A 18 anni mi chiedevo (e non ero il solo: eravamo nel ’68): «Che campi a fare dopo i 30?». E uno degli slogan della mia generazione era: «Diffidate di chi ha più di 30 anni».
A mano a mano che avanzavo negli anni, la domanda mi parve sempre meno interessante, al punto che quando svoltai l’angolo dei 30, non me la ricordavo più. Però mi sembrava uno spreco di risorse tenere in vita chi non fosse nel pieno delle sue capacità produttive. Dalla degenerazione eugenetica e le conseguenze naziste di tale visione economicistica, conclusi che ci salvava l’affetto: ok, saranno pure vecchietti, ma sono i nostri vecchietti. E l’umanità tornava un valore.
È vero o no che la civiltà ebbe inizio quando un esemplare della nostra specie, invece di approfittare di un suo simile in difficoltà, lo aiutà a superarla?

La cosa diventava sempre più seria, però, considerando le spese crescenti con l’età e soprattutto quelle sanitarie, oltre alle pensioni che vanno comunque pagate a un popolo di vecchi sempre più numeroso, gravando sulle spalle di un popolo di giovani lavoratori sempre più esiguo.
Finché andai in pensione io e diversi anni dopo per tre volte in pochi mesi, venni salvato da morte, o “almeno” paralisi, dagli ottimi interventi della sanità pubblica (cuore, vene, cervello: per la caduta dei capelli avevo provveduto con largo anticipo).
Il che pone una questione etica: e tu cosa dai alla comunità, per pesare così sulle altrui tasche? Nel mio piccolo mi sforzo… e comunque, da giornalista, per una vita ho pagato i contributi all’Inps, senza averne nulla in cambio (“contributo di solidarietà”, ma per forza) e per la pensione ci pagavamo, a parte, un istituto privato, l’Inpgi (ora siamo rientrati nell’Inps anche noi); per la sanità, ci paghiamo la Casagit, asscurazione privata, in aggiunta a quanto deve ogni altro cittadino allo Stato.
Ma la questione era personale: se a 18 anni ci si chiedeva dell’utilità della sopravvivenza oltre i 30 (tutto sommato, quella che era stata la durata media della vita per gran parte della durata della nostra specie. Ci fu chi arrivò a 33, ma era dio), come ci giustifica a 30+30+15? (Le foto che vedete risalgono a 55 anni fa, senza barba; e 52 anni fa, con barba).
Mi sono dato una spiegazione: a 18 non riuscivo a capire; crescendo, trovo ragioni che prima non vedevo, perchè divento sempre più intelligente.
O no?



2 Comments
Maria Rosa
Il tempo corre, non ne siamo coscienti, si vive il momento e mentalmente l’età condiziona solo momenti grigi. Giornalmente, vince la voglia di vivere la stessa di tutte le fasi della vita.
Pino Aprile
Non è sempre vero. Non per tutti