia sono fatti nostri; quando lo Stato interviene con le forze dell’ordine, la magistratura, gli arresti, il male è già conclamato. Il primo giudizio è quello di una comunità che sceglie da che parte stare e lo fa con il discredito quotidiano verso la mafia, portando la sua faccia in corteo a Foggia, in piazza di Catanzaro e accanto a chi è vittima del crimine, per far sapere al male: non abbiamo paura, noi ci siamo. La mafia isola e colpisce. Isoliamo la mafia e questo la ucciderà. Poi la cosa sarà certificata anche dai tribunali. Anche. Dopo.

Faccio solo una domanda: se le migliaia di persone che impressionarono con la loro presenza ai funerali di Falcone, di Borsellino, fossero scesi in piazza prima che fossero uccisi, sarebbero stati uccisi Falcone e Borsellino, e prima di loro Chinnici, e dopo di loro tanti altri?

Ecco perché non servono bandiere, insegne, sigle, il 18, a Catanzaro, alle 11, in piazza dinanzi alla Procura. Solo facce, visi aperti. Non conosco bandiera più bella.

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