di Pino Aprile
C’era una volta una guerra. E anche adesso. Ma quella era nei Balcani, in Europa, il continente che ha dominato il mondo per qualche secolo, con ferocia, con la convinzione profonda di avere le chiavi del futuro in forza del suo passato, per le magnifiche sorti della sua economia, il vantaggio della sua potenza scientifica, e persino l’esclusiva della verità sulla scala per il paradiso (rubata ai Led Zeppelin). Ma dopo le guerre continentali che la dimensione planetaria degli interessi europei fecero divenire mondiali, e gli orrori del nazismo, eravamo convinti che non avremmo più vissuto quelle spaventose regressioni nel buio della parte bestiale dell’uomo.
La caduta del muro di Berlino parve essere la rimozione dell’ultimo diaframma per la nascita di una comunità umana universale e pacifica. Quando quella illusione affogò nel sangue, fu più lo stupore che l’orrore per la crudeltà del conflitto inter-etnico allargatosi da un campo di calcio ai paesi della ex Jugoslavia, con una immediata e cieca brutalità tribale, fra serbi, bosniaci, croati…
I vicini di casa con cui si erano condivisi pasti, giochi, feste, matrimoni, divennero carnefici: uccidevano, torturavano, rubavano, stupravano le vittime dinanzi ai parenti, davano fuoco alle abitazioni; moglie e marito di diversa sfumatura etnica o religione si spararono per il differente colore di una bandiera; massacri di interi paesi, campi di sterminio; cecchini con orari e regolarità da impiegati del catasto, a uccidere bambini, donne, uomini, nelle strade di Sarajevo, nel più lungo assedio del secolo; bombe… Il mondo era attonito e complice, con la sua inazione, che poi si tradusse in bombardamenti sulla Serbia.
In tanto sfrenamento di macelleria, una strage riscosse il mondo intero e lo indusse, con gli Stati Uniti di Clinton alla guida, a “imporre” la pace di Dayton (1995): la bomba sul mercato di Sarajevo che fece 43 morti e 84 feriti. Le foto di quella carneficina non spinse solo il mondo a muoversi: a poche decine di chilometri, in Puglia, sull’altra sponda dell’Adriatico, un giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, Franco Giuliano, che non aveva nemmeno qualifica di inviato, andò dall’allora direttore, Lino Patruno, e chiese di andare a raccontare quel che succedeva “di là”.
Ancora oggi, come scrive in “Sarajevo, dalla guerra alla pace, 30 anni dopo”, Cacucci editore (oltre 300 pagine in italiano e bosniaco), Giuliano non si spiega perché Patruno abbia risposto: «Vai».
Il libro non è il classico racconto tutta-una-tirata un capitolo dopo l’altro, ma è come una mostra: sulle pagine esposti gli articoli, le interviste, le descrizioni, le testimonianze, le vittime. Sì, troverete le voci dei protagonisti, ma per far passare la descrizione della guerra, della rovina delle ragioni di esistere di una comunità, poi faticosamente ricostruite dopo tanta devastazione, Giuliano scelse di ricorrere ai desideri dei bambini, degli adolescenti. Andò nelle scuole, e dalle macerie di Sarajevo partirono centinaia di lettere di scolari, studenti bosniaci e poi serbi, a loro colleghi italiani.
E i desideri espressi, per il sacco di Babbo Natale, raccontarono la loro vita meglio di tante inchieste giornalistiche: dai quaderni di scuola alle raccolte musicali delle star del tempo, a un paio di scarpe calde, un orologio, un libro per imparare bene il tedesco… Attraverso la “Gazzetta”, quei messaggi raggiunsero gli studenti pugliesi, le loro famiglie. Il risultato superò ogni attesa: partirono sette tir di doni e fra i giovani delle due sponde dell’Adriatico fu steso un ponte, si scambiarono gli indirizzi.
L’invasione dell’Ucraina, il massacro dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania a opera dell’esercito e dei coloni israeliani, il conflitto allargato al Libano, alla Siria, all’Iran…, la “terza guerra mondiale a pezzi”, denunciata da papa Francesco, hanno riproposto i temi della follia dei Balcani. E Franco Giuliano, che negli anni ha costruito una Fondazione “L’isola che non c’è”, attiva sui diritti e la convivenza pacifica, ha recuperato quel suo lavoro, è tornato in Bosnia, ha incontrato alcuni di quegli scolari, divenuti donne e uomini e… Il resto lo leggerete. Ne vale proprio la pena.
Quelle lettere sono tornate a vivere, anche in mostre da questa e da quella parte dell’Adriatico. E l’impegno si è allargato all’oggi, con la candidatura, lanciata dalla Fondazione, dei bambini di Gaza al Nobel per la pace, sostenuta da intellettuali, parlamentari, artisti, istituzioni, università.
Da quell’iniziativa d’impulso da cronista incontinente, a oggi, il seme dell’esperienza vissuta fra i martiri di Sarajevo continua a produrre nuove piante, tanti frutti che possano stemperare i veleni umani. “Sarajevo, dalla guerra alla pace, 30 anni dopo” riconduce a testimonianze, denunce, appelli che si ripetono uguali in ogni guerra, e spesso inutilmente. Ma dice due cose: chi ha visto quegli orrori non li dimentica più, ne resta segnato a vita, come Franco Giuliano; ma dice anche che gli uomini di buona volontà possono (e debbono) fare sempre qualcosa per impedire che il peggio della nostra natura umana, quella bestiale, prevalga.

