Il governo, con il documento della Conferenza episcopale affidato all’Intergruppo parlamentare per il Sud (che sui centri minori aveva già presentato una proposta di legge), ha scoperto che Dio c’è e non vuole lo sterminio dei borghi storici del Sud e del resto d’Italia, vedi la Dorsale Appenninica.
L’Eutanasia, tramite le amorevoli cure del governo, dei paesi in via di spopolamento delle aree interne, annunciata nel Punto 4 del Piano presentato dal ministro Tommaso Foti, non ci sarà, avete capito male, non è loro intenzione, sua eccellenza riferiva solo suggerimenti di altri… Insomma, è l’ennesima battaglia a vuoto del pestifero General Frainteso, garantisce lo stesso ministro plurimo agli Affari europei, alle Politiche di Coesione e Attuazione del Pnrr, Tommaso Foti.
A chiarimento per coloro cui fosse sfuggito l’antefatto: non più tardi di un mese fa, Foti aveva presentato il Piano di attuazione delle strategie per le aree interne (malloppo di circa 120 pagine), i cui Comuni, in maggioranza piccoli, ma antichi, con tradizioni profonde di controllo e gestione del territorio per lo sviluppo di interessanti economie locali, sono sempre più gravemente minacciati, nella loro stessa esistenza, da spopolamento dovuto alla mancanza di lavoro e servizi di ogni tipo (collegamenti ferroviari, stradali, trasporti pubblici, presidi sanitari, scolastici…).
A sorpresa, a pagina 42 del Rapporto, il governo, tramite il ministro Foti, propone di favorire il definitivo abbandono di questi paesi, il trasferimento dei residui abitanti in centri più grandi meglio serviti e meno periferici, e quindi “l’accompagnamento” all’estinzione, da parte dello Stato, di quei borghi storici che sono spesso le radici più profonde della nostra identità.
Insomma, invece di vedere finalmente varato un Piano di interventi per rimediare alle colpevoli deficienze nazionali ai danni di comunità non sempre piccole ma sempre importantissime, frutto di abbandono da parte delle istituzioni, il governo (e quelli precedenti non si sono comportati meglio) decide la “soluzione finale”, dichiarando irredimibile la situazione di disagio a cui quei paesi sono stati condannati. Come dire: prima li hanno emarginati, esclusi; poi li ammazzano (dolcemente però, eh?, dolcemente), perché troppo marginali. La colpa viene spostata sulla vittima (un classico) che deve espiarla conto terzi.
L’assoluta stupidità di una cosa del genere può essere stimata considerando l’azzeramento del valore edilizio di borghi storici, artistici, i più belli d’Italia, le cui case non si riescono a vendere a un euro; i disastri del territorio che non sarebbe più governato, in un Paese, il nostro, devastato da frane, rovinosi regimi delle acque (si pensi solo alla millenaria opera dei terrazzamenti); la perdita di produzioni agro-alimentari piccole ma di gran pregio, che rendono l’Italia unica. E via di seguito.
Mentre, sulla folle scelta economica di concentrare le risorse di tutto il Paese su poche grandi città (già invivibili, troppo costose, in cima alle classifiche europee per inquinamento) si continuano a buttare carriolate di miliardi in opere inutili e dannose, vedi le autostrade deserte di Lombardia e Veneto; eventi brucia-soldi e territorio tipo le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026; la diga foranea di Genova che è previsto sprofonderà nei fondali limacciosi e diverrà un pericolo per la città; il Mose di Venezia, che invece sta già sprofondando e arrugginendo…
Contro il colpo di grazia ai piccoli centri con altissima qualità di vita, per rapporti umani e non per i servizi (causa le scelte dei governo), si è prima sollevato l’Intergruppo parlamentare per il Sud, le aree interne e le piccole isole, di cui fanno parte poco meno di sessanta deputati e senatori di maggioranza e opposizione (presidente l’onorevole Alessandro Caramiello). Con il “tavolo tecnico” che lo sostiene (circa 250 esperti, fra docenti universitari, imprenditori, giuristi…), l’Intergruppo, d’intesa con i sindaci e altri amministratori locali, ha elaborato una proposta di legge che è stata co-firmata da una settantina di parlamentari (caso quasi unico).
Ma si è voluto far finta di niente. Finché, solo pochi giorni fa, la Conferenza episcopale italiana, presieduta dal cardinale Matteo Zuppi, ha elaborato un suo documento che riecheggia temi, ragioni e persino parole del lavoro dell’Intergruppo. Il testo è stato consegnato all’Intergruppo e indirizzato a governo e parlamento.
A distanza di 72 ore, il ministro Foti, in una intervista al quotidiano dei vescovi, L’Avvenire, fa a pezzi il Punto 4 del suo Piano. Le proposte di “suicidio assistito delle aree interne” non sono del governo, dice. Ma va! Si tratta di semplici “contributi” dell’ufficio studi del Censis e del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (la cui utilità è tale, che si pensava di eliminarlo, invece è stato affidato a quel Renato Brunetta che ne ha fatto un ente napoleonico, circondandosi, a spese nostre, di una quantità di strapagati consulenti maggiore di quella del Quirinale e pari a quella del presidente degli Stati Uniti).
Quindi, una presa di distanza di Foti: hanno stato loro! Non solo, ma il Piano, aggiunge il ministro, è stato approvato (con il Punto 4) non dal governo, ma da una “cabina di regia che comprende anche Comuni, Regioni, Provincie e Uncem” (l’unione delle Comunità montane).
Non prendiamoci in giro, sappiamo come funzionano queste “cabine di regia”: più o meno come il parlamento, dove dalle segreterie dei partiti arrivano le indicazioni di voto. E chi non ubbidisce entra nella lista nera degli “inaffidabili”. Tant’è che l’Associazione nazionale dei Comuni italiani, pur presieduta, anche adesso, da un sindaco meridionale (fatto rarissimo, in oltre un secolo), non ha bloccato né l’Autonomia differenziata, né il furto dei fondi della perequazione orizzontale destinati ai paesi più poveri e girati, invece, ai più ricchi (percorso Sud-Nord); la Conferenza Stato-Regioni ha approvato, anche con i voti dei presidenti di centrodestra del Sud, l’Autonomia differenziata e i parlamentari terroni di maggioranza hanno votato l’infame legge.
Ma il documento dei vescovi e l’azione dell’Intergruppo devono essere sembrati al governo un muro troppo alto da saltare senza rompersi l’osso del collo. Foti ha annunciato che i due paragrafi contestati (specie l’incredibile Punto 4) sono stati “stralciati” e ridotti ad “allegati” (ovvero non parti integranti del Piano) e poi si è detto pronto a incontrare i vescovi per discutere le loro proposte.
Troppo presto per dire che il rischio è rientrato, ma abbastanza per indurre a una riflessione: se questo accade, e delle prospettive migliori si aprono per i paesi delle aree interne, è perché molti hanno studiato, lavorato, costruito relazioni, scambiato opinioni con tanti, sino a trovarsi allineati con l’intervento della Conferenza episcopale.
A quanti direbbero: troppo poco, ci vuole un ribaltamento del sistema di potere che tiene il Sud e le aree interne in stato coloniale, va ricordato che i borghi periferici rischiano di essere “suicidati” adesso e adesso si deve impedirlo. L’attesa del “di più” domani segnerebbe la loro fine oggi. Quindi, grazie vescovi, grazie Intergruppo e grazie ai professionisti che hanno offerto la loro opera per elaborare i documenti e la proposta di legge. Un grazie andrebbe anche a chi ha sostenuto questo percorso.


