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MIGRANTI: LA “PUNIZIONE” AI SOPRAVVISSUTI

“Gli errori piccoli sono la verità”. Di ogni libro che leggo, alla fine, ritengo “la frase che lo vale tutto” (per me, ovviamente). E questa è tratta dal capolavoro di Francesco Jovane “Signora Ava”. L’osservazione del grande scrittore molisano rischia di scivolare via senza esser pesata come merita, perché ha bisogno di una riflessione, anche breve, che interrompe la lettura. La dico corta: il livello di attenzione è alto per evitare gli errori gravi e pur questi quando scappano lo stesso, la dimensione può prevalere sulla ragione profonda della cosa e renderla invisibile.

L’errore piccolo, invece, passa sotto la soglia della consapevolezza, del controllo vigile, e rivela la vera natura di chi lo commette, ci dice com’è realmente. Quindi, è l’errore piccolo che “dice la verità”, senza volerlo.

E perché parlo adesso di questo? Per via delle patriottiche frasi-fatte-che-suonano-false del(la) capo(a) del governo Giorgia Meloni sul 17 marzo, anniversario, il 163mo, della nascita dell’Italia unificata, “la Nazione”. Con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, Meloni aveva appena incontrato il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, e riempirlo di soldi (miliardi di euro), per fermare le partenze dalle coste africane dei disperati (pelosamente definiti “immigranti irregolari” e nascondere le cause, colpevolizzandone le vittime), in fuga dalle guerre e in cerca di pane e futuro in Europa.

E come immaginate lo farà al-Sisi? Come lo facevano in Libia, dopo l’accordo stretto dall’allora ministro Marco Minniti, Pd? Campi di concentramento, torture, ricatti, estorsioni, stupri… Come lo faceva Erdogan, il presidente turco, anche lui pagato per fare il lavoro sporco contro gli ultimi della Terra? Sapete quelli che, per non sporcarsi le mani, pagano qualcuno perché ammazzi l’amante della moglie?

In realtà, il metodo è sempre quello coloniale: si usano i nativi contro i nativi, per la tutela (compensata a pochi con gli avanzi del pasto) degli interessi del colonizzatore contro i diritti o la disperazione dei tanti. Gli ascari africani di ieri e di oggi contro gli africani; i turchi contro i siriani, i curdi, gli iracheni, gli afgani in fuga da guerre e massacri; o, da noi, ministri e parlamentari del Sud a favore dell’Autonomia differenziata contro il Mezzogiorno, o per continuare a trasferire al Nord fondi europei e nazionali destinati alle regioni meridionali.

Contemporaneo alla missione di Giorgia Meloni, l’illuminante “errore piccolo” del suo ministro all’Interno, Matteo Piantedosi: sono stati tratti in salvo i superstiti, 25 (un paio moribondi), di un naufragio al rallentatore che ha fatto circa 60 vittime per fame e sete, su un gommone rimasto alla deriva per una settimana e non visto da nessuno (!?), in uno dei tratti di mare più trafficati del mondo. Soccorsi dalla Ocean Viking, una delle navi di volontari che incrociano in quelle acque, Piantedosi che aveva già fatto sfoggio a Cutro della sua (in)sensibilità umana, ha assegnato come porto di sbarco “più vicino”, quello di Ancona.

Capito, sì? A quei poveri cristi, rimasti sette giorni in balia delle onde e di cui tre ogni quattro sono morti, il ministro impone una pena aggiuntiva: altri 1.400 chilometri in mare (certo, non più sul gommone sgonfio), invece di farli sbarcare prima possibile. Questo non è solo un insulto al dovere di umanità nei riguardi dei più sventurati ma “l’errore piccolo” (se paragonato alla strage di decine di migliaia di migranti, da più di vent’anni nel Canale di Sicilia) che descrive Piantedosi e il governo di cui fa parte.

La domanda senza risposta è: “Ma come fanno questi qui a guardare i bambini, i loro figli, senza pensare a quanti potrebbero essere salvati, né da cosa fuggono e in quali condizioni arrivano? Possibile non avvertano un filo di imbarazzo, un rimprovero interiore?”.

So benissimo che nessuno può sentirsi costretto a farsi carico dei problemi del mondo, sol perché bussano alla tua porta. Ma cosa ci vuole per alzare il volume della radio per non sentirli? La risposta è “l’errore piccolo” di Piantedosi: l’hai scampata? E io ti sbatto più lontano che si può, quasi fosse una colpa essere sopravvissuto e diventare un problema per il signor ministro.

Che obbliga chi salva i migranti a navigare più giorni possibile lontano dalla zona dei naufragi e a non soccorrere più di “un carico residuale” (copyright Piantedosi) alla volta. Quindi se vedono due barconi andare a fondo, in teoria: scegli quale dei due aiutare e l’altro lo lasci ai pesci, se no multe di malamorte, per aver infranto la norma Piantedosi?

Una regola di cui è non so dire quanto lui sia ideatore, ma di sicuro esecutore, e per la quale, di fatto, più migranti finiscono in fondo al mare e (non importa come?) e non sulle nostre coste, anche se con i barconi ne giunge scarso il cinque per cento di quelli che entrano in Italia, quasi sempre per andare altrove. Piantedosi è lo stesso che, per la strage di Cutro, accusò di incauto imbarco i genitori dei bambini annegati, dimenticando che era per sottrarli alle guerre d’Oriente; e che (ancora non si sa bene perché) le motovedette della Guardia Costiera, che avrebbero potuto impedire il dramma, rimasero in porto, mentre quelle della Guardia di Finanza, che pure non reggono il mare mosso, il tentativo lo fecero.

Giorgia Meloni andò a Cutro soltanto dopo che la sua assenza era diventato un caso e non si prese manco il fastidio di incontrare i parenti delle vittime (94 annegati, di cui 34 bambini), per dar loro le condoglianze. Un gesto che non costava niente, ma che compi soltanto se avverti un minimo di partecipazione, anche solo formale, al dolore altrui. Se non lo fai, di solito è perché l’altro “non lo calcoli”, non lo vedi nel tuo orizzonte, ti è estraneo. Al punto che pure una tragedia tale, se riguarda “quelli”, non ti riguarda?

Tornò a Roma da Crotone, ignorando anche il sindaco Enzo Voce, un esempio per tutti in quei giorni, e che forse avrebbe meritato una stretta di mano dal governo del suo Paese). Soltanto quando si fece pubblicamente notare che, fra le popolazioni civilizzate, dinanzi alle bare ci si toglie il cappello e si stringe la mano ai parenti, si concesse ai superstiti di ricevere le condoglianze di Sua Signoria, ma a patto di andarsele a prendere a Palazzo Chigi, a Roma

Io sapevo che, per esprimere partecipazione al dolore dei parenti, si va “a casa del morto”; mai avevo sentito dire: svenite voi da me. Dinanzi all’entità della tragedia, questo è un dettaglio che può sembrare minore, ma per questo eloquente: “gli errori piccoli sono la verità”.

Il disastro delle migrazioni di massa per povertà, guerre, conflitti etnici, non si risolve alzando muri: quella gente fugge quasi sempre da morte certa, non si ferma dinanzi alla morte probabile che si imbarca con loro su gommoni sfiatati; non viene dissuasa dalla sua odissea verso una nuova terra e una speranza, dalle sevizie dei criminali che li massacrano e derubano.

Questa tragedia planetaria è conseguenza di politiche economiche che creano “mezzogiorni coloniali”, svuotando (in altri continenti, in altri stati, all’interno dello stesso Paese) territori e popoli delle loro risorse e poi anche della gente, il che abbatte il costo del lavoro di quei disperati, il valore dei loro beni (si pensi ai borghi storici desertificati nel nostro stesso Paese), della loro terra.

E ce la vogliamo cavare con pene più pesanti agli scafisti? I trafficanti di esseri umani, a quelle orde di sventurati offrono un servizio (criminale, ma un servizio: ognuno ha le agenzie di viaggio che si può permettere…). E la soluzione è togliere dal Canale di Sicilia le navi delle Ong, così se nessuno soccorre i naufraghi, quelli muoiono e non vengono a rovinare le statistiche al governo dei fascio-leghisti che promettevano di “chiudere il mare” quando erano all’opposizione?

Né una questione così grande può finire sulle spalle dei soli italiani, della sola Meloni, di un funzionario promosso ministro, Piantedosi, pretendendo (come facevano loro quando al governo c’erano altri) che vi pongano fine presto e bene: sono decenni che gli Stati Uniti falliscono in un compito analogo lungo la frontiera con il Messico. La faccenda è troppo grossa persino per una azione comune europea (che non c’è), tant’è che, pur essendo riuscita Giorgia Meloni a coinvolgere la presidente della Commissione, von der Leyen, nel pomposo “Piano Mattei”, i risultati li vediamo: scarsi. E la Tunisia e non è cosa, e l’Albania non si poteva, e proviamo con la soluzione d’Egitto.

Ma non è che altri prima o altrove abbiano ottenuto esiti migliori.

Qualcosa di buono, a ingressi avvenuti, avevamo inventato noi italiani, con gli Sprar comunali (programmi di accoglienza e integrazione di piccole comunità). L’esperienza di Riace, con la laboriosa convivenza di profughi di mezzo mondo, aveva suscitato interesse internazionale, ma per qualche voto in più dei peggiori, procurando maggior dolore ai più deboli, l’allora e attuale ministro Matteo Salvini (una condanna patteggiata per razzismo), li debellò. Peggiorando le cose.

Ci vuole una visione storico-planetaria alla Nelson Mandela per avviare una azione che possa attenuare un dramma del genere. Roba da far tremare i polsi a giganti. Il che mostra l’inutilità della ferocia di chi, ai superstiti di un incubo (sette giorni alla deriva, senza mangiare né bere, morti i tre quarti degli imbarcati) aggiunge l’insulto di altri 1.400 chilometri in mare. Il demonio è nei dettagli, in quegli “errori piccoli” che “sono la verità” e ci dicono chi è Piantedosi, di che pasta fredda è fatto questo governo. Come fanno a non sentire il dramma di quegli sventurati, pur se sconosciuti? Ad aggiungere quei 1.400 chilometri sino ad Ancona?

E poi vanno a dormire sereni, per “aver fatto il proprio dovere”?

Ma che madri avete avuto?, si chiese Pier Paolo Pasolini, di gente così, in una delle sue più intense poesie.

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