E quando non sanno più cosa fare, insultano Napoli e i terroni. Magari con titoli in prima pagina come “Canta Napoli pattumiera”.

L’inarrestabile corsa all’estinzione di un giornale che abusa del suo nome improprio, “Libero”, e il declino del suo direttore, Vittorio Feltri, somigliano a quello di certe signore (non uso il termine “puttane”, prego di notare, pur se recentemente è stato da alto seggio accomunato a un certo modo di praticare la professione giornalistica, perché è d’altro che parlo): più sfioriscono e svanisce il loro fascino, più si pittano e s’improfumano. Sino a ridursi a caricature sguaiate: l’urlo si sostituisce al bisbiglio, l’offerta alla richiesta, lo sbraco al cenno, la debordante nudità al velo. E l’eccesso uccide la seduzione, non più tanto più irresistibile quanto più inafferrabile la sua traccia, ma ostentazione fastidiosa di merce scaduta.

Quel Feltri (che si era) dipinto qual salvatore de Il Giornale, “dopo Montanelli”, conservandone le copie e uccidendone la funzione (Montanelli faceva un giornale. E “di Montanelli”), oggi è il direttore responsabile (in ogni senso) del più grande disastro giornalistico-editoriale: “Libero”, in cinque anni, ha perso ogni credibilità (ammesso ne abbia mai davvero avuta: parliamone) e il 70 per cento della diffusione, sprofondando a poco più di 20mila copie; e viene surclassato dal quotidiano, “la Verità”, che è nato appena due anni fa, ma è già il più straordinario fenomeno editoriale degli ultimi decenni, ideato ed è diretto dal collega di cui Feltri non sopporta nemmeno l’ombra, perché è prova vivente (e, purtroppo per lui, operante) della sua insufficienza: Maurizio Belpietro. Uno che Feltri, prese con sé e fece crescere, non mettendo nel conto che si rivelasse più bravo di lui.

Non condivido quasi nulla delle idee di Belpietro e mi stava cordialmente antipatico (quando ci conoscemmo, parlando di giornalismo e dimenticando la vera ragione dell’incontro, gli dissi che tutto avrei potuto sospettare, tranne che non fosse davvero antipatico! Così, ridemmo di molte cose, e anche di questo); ma con i giornali ci sa fare. Ora si è preso pure “Panorama”. Non vorrei essere il fegato di Feltri.

E più “Libero” e Feltri affondano (il primo nelle edicole, il secondo nel confronto con l’ex alter-ego, sempre più super ma altro-ego), più quelle pagine e la penna del signor direttore raccattano nelle fogne argomenti e inchiostro per sparlare di Sud e terroni e peggio ancora di Napoli. Il reddito di cittadinanza (che esiste, in forme diverse, in tutta Europa) diventa finanziamento dei fannulloni e obbligo di adozione di un terrone, da parte di ogni settentrionale. Peccato che sia vero il contrario, dal momento che (tabelle dei Conti pubblici territoriali), al Sud vengono sottratti, fra spesa corrente e in conto capitale, poco meno di cento miliardi all’anno, per ingrassare i “prenditori” del Nord.

Ma, per “Libero” e Feltri, i meridionali sono quei furbastri che rubacchiano con ogni trucco nella cassa dello Stato, in cui i lombardo-veneti e padani tutti sono stufi di versare. In questo, c’è almeno un caso in cui il nostro potrebbe avere ragione: il suo editore, l’abruzzese Antonio Angelucci, è stato condannato a un anno e 4 mesi di reclusione, per falso e tentata truffa (l’accusa aveva chiesto 4 anni), per aver incassato indebitamente contributi pubblici per i giornali. La cosa strabiliante è che crollavano le copie totali, decine di milioni negli anni considerati, non i contributi: decine di milioni di euro! Con Antonio Angelucci, furono condannati a un anno di reclusione pure i rappresentanti legali delle sue societa ‘Editoriale Libero’ ed ‘Edizioni Riformiste’, che editavano i quotidiani, Arnaldo Rossi e Roberto Crespi (per tutti: pena sospesa. Per fare una battuta, si potrebbe dire che nessuno di loro era sindaco a Riace).

Pier Luca Santoro, “esperto di marketing, comunicazione & sales intelligence. Project Manager @DataMediaHub ”, riassume così la vicenda: “Insomma, nonostante la perdita di oltre 20 milioni di copie in cinque anni (…) i contributi statali restano uguali, o addirittura crescono nel 2015. Ci piacerebbe essere una farfalla e volare nei fascicoli del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria per vedere “le pezze giustificative” di tali importi. In conseguenza di tale andamento vendite, e nonostante quelli che più che contributi appaiono di fatto regalie, i conti del quotidiano sono traballanti, per usare un eufemismo (…). In conclusione, milioni di euro dello Stato – aka soldi nostri – gettati al vento, con vendite e ricavi in picchiata”.

Chi fosse curioso delle altre disavventure giudiziarie degli editori di Feltri e dei loro sviluppi (incluso un arresto nel 2009 e un sequestro di 20 milioni, poi revocati), delle condanne poi smentite in Cassazione, può ricorrere a internet. Qualcuno le citò su Wikipedia, che si vide querelata dagli Angelucci. L’enciclopedia spontanea annunciò così l’esito della vicenda (nel 2014, dopo 5 anni di tribunale): “Scampato pericolo per il sistema che regge l’esistenza di Wikipedia in Italia. Oggi l’associazione Wikimedia Italia è stata assolta, in primo grado, da una causa di risarcimento danni di 20 milioni di euro cominciata nel 2009. Stesso esito, due settimane fa, per un processo parallelo avviato contro Wikimedia Foundation”.

E vale la pena riportare un altro brano della ricostruzione di Pier Luca Santoro: “Il quotidiano è diventato ufficialmente il supplemento dell’organo ufficiale del Movimento Monarchico Italiano. In questo modo ha potuto beneficiare del finanziamento pubblico agli organi di partito (…). La testata, tra il 2003 e il 2009 ha beneficiato di 40 milioni di soldi pubblici. A causa di alcune irregolarità ha dovuto restituire [insieme a “Il nuovo riformista”] 43 milioni di contributi percepiti tra il 2006 e 2010, o almeno avrebbe dovuto farlo poiché non si trova traccia dell’effettiva avvenuta restituzione di tale importo, se non in termini di ipotesi. Quel che è certo è che, secondo i dati del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, dal 2014 all’ “acconto” 2017, il quotidiano in questione ha ricevuto la bellezza, si fa per dire, di 13.7 milioni di euro di soli contributi diretti statali”.

Con chi ce l’ha Feltri quando accusa i terroni di essere dei mantenuti, sanguisughe dell’operoso Nord? Fino a prova contraria, il Sud mantiene (non di sua volontà: vi fu costretto a mano armata e con un genocidio) da un secolo e mezzo: da quando, con la scusa dell’Unità d’Italia e della “cassa comune”, l’ex Regno delle Due Sicilie fu obbligato a cedere il suo oro e i suoi soldi: il 66 per cento del totale (il doppio di quanto sborsò il resto d’Italia messo insieme) e la Lombardia mise l’uno e uno sputo per cento. La distribuzione, poi, fu inversamente proporzionale alla contribuzione. E, per nascondere il furto, il derubato fu chiamato ladro.

Ma fiato e tempo perso: il povero Feltri non sa più a cosa attaccarsi (provare a fare davvero un giornale? Naaa, non scherziamo), per tentare di raccattare qualche copia. Così, apertosi il vuoto per il fallimento de “La Padania”, cerca di riempirlo. Riuscendo a fare la fine de “La Padania”. L’insuccesso gli ha dato alla testa e non capisce che insultare Napoli (e i terroni, per estensione) porta male. Mooolto male. Aglie, fravaglie, fatture ca nun quaglia… Vitto’, Vitto’, chillo… ‘O Schiattamuorte te sta tenènno mente. Ciente schiattamuorte napulitane te tèneno mente!

Ma lu l’è de Milan, ansi de Berghem, nol capissi minga (detto in meneghino terrenico): ogni titolo contro Napoli, 1,5 per cento di copie in meno. Insisti, insisti…