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I SOLDI DELL’AGRICOLTURA POVERA DEL SUD USATI PER NON PAGARE L’UE

…E TENER BASSE LE TASSE SUI REDDITI PIÙ ALTI (LEGGI: NORD)

I soldi dei contadini poveri del Sud, per tener basse le percentuali di tassazione ai ricchi, ovvero: specie al Nord. Sapete i fondi che i terronacci cattivi e incapaci “non riescono a spendere” e “l’Italia è costretta a restituire”, e quindi i terroni la smettano di lamentarsi, perché “non sono i soldi che mancano”, ma la capacità di spenderli? Beh, intanto quei soldi non vengono restituiti, “all’Italia” non conviene che il Sud li usi e si fa in modo che non lo faccia. Un altro dei trucchi per fottere i terroni. Lo denuncia il senatore Saverio De Bonis, con una interrogazione al governo

Andiamo per ordine; cerco di raccontarla semplificando cifre (arrotondate), norme e regolamenti (all’osso): l’Unione Europea ha varato dei programmi per sostenere l’agricoltura continentale, dando finanziamenti alle aziende rurali, perché si possa garantire un reddito equo a chi ci lavora. Si tratta di un impegno importante, che assorbe la maggiore quota del bilancio europeo. Per l’Italia, era un contributo di circa 41 miliardi in 7 anni (tanto durano i cicli di questi programmi). Con l’uscita della Gran Bretagna e la perdita della quota che versava nelle casse dell’Unione, e per una mutata politica europea nella distribuzione delle risorse disponibili, il nuovo settennio, che comincia l’anno prossimo, vede il bottino da spartire scendere a circa 36 miliardi.

CHI SPRECA E CHI NO

Questi soldi vengono assegnati secondo due canali: il primo vale circa i due terzi del totale, più o meno 25 miliardi, con cui si finanziano direttamente progetti delle aziende interessate. E sono fondi che vanno tutti a buon fine; il secondo canale vale quasi 11 miliardi e mezzo, e va alle Regioni, che devono aggiungere una loro quota, per sostenere iniziative per creare lavoro e sviluppo nel mondo rurale. La somma si scorpora in due ulteriori cespiti: uno di circa 2,5 miliardi (destinati a interventi sul mercato) e uno di quasi 9, per le aziende rurali.

Questi soldi, in realtà sono spesi poco (procedure non agevoli, inefficienza delle burocrazie, mancanza di fondi delle Regioni più povere, per poter aggiungere la quota parte a quella europea), e talvolta pure male (si pensi all’impiccio in Puglia, dell’ex assessore Di Gioia con il gruppo Amadori, che si sarebbe preso più della metà di tutti soldi, se gli agricoltori non avessero fatto ricorso al Tar, che ha dato loro ragione, bloccando il fondo; così 142 milioni restano “sospesi”).

LE REGIONI ASSEGNANO MENO DEL 30 PER CENTO DEI FONDI

Il totale è che solo il 28 per cento, circa, dei fondi del secondo canale vengono assegnati: siamo i peggiori nell’Unione. Questo comporta che le somme non spese debbano essere restituite all’UE. Ora, cosa farebbe uno Stato non imbecille? Interverrebbe per far sì che quelle risorse siano usate e non perse, supportando chi non sa o non può farlo, anche attivando controlli più efficienti contro chi gestisce male. E ponendo vincoli, perché i soldi restino nei territori che più ne hanno bisogno e cui sono destinati, visto che questa è la ragione per cui sono stanziati. Per capirci: se, invece, i fondi non utilizzati nelle aree rurali povere del Sud sono girati ad aree del Nord, rurali sì, ma fra le più ricche d’Europa, non si sta diminuendo la povertà del povero, ma arricchendo ancora di più il ricco. Giustificarlo con il fatto “perché se no dobbiamo restituirli” è scaricare la responsabilità per trarne indebiti vantaggi (quando ci sono cose che “non si possono fare” ma si vogliono fare, penso a certe scandalose “grandi opere” del Nord, si fanno lo stesso, persino contro norme e pareri di organismi europei. Quindi…).

MA GLI ACCORDI CON L’UE SPOSTANO I FONDI DA CHI LI SA USARE A CHI NO

Invece, c’è accordo in Europa, perché il 15 per cento delle somme del primo canale possa essere trasferito al secondo; ovvero: da chi spende meglio, a chi spende peggio o proprio non spende. Qual è la logica, se questo ridurrebbe l’opera del canale di maggiore efficienza, per incrementare quello che non funziona? Insomma: è un modo per accrescere il totale delle somme non spese e ridurre quelle che si riescono a far andare a buon fine. Ma va!? Non basta: un altro 15 per cento può essere trasferito da un fondo all’altro, nei due sensi questa volta. Il che significa che se si sommasse questo 15 all’altro 15, si avrebbe un possibile 30 per cento che va da chi fa bene a chi fa male (vuol dire dall’assegnazione diretta alle aziende, a quella mediata da burocrazie e politiche regionali; pur se è notorio che ogni intermediazione aggiunge corruzione e sottrae efficienza)

Che senso ha? Sarebbe logico il contrario, per non dover restituire, inutilizzate, somme ancora più alte. A chi conviene?

UN TRUCCO PER SOTTRARRE RISORSE AL MEZZOGIORNO

Il trucco c’è: quei soldi, documenta il senatore De Bonis con la sua interrogazione al governo, in realtà, non vengono “restituiti”, ma usati per scalare da quanto l’Italia deve versare all’UE, ogni anno, quale sua quota per il bilancio dell’Unione (l’1 per cento del prodotto interno loro, quindi un po’ meno di 20 miliardi). Significa che l’Italia dice all’Europa: ti devo una ventina di scarsa di miliardi, dovrei restituirtene 5-6-7… quel che è, te li tieni e ti do la differenza.

Per capirci ancora meglio: quelli non spesi sono soldi comunque sottratti ai più poveri agricoltori del Sud; senza questi corposi “resti”, l’Italia dovrebbe alzare le tasse ai più ricchi (che sono al Nord) per recuperare la quota da versare all’Unione. Grazie ai fondi non spesi al Sud, i più ricchi pagano meno tasse.

Se il Paese non fosse Nord-centrico, si varerebbero norme per fare in modo che quei soldi restino, come da progetto, alle zone più povere per diminuire le tasse alle categorie e ai territori di competenza, per esempio. Invece no. E, addirittura, più ne restano non spesi, meglio è per chi beneficia, con la complicità dello Stato, di un disegno luciferino come questo. In tre settenni, a questo modo, il Sud si è visto sfilare almeno una ventina di miliardi, calcola De Bonis, senza considerare i fondi del programma di Coesione territoriale che dovrebbero servire a ridurre il divario Nord-Sud, ma da cui tutti i governi attingono senza ritegno (dai miliardi presi dal governo Renzi, per incrementare l’occupazione al Nord, con i soldi del Sud, a quelli trasferiti durante il governo giallo-verde).

Com’era quella faccenda della Questione meridionale?

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