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Ci sono “le verità di Alessandro Barbero”. E poi c’è LA VERITA’

Il professore ordinario di storia dell’Università di Torino, Alessandro Barbero, molto noto al pubblico televisivo per essere continuamente presente sui principali canali televisivi e per essere presente su internet con le sue lezioni di storia, 12 anni fa, ha avuto un duro confronto polemico con il prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento neoborbonico e specializzato in Archivistica, aurore di decine di libri di storia e fortemente presente su internet con interventi quasi giornalieri.

Motivo del contendere tra i due sono stati due argomenti: il numero di soldati borbonici morti dopo la fine della Guerra Meridionale del 1860-61; il numero di prigionieri di guerra di Capua, inviati a Fenestrelle, nel novembre 1860 e morti durante il viaggio o nelle tre settimane di detenzione. 

Barbero, in un suo volume dal titolo I prigionieri dei Savoia. La vera storia della congiura di Fenestrelle (Roma-Bari, Laterza) sostiene che tra i prigionieri di Capua ci siano stati solo 4 morti e che pochi soldati nazionali arruolati di forza nell’esercito sabaudo siano morti; De Crescenzo che di prigionieri di Capua morti a Fenestrelle ce ne siano stati di più e che migliaia di soldati borbonici arruolati di forza sono morti nelle caserme sabaude. 

Come se non bastasse, Barbero mette per iscritto, nel suo volume, che chi contesta le sue cifre rilegge il passato in modo diverso dalla verità storica e che lo fa per fini immondi e con lo scopo di fomentare l’odio di una parte del paese, il Sud, contro l’altra, il Nord. Nel dibattito con De Crescenzo, Barbero ribadisce il concetto dei fini immondi e insiste che, se chi persegue questi fini non se ne rende conto, è anche peggio. In altri termini, Barbero incentra il suo intervento sulla demonizzazione dell’avversario.

Dall’altra parte, De Crescenzo cerca di mantenere il dibattito entro le regole di una polemica storiografica. Infatti, critica Barbero per: aver consultato solo 65 fascicoli sui 2773 di Torino; non aver consultato l’Archivio di Stato di Alessandria; aver consultato solo 16 fasci dell’Archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano; usare la parte, per esempio un solo caso, per il tutto; etc. 

Il dibattito si è svolo alla Libreria Laterza di Bari, ormai 12 anni fa, alla presenza dell’editore Laterza ed è stato coordinato da Lino Patruno. Nel tempo, è diventato il dibattito più seguito in Italia su Internet. Vari siti lo hanno rilanciato più o meno per intero ottenendo circa un milione di visitatori. Ai miei occhi di Metodologo della ricerca, De Crescenzo è risultato molto più convincente e ha messo più volte alle strette Barbero, costringendolo a precisare e puntualizzare sulle cose che ha sostenuto e che gli sono state contestate. 

Come si usa fare in Accademia, alla fine di un dibattito di questa importanza e così seguito, De Crescenzo ha trascritto e pubblicato in volume le parti più significative del confronto: Il Sud dalla Borbonia Felix al carcere di Fenestrelle. Perché non sempre la storia è come ce la raccontano (Magenes, Milano). Barbero non ha ritenuto di fare altrettanto. Detto in soldoni, De Crescenzo si è rivolto alla comunità degli Archivisti e degli storici, mentre Barbero si è rivolto esclusivamente al pubblico dei social. Chi ha fatto la scelta vincente? De Crescenzo non ha sfondato nell’ambiente accademico. Barbero sembra avere sfondato, non tanto sui social dominati dai neoborbonici, quanto sui mass media televisivi e siti internet ad essi connessi. Lo prova il fatto che, otto anni dopo quel dibattito, l’intervistatrice di Soul, che credo sia Monica Mondo, definisce Barbero “lo storico più amato dal web” e “l’ultimo baluardo della verità della cultura italiana” (https://www.youtube.com/watch?v=IXF9XAzdxWw ). 

Indispettito dal fatto che questa valutazione o giudizio (baluardo della verità) spetta alla comunità degli storici, non a una giornalista o intervistatrice, ho preso in mano la faccenda e mi sono recato all’Archivio di Stato di Torino a consultare i documenti ivi conservati. Ne è uscito un libro pubblicato, a mio nome, per la Rubbettino: In punta di baionetta. 1860-1870: le vittime militari della Guerra Meridionale nascoste nell’Archivio di Stato di Torino. Nel volume, sostengo che, su entrambi i punti, la ragione è dalla parte di De Crescenzo. 

Essendo troppo lungo riportare 200 pagine di libro, mi limito a segnalare un solo episodio: i prigionieri di guerra di Capua inviati, il 9 novembre 1860, a Fenestrelle. Qui, le scorrettezze di Barbero nella ricostruzione storica risaltano con maggiore evidenza: secondo Barbero, questi prigionieri partono in circa 1.200 da Genova e arrivano in 1.184 a Fenestrelle. Egli glissa sui 16 che mancano, e si concentra sui 4 morti dichiarati dal registro ed elenco nominativo costruito a Fenestrelle, nei giorni successivi al loro arrivo. Glissa anche sul fatto che un quinto morto viene denunciato dal parroco di Fenestrelle, ma non risulta tra i morti dichiarati nei registri dei prigionieri di guerra. Il che significa che i militari hanno nascosto almeno un morto e, come si dice, se ne hai nascosto uno, puoi anche averne nascosti tanti. 

Un secondo problema nasce dal fatto che alcuni documenti sostengono che da Genova sono partiti 1.300 prigionieri di guerra. Barbero smentisce questi documenti sostenendo che chi li ha firmati sbagliava. Cosa ancora più grave, citando due storici locali, Juri Bossuto e Luca Costanzo, i quali scrivono che 1.300 (Le catene dei Savoja, pp. 361-363) sono i prigionieri di guerra partiti da Genova, Barbero sostiene che essi hanno sostenuto che erano 1.200. In altri termini, Barbero, per distrazione o malafede, cerca di far tornare i conti come vuole lui. 

Dalle mie ricerche emerge, invece, che i morti effettivi tra quei 1.300 prigionieri non sono stati 4 o 5, ma sono stati tra 87 e 114 (dal 7% al 9%).

Concludendo: ci sono le verità di Barbero, costruite su poche decine di documenti, scartandone migliaia, su qualche citazione riportata scorrettamente e su scelte discutibili. E poi c’è la verità, come risulta da una più approfondita consultazione dei documenti, e che smentisce quella di Barbero.

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