L’associazione dei sindaci del Sud nacque su un principio-base: finché il Nord (dalla Lega al Pd) si unisce sugli interessi contro il Sud, che invece si divide a proprio danno fra destra e sinistra, il Mezzogiorno stesso alimenterà il divario. Infatti, in parlamento, gli eletti a Sud votano contro il loro territorio e la loro gente, per disciplina di partito, quale che sia. Ed essendo la politica espressione del potere economico, che in Italia è padano, il Sud, di fatto, non ha difensori in parlamento. I pochi che ci provano vengono marginalizzati e messi fuori.
Quindi, se al Sud la prima rappresentanza politica, i sindaci, riuscissero a unirsi sui bisogni e gli interessi comuni (ferrovie, strade, asili, sanità, scuole, controllo delle risorse pubbliche dirottate da Sud a Nord…), superando le inclinazioni partitiche (vedi a Nord Bonaccini, Sala, Fontana e Zaia sull’autonomia differenziata o i fondi “non spesi” da rubare al Sud…), il Mezzogiorno acquisterebbe un peso politico enorme, non gestibile dai partiti nordici “nazionali” che, anzi, rischierebbero di perdere il controllo della loro base a Sud. Anche perché, nei Comuni, l’interesse locale prevale talmente su quello ideologico-nazionale, che la stragrande maggioranza già trova la composizione elettorale in liste civiche.
Su questo progetto, si ebbe una clamorosa risposta, con circa seicento adesioni di ogni “colore”. E i risultati si videro: l’Anci, la Conferenza Stato-Regioni (da sempre strumenti per dare sempre più a Comuni e Regioni del Nord, togliendo l’indispensabile al Sud) si mossero, cercarono “il dialogo”, garantirono maggiore attenzione (bla, bla); persino “la sventurata rispose”, allora purtroppo ministra al Mezzogiorno, Mara Carfagna: incontri, promesse, conferenze stampa a Roma, a Bruxelles…
L’Associazione dei sindaci del Sud divenne, di fatto, soggetto politico autonomo, in cui ognuno conservava la propria identità, ma tutti sostenevano i comuni interessi e chiedevano conto dei diritti negati. Basterebbe ricordare l’ottimo Libro Bianco (ignorato dai governi) sulle opere che potevano essere fatte al Sud con i soldi del Pnrr. o l’azione unitaria contro l’autonomia differenziata.
Su tale modo di intendere le ragioni del Sud, sorse pure l’Intergruppo parlamentare per il Mezzogiorno, le aree interne e le piccole isole. E dei risultati, tramite questo nuovo strumento, sono stati ottenuti, soprattutto con la presentazione di una proposta di legge per le aree marginali firmata da una settantina di parlamentari di ogni partito: un record.
Non voglio dire cosa avrebbe significato, per il Sud, un raccordo vero e forte fra Associazione dei sindaci e Intergruppo. Sta di fatto che, piano piano, i partiti sono riusciti a riprendere il controllo dei “loro” sindaci e parlamentari (vedi la votazione con cui i rappresentanti di maggioranza del Sud, pur con delle assenze strategiche mute o dichiarate, approvarono l’autonomia differenziata).
Non vanno taciuti tentativi di strumentalizzare questi agenti inediti di azione meridionalista e di renderli di parte, con la cooptazione, palese o no, di persone o gruppetti di confusa formazione; né che più di qualcuno, dinanzi a dure prese di posizione dell’Associazione dei sindaci, ha pensato di sfilarsi all’inglese, per non compromettere la personale carriera nel proprio partito (e se uno “più obbediente” ti fa mancare i voti di maggioranza in consiglio comunale?).
Insomma, quello che si sperava non è avvenuto. Ma può avvenire, se lo si vuole. La sola certezza che si ha è: se l’Associazione dei sindaci viene percepita squilibrata in una direzione, muore, diventa al più stampella del partito che riesce a pesare maggiormente e comunque legata alle maggioranze di governo.
Non ho dubbi sulla buona fede della gran parte di quanti si adoperano per cercare una soluzione alla Questione meridionale, ma ne ho sulla capacità di cogliere con chiarezza che l’Associazione può avere al suo interno candidati di ogni partito a elezioni di ogni livello e questo, addirittura, potrebbe rafforzarla, in caso di loro successo; ma se diviene o soltanto è sospettata di tramutarsi in strumento elettorale, non importa a favore di chi, si perdono forza e ragione “ecumenica” di esistere dell’Associazione, che potrebbe estinguersi di fatto (sta già avvenendo?) o frantumarsi in gruppi di diverso fiancheggiamento partitico (sta già avvenendo?). Un suicidio politico.
L’Associazione dovrebbe restare solo dei sindaci (o ex, in ruoli di gestione e sostegno). Eventuali appoggi, condivisioni, dovrebbero venire dall’esterno sulle diverse iniziative, di volta in volta, per evitare che gli equilibri nell’Associazione possano essere influenzati e persino decisi da chi sindaco non è o non è mai stato. Una sorta di colonizzazione che farebbe svanire il peso politico, già adesso evanescente, ormai, dell’unione dei sindaci del Sud nei rapporti con le istituzioni e gli stessi partiti.
Insomma, “il partito dei sindaci del Sud” è il contrario dell’Associazione dei sindaci del Sud: il primo si schiera politicamente (legittimo, ci mancherebbe), ma deve scegliere con chi stare, quindi avendo contro gli altri sindaci del Sud; la seconda si definisce geograficamente e geograficamente si schiera e si compatta su temi specifici. E almeno all’inizio ci è riuscita, anche con manifestazioni e documenti unitari, nonostante le differenze partitiche.
Credo che la trappola mentale in cui si cade (quindi: proviamo con i sindaci) è che “non c’è un partito per il Mezzogiorno”. Non è vero: ce ne sono pure troppi, quasi tutti lillipuziani. Sembra di capire che non c’è il partito che ognuno vorrebbe. Per cui, finché si resta nell’indefinito, si hanno veloci ammucchiate (quasi sempre gli stessi) di volenterosi e… altri. Quando si va nello specifico, ricominciano distinguo, malumori, accuse, fughe e sgretolamento. Finché qualcuno proporrà una nuova sigla (più uno: quella giusta è sempre la prossima) in cui “unire” i troppi satelliti in cerca di un pianeta che non si trova, perché ogni satellite vuol essere il pianeta.
Non pretendo di avere ragione, ma sono fermamente convinto di questo e del fatto che i sindaci non vanno coinvolti in un partito; che il momento e il campo elettorale vadano disgiunti da quello della battaglia meridionalista. Naturalmente, appoggerò ogni iniziativa che contrasti le politiche coloniali a danno del Sud e, ove mi sbagliassi e prima o poi una delle sigle riuscisse a ottenere per il Sud quello che ci auguriamo (sperando che gli auguri non siano inconciliabili), sarei il primo a complimentarmi e dire grazie.
Vi prego di considerare questa mia riflessione non contro qualcuno o qualcosa (lo direi, dovreste conoscermi, ormai), ma un contributo alla ricerca comune della via per dare al Sud la parità di diritti negata da 164 anni.
Parlare chiaro è segno di stima per gli interlocutori. Non lo farei con chi non ne merita: sarebbe una perdita di tempo. E il tempo è l’unico vero capitale che abbiamo: già troppo e con troppi ne è stato sprecato, illudendosi di avere un obiettivo comune.
P.S. Vorrei rivolgermi ai più giovani. Questa la ragione della mia foto di 55 anni fa, da poco entrato nella redazione di un quotidiano.


