«A noi di più, agli altri meno; e meglio se a noi tutto»: la sostanza è sempre quella, non importa come l’abbia detto Carlo Bonomi, presidente degli industriali meneghini (oltre che di Lodi e di Monza e Brianza) che, da un secolo e mezzo, si pretendono eccezione positiva di un Paese sfaticato e disonesto; si lamentano di essere spolpati e usano come un bancomat lo Stato sorto da un genocidio negato (come in Turchia con gli armeni: anche lì gli storici ne tacciono; scrittori e i giornalisti no e vengono aggrediti, uccisi; da noi insultati).
Ora la patacca per svuotare la cassa è: «Il Nord sollecita interventi per rimettere in corsa una regione capace di competere con l’Europa»?  Questa orda di predatori ha stufato: la regione sarebbe la stessa in cui un chilometro di alta velocità ferroviaria costa 7 volte in più che in Francia o Spagna? E si fa un’autostrada inutile, la Brebemi (Brescia-Bergamo-Milano) in tempi e costi doppi della Salerno-Reggio Calabria? E vede orbitare, intorno all’Expo, più società a rischio mafia che in mezzo secolo di Salerno-Reggio Calabria («Storia dell’Italia mafiosa», Isaia Sales)?  Così, l’imprenditore lo sa fare pure topo Gigio.
Per quella regione Bonomi chiede «ricette» di favore, per la «funzione di traino solidale della Penisola»? Cioè idrovora di risorse pubbliche da spartire in “grandi opere”.
Scrive il procuratore Roberto Scarpinato: «Quando lo Stato italiano aveva il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato, poteva finanziare la spesa pubblica in modo illimitato e finanziava anche la corruzione. Dopo la fine della Prima Repubblica e poi con i trattati di Maastricht, e l’importanza dell’Ue manifestata in rigorosi vincoli di bilancio, non è più possibile finanziare la corruzione con la spesa pubblica. La corruzione però è rimasta e, anzi, è aumentata, ma ora si finanzia con il taglio ai servizi dello Stato sociale». E «grandi opere», tutte al Nord. Scarpinato fa l’esempio del Mose: su 6 miliardi, 2 in lavori e 4 in corruzione.
Con l’Autonomia regionale, pretendono, per i i diritti costituzionali «uguali per tutti», rimesse statali proporzionate al gettito fiscale, ovvero: quasi tutto alle regioni ricche, nulla alle più povere. È la loro idea di «solidale»: tenersi i 9/10 delle tasse. Pure il federalismo è «solidale», come il «traino» di Bonomi: riferisco della spoliazione «federale» del Sud, in «L’Italia è finita»; e in «Zero al Sud», Marco Esposito ricostruisce come è stata «legalmente» condotta la rapina.
Cominciò con l’invasione del Regno delle Due Sicilie: saccheggio di banche, fabbriche; impieghi sottratti agli indigeni e assegnati a orde calate dal Nord, più quelli che scendevano alla ventura, tanto che alle Prefetture si dette incarico «di frapporre ostacolo alla partenza per Napoli dei lavoranti che intendono colà trasferirsi in cerca di occupazione» e che siano «sprovvisti di mezzi», per eventualmente «ritornare in patria». Molti di loro, infatti, una volta a Napoli, «o perché falliti nelle loro speranze, o non contenti del prezzo offerto al loro lavoro, o per altre somiglianti ragioni, finiscono per ingombrare a frotte di 40 o 50 individui le sale di quella questura chiedendo sussidi e mezzi di trasporto gratuito per poter rimpatriare». Sino a compromettere i conti della questura partenopea.
Gaetano Salvemini sbottò già un secolo fa: «Nel 1860, noi meridionali fummo rovinati in nome dell’Unità; nel 1887 in nome dell’industria; non ci mancherebbe altro che fossimo rovinati ora anche in nome della storia!». Poi saremo rovinati in nome della guerra; in nome del fascismo e della battaglia del grano; della ricostruzione postbellica (danni di guerra al Sud, risarcimenti al Nord); del miracolo industriale; oggi ci rovinano in nome del federalismo e della «funzione di traino». Non è la rovina che ci disturba, ormai, ma la monotonia.
Per «rimettere in corsa» il Paese, servono treni, strade, scuole e occasioni di lavoro dove non lo si è fatto e da dove si emigra. Lo dice pure la Banca d’Italia: ogni euro in più prodotto a Sud, dà una ricaduta di prodotto interno lordo nazionale di 1,4, contro l’1,1 del Nord.
Il contrario di quel che chiede Bonomi, con le «ricette diversificate per territori o per aree del Paese». E cos’altro si fa da un secolo e mezzo? Dai Conti pubblici territoriali sappiamo della sottrazione di 85 miliardi all’anno al Sud, dal presunto «uguale per tutti». Hanno «diversificato» i treni (al Sud pochi e dismessi dal Nord, niente alta velocità), le autostrade (concentrate a Nord come gli aeroporti, irraggiungibili da larghe zone del Sud). E i grandi Centri di ricerca finanziati da tutti stanno a Genova, l’IIT, Istituto italiano di tecnologia, e Milano, lo Human Technopole, che ingoia 150 milioni nostri all’anno per dieci anni. Noi possiamo contribuire e mandarvi i nostri figli migliori: mica la vorremo gratis l’emigrazione? Avevamo il doppio degli studenti universitari del resto d’Italia, al momento dell’Unità e l’ateneo pubblico più antico del mondo, la Federico II di Napoli. Milano e Venezia ne videro uno solo dopo l’Unità. Con i soldi «italiani».
A chi vuol «diversificare» ancora di più viene da dire: «Andate al diavolo». «Solidale», però.