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LA LIBERAZIONE DEL SUD COMINCI DALL’ECONOMIA

Alla fine, gira gira, sempre lì si torna: alla domanda che l’allora segretario di Stato degli Stati Uniti, Larry Summers, pose al neo nominato ministro all’Economia della Grecia, nel tritacarne dell’Unione europea, al servizio delle banche tedesche e francesi, tramite la Bce guidata da Mario Draghi: «Ci sono due specie di politici, quelli che “giocano dentroe quelli che “giocano fuori”. Tu come giochi?». E l’esperienza ormai ci dice che da una costretta subalternità si esce solo giocando fuori; dentro si può soltanto quando si ha un potere paragonabile a quello degli altri al tavolo.

Il meridionalismo è coscienza di una condizione di minorità imposta (quindi coloniale), ricerca e divulgazione della rete di interessi e dei metodi che generano e incrementano le disuguaglianze, costruzione di una politica per contrastarle.

Su questo ci si scontra e divide, con le migliori e peggiori intenzioni, anche perché appena un tema comincia a divenire popolare (e il neomeridionalismo lo è sempre più), accadono due cose: gli opportunisti se ne sporcano (e lo sporcano) per trarne il maggior possibile vantaggio personale e i poteri dominanti li usano, per riportare ogni novità da “fuori”, “dentro”, sotto il loro controllo, e usarla, per i loro fini, con le loro regole del gioco.

Sono convinto che non c’è più alta e produttiva politica dell’informare, che vuol dire porre altri nella condizione di elaborare liberamente opinioni e agire di conseguenza (sapere è necessario per fare; sapere e non fare è un peccato di omissione, pigrizia sociale, se non proprio vigliaccheria).

L’inattesa accoglienza di “Terroni” rivelò l’esistenza di un insospettato e insoddisfatto bisogno di conoscenza di storia non addomesticata e delle ragioni di quella Questione meridionale che invece di essere spiegata con dati di fatto (occupazione militare, stragi e, a unificazione compiuta, opere pubbliche, ferrovie, con i soldi di tutti, a Nord, e a Sud no; autostrade e strade, idem, Sanità pure, eccetera), è tuttora addossata, con uso di razzismo, a incapacità o insufficienza genetica dei terroni (si possono conquistare cattedre universitarie, ancora oggi, dalla storia all’economia, sostenendo, da meridionale, che il Sud “rimane” indietro per colpa sua e dei “briganti”).

Venne così scoperto un vero e proprio filone editoriale. Tant’è che su un tema che pareva sepolto da decenni di noia e insignificanza, il Sud, fiorirono in pochi anni centinaia di testi, pro e contro. Volendo sintetizzare in modo feroce, dal meridionalismo storico di giganti quali Nitti, Salvemini, Dorso, Gramsci, Ciccotti e tanti altri, si è ora a una fase più popolare, divulgativa, sia pur a distanza di un secolo e grazie ai social.

A tentare di arginare il fenomeno, per sostenere la versione dominante di stampo massonico della unificazione e della minorità meridionale, insorsero truppe cammellate intellettuali della colonia terrona, dalle cattedre (con qualche notevole sorpresa di segno contrario) ai giornali (specie del Sud, o di giornalisti meridionali “evoluti” in quelli del Nord).

Questo l’avevo messo in conto, ma l’aspettavo da pretoriani padani, quali Barbero e Cazzullo, tutto sommato più onesti. L’operazione era ed è condotta su diversi registri: dall’attacco diretto (sino a stalker di dichiarata obbedienza massonica, monotematici e ossessivi, che si ritrovano ad avere, da nulla, un ruolo) a quelli in apparenza “professionali” di chi, di fronte a un secolo e mezzo di bugie, mezze verità o verità distorte, cerca l’errore vero o presunto nei testi di chi le denuncia (e volete che in migliaia di pagine scritte non ce ne siano? “Quindi lei ha visto l’imputato sparare alla vittima, poi dargli il colpo di grazia e infine buttare la pistola nel fiume. Giusto?”. “Sì”. “E di che colore erano le sue scarpe?”. “È l’ultima cosa a cui prestavo attenzione in quei momenti. Mi sembra nere”. “Testa di moro, signor giudice, testa di moro! E vogliamo fidarci di questi testimoni oculari?”). Un diverso modo di schierarsi e servire, più subdolo, fingendo di “giocare fuori”, ma “stando dentro” e giocando contro.

Io volevo continuare a cercare e divulgare, convinto che le ragioni del meridionalismo non possono essere di parte, e il treno per Matera che manca dovrebbe indurre tutti a volerlo, da destra o da sinistra, non importa, ognuno secondo il proprio sentire.

Dopo nove anni, in un momento che non sapevi se di farsa o dramma (Salvini zuppo di mojitos in parlamento, che chiedeva pieni poteri) mi lasciai convincere a dare una traduzione partitica a un fenomeno editoriale, nella presunzione che i lettori potessero divenire elettori a sostegno di una politica di equità per il Sud.

La pandemia di covid mostrò che qualcosa non andava; forse solo accelerò quello che comunque sarebbe successo in tempi più lunghi: sfrenate ambizioni personali, ricadute nella solita trappola che divide il Sud fra destra e sinistra, a scapito degli interessi comuni, mentre sui suoi il Nord trova sempre modo di agire con unica voce. Pulsioni esasperate da una voglia troppo a lungo trattenuta di “tutto e subito”, che rendeva intolleranti e impazienti. Forse, per tener insieme tante e inconciliabili spinte (curiosamente, a blocchi regionali contrapposti), sarebbe servito qualcuno più accomodante, elastico, più “politico”. Ma io, e sarà un male?, non sono così, ho un carattere elementare: sì o no.

Il Movimento che comunque sorse ebbe una immediata crescita che impensierì partiti e poteri dominanti, più di quanto riuscissimo a percepire. E cominciò l’opera per captarlo (se avessimo accettato di giocare “dentro”) e/o demolirlo (se fossimo rimasti “fuori”). A favorire questo lavorio, le nostre convulsioni in cerca della migliore via per influire sulle scelte per il Mezzogiorno, da alleanze elettorali in sede locale con partiti esistenti o con una formazione nuova per le europee, a iniziative politiche da soli nei Comuni.

Ma la sensazione è che su questa via (che in alcuni casi potrebbe restare percorribile, saranno le maggioranze a deciderlo), si rischia di divenire sempre meno distinguibili, per la proliferazione, non si sa quanto spontanea, di soggetti in apparenza simili, ma nei fatti di senso diametralmente opposto (come le mozzarelle di bufala fatte in Germania). Un modo per confondere, disorientare, se pensate che persino i peggiori trombettieri di regime anti-meridionale compaiono in alcuni di questi gruppi, come “esperti” del contrario (di nuovo: fingere di “stare fuori”, “stando dentro”, per agire contro).

Così, è forse il caso di ricordar qual è la filiera: l’economia genera una politica al suo servizio, su cui fiorisce una cultura. Per dire: dal sistema produttivo della civiltà agricola hai organizzazioni umane che inducono a divenire stanziali; a sostegno di queste politiche sorge una cultura che ne giustifica i valori contro quelli del nomadismo, e dice moralmente giusto lo sterminio dei cacciatori-raccoglitori (Caino uccide Abele e Dio non interviene a fermare la sua mano, ma impedisce che l’assassino sia punito; oppure: gli agricoltori del Far West celebrati per l’eroico genocidio degli indiani).

Quindi? Quindi, bene insistere con una operazione culturale che denunci la condizione coloniale del Sud; bene cercare politiche per contrastare questa vergogna ultrasecolare; ma la prima azione dev’essere sull’economia. Lo stato coloniale del Sud non è imposto solo tramite i partiti “nazionali”, ma attraverso aggregazioni di enti (l’Associazione dei Comuni, la Conferenza Stato-Regioni) e per il controllo della filiera produttiva (Confindustria) e dei mezzi di comunicazione.

Ma come, se non abbiamo mezzi, risorse e siamo pochi? Obiezioni fondate ma inutili: si dovesse aspettare di avere quello che serve, non si farebbe mai nulla, perché si parte sempre da posizioni di svantaggio, proprio per correggerle o ribaltarle. Si fa come si può, con quello che si ha. Ma subito. È poco? Nulla è ancora meno e tutte le cose nascono piccole.

Così, dovremmo (e persino io dall’alto delle mie incapacità) dedicarci a iniziative per creare a Sud lavoro di tipo identitario, che generi reddito e legame con la propria terra, con la scoperta che la nostra storia è pane, la nostra civiltà contiene ricchezza. Una goccia nel deserto dei due milioni di meridionali costretti a emigrare in scarsi vent’anni e degli otto milioni in meno che si prevedono, nel futuro prossimo.

Ma riuscisse, ognuno, a impedire che lasci il suo paese uno solo dei giovani costretti ad andar via, non avremmo sprecato il nostro tempo. Solo chi sa che a casa trova il piatto a tavola può poi occuparsi di politica e magari leggere un libro, per nutrire anche la mente.

Per dire: qual è la quota di prodotti del Sud nei supermercati (avamposti della colonizzazione), nelle stazioni di servizio? Più riusciamo a farla crescere, meno giovani meridionali andranno via.

E quanti posti di lavoro danno (possono dare) i templi di Agrigento?

Economia-politica-cultura: questa la catena. E cominciamo dall’inizio, allora.

10 Comments

  • Antonella
    Posted 17/10/2024 alle 21:51

    Sono pienamente d’accordo. Da docente ho sempre spiegato che è necessario restare al Sud per farlo crescere, per respirare le proprie tradizioni, i propri affetti, la propria storia. Penso che molti miei alunni lo abbiano messo in pratica (ne ho testimonianza), e per me questa è una grande scommessa vinta. Ho dato l’esempio con i miei figli, infatti, mentre molti loro coetanei seguivano la moda di andare a studiare (e arricchire), lecittà del Nord, a loro ho fatto frequentare le nostre Università..E così ho fatto in tante altre situazioni, in pratica in una missione quotidiana che ha come fine la consapevolezza e la crescita culturale ed economica del mezzogiorno.

    • Post Autore
      Pino Aprile
      Posted 01/03/2025 alle 23:17

      Esatto. Anche perché le nostre università hanno eccellenze di livello mondiale ma tramite, perché a Sud

  • Domenico Di Conza
    Posted 17/10/2024 alle 23:25

    Condivido punto per punto. Manca la consapevolezza in molti italiani dell’importanza del diventare padroni del proprio destino e della propria terra

    • Post Autore
      Pino Aprile
      Posted 01/03/2025 alle 23:16

      La tua tenacia nel portare avanti progetti di comunicazione è un dell’esempio

  • Alfonso Macrì
    Posted 18/10/2024 alle 06:33

    Buongiorno Pino, ci siamo conosciuti telefonicamente, quello che tu chiami costruzione del lavoro identitario è la Mission della mia azienda. L’olivo e l’agricoltura possono contribuire molto al Sud, ma fare imprenditoria a Reggio Calabria è un miracolo. Non riesco p.es. a far decollare un progetto di Oleoturismo per mancanza di risorse umane valide sul territorio. E ho cercato……i nostri giovani più preparati lavorano al Nord, non rischiano con “aziendine” del Sud. La svolta per il Sud sta nell’economia non vi è il minimo dubbio. Io faccio del mio meglio. Alfonso Macrì

    • Post Autore
      Pino Aprile
      Posted 01/03/2025 alle 23:15

      So. E l’unico modo per uscirne è insiste, insiste, insiste. Complimenti

  • Giuseppe
    Posted 19/10/2024 alle 18:33

    Un’analisi godibile e condivisibile che, a mio parere, fotografa perfettamente la situazione attuale. E’ difficile pensare a qualcosa di concreto per incominciare a sperare in una modifica. Io sono di Taranto dove sono rimasto fino al conseguimento della maturità classica. Poi sono andato fuori e ho vissuto per motivi di lavoro all’estero e in Lombardia. Da medico ho spesso pensato che Taranto ha avuto il siderurgico ma non ha mai avuto un centro di Pneumologia dove fare prevenzione.
    Negli anni ho osservato sempre una chiusura verso innovazioni che potessero turbare gli equilibri locali.
    Quindi su quanto scrive Pino Aprile -del quale ho avuto il piacere e l’onore di farne la conoscenza- e’ indispensabile meditare con tutta l’umiltà possibile.

    • Post Autore
      Pino Aprile
      Posted 01/03/2025 alle 23:13

      Grazie, prof! Taranto è stata letteralmente sacrificata all’acciaio
      I miei amici dei Tamburi, con cui sono cresciuto, sono stati sterminati e per curarsi, quasi sempre dovevano andare altrove

  • Flavio Francesco Falvo
    Posted 04/11/2024 alle 19:35

    Dopo aver letto “Giù al Sud”, ma anche altri tuoi libri, ho capito che per meglio comprendere appieno il loro significato bisogna leggere “fra le righe”, cioè leggerli almeno due volte. Ti rendi conto, così, che la prima volta ti erano sfuggite diverse cose. “Giù al Sud” è davvero uno spaccato del nostro Meridione e lascia intravedere le enormi potenzialità dei territori che anche la grande Claudia Cardinale definì “la parte più bella dell’Italia”. Particolarmente significativo è il capitolo sullo “Spreco del Sud”. Anche io mi chiedo dove sarebbe, l’Italietta di oggi, se non avesse sprecato il Sud facendo un grosso favore alle altre Nazioni. Che peccato, che peccato davvero. Cordialissimi saluti, Flavio Francesco Falvo, ricercatore e divulgatore delle bellezze e dei Tesori di Calabria

    • Post Autore
      Pino Aprile
      Posted 01/03/2025 alle 23:09

      Infatti, la miopia dell’egoismo è in questo: convinto di essere furbo, spreca nel presente, bruciando un futuro infinitamente più ricco

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