La strana partita del M5S: giocare a perdere. Ma davvero? E se si, perché? Un partito che ha sfiorato il 50 per cento dei voti in larghe zone del Sud, roba da far invidia alla Democrazia cristiana dei tempi d’oro, qual è la prima cosa che fa? Porta al governo il partito più anti-meridionale di sempre, sorto e cresciuto sul razzismo contro i terroni, a insulti e sottrazione di risorse e di diritti al Sud (con la complicità di tutto il centrodestra e del centrosinistra, si capisce).

E l’hanno pagata cara in consensi, basti vedere il crollo dei voti subito dopo in Molise e nelle amministrative parziali. Non sapevano i cinquestelle quello che a tutti appariva ovvio? È anche vero che ci sono scelte politiche cui si deve pagare un prezzo e che si possono ritenere inevitabili (che lo siano o no è discutibile). E vabbuo’.

La clamorosa vittoria del M5S a Taranto il 4 marzo scorso poggiava sugli impegni preelettorali per la chiusura dello stabilimento siderurgico e reimpiego dei lavoratori nella gigantesca opera di bonifica ambientale. Non sul “miglior accordo possibile nelle peggiori condizioni possibili” con la Ancelor Mittal, che può pure alzare la produzione, riassumere 2.300 lavoratori se serviranno (ma non riprende quelli “che danno fastidio”, fra cui tanti che hanno spianato, in anni di battaglie, la strada ai cinquestelle), e potrà avvelenare e uccidere i tarantini, come altri prima, con la garanzia di stampo medievale di poter impunemente calpestare le leggi. Una porcheria coloniale che ci si può permettere solo a Sud (non per molto ancora…). Non si poteva far altro, è la spiegazione. Davvero? Quando a Genova si accertarono i danni alla salute e alla vita per la lavorazione a caldo dell’Ilva, il reparto fu smantellato, a tutela dei genovesi, la lavorazione trasferita all’Ilva di Taranto, dove a morire sarebbero stati “solo” dei tarantini, quindi ok. La Mittal non avrebbe rilevato stabilimento senza l’impunità garantita. Che puzza di incostituzionalità. Era troppo attendersi la rimozione di quella regalia di vite di tarantini che si sperava sparisse con il Cambiamento?

Le reazioni all’accordo sono state furibonde. Ne sanno qualcosa i parlamentari cinquestelle eletti a Taranto. Qualcuno poteva credere che il prezzo in consensi al M5S non sarebbe stato feroce? È vero che per alcune scelte politiche qualcosa tocca rimetterci. Ma come mai la Lega salva il suo elettorato e lo accresce perché… “i territori”, costi quel che costi e il M5S no?

La marcia indietro sulla Tap, uno dei cavalli di battaglia del M5S in Puglia, è stata la botta più dura salla base dei cinquestelle: bandiere del Movimento bruciate, tessere elettorali strappate e il governo sotto accusa, specie la ministra salentina al Sud, Barbara Lezzi, contro cui si sono concentrati gli strali. La spiegazione “… abbiamo scoperto dopo che”, francamente ha stufato. Quanto a “Ci toccherebbe pagare 20 miliardi di penali!”: a parte che non sarebbe vero, ma poniamo che lo sia. E allora? A Genova cade il ponte Morandi e il governo annuncia che toglierà le concessioni ai titolari delle autostrade. La società dei Benetton avverte che la cosa potrebbe costare 20 miliardi agli italiani. Il governo replica menefrego, andiamo avanti, anche perché, per le presunte inadempienze dei concessionari, altro che penali!

Esattamente quello che tre parlamentri cinquestelle hanno fatto notare, anche alla Procura della Repubblica, a proposito della Tap. Vere o no che siano le inadempienze Tap, la situazione e l’entità delle penali sono le stesse che a Genova. Perché lì sì e nel Salento no?

Davvero qualcuno poteva credere che il prezzo in consensi al M5S non sarebbe stato feroce?

E ora si sente dire che lell’Associazione deio parlamentari “Amici dell’Azerbaijan” non ci siano solo leghiti e forzitalioti sponsor del gasdotto, ma anche cinquestelle. Ame la cosa risulta nuova, ma un rigo di chiarezza, per smentire o meno non sarebbe male, con la marea che, non a torto, sta montando. È vero che si tratta solo di voci, ma se volete le trasformo in una domanda: ci sono o no?

Non serve continuare: in pochi mesi, la Lega ha raddoppiato i voti, almeno nei sondaggi, e il M5S li perde (a giudicare dalla rabbia fra i delusi, va ancora bene). E mentre la Lega continua la campagna elettorale, erodendo consensi all’alleato, cui non risparmia picconate, il M5S sembra aver dichiarato guerra ai suoi elettori più convinti, a quel Sud che l’ha reso primo partito d’Italia.

La dirigenza di un partito di massa, quale è, di fatto, il M5S (che lo resti, di questo passo, è da vedersi), dinanzi a reazioni così veementi e motivate di migliaia di elettori e militanti che ne hanno costruito il successo; dinanzi a maldipancia, perplessità, persino proteste interne sempre più palesi e ampie, dovrebbe interrogarsi, ascoltare, riflettere e forse raddrizzare la barra della linea politica o renderla più chiara. Invece, si annunciano liste di proscrizione, espulsioni. Che si poi si facciano davvero, non cambia nulla: il danno politico si è già avuto: quella che in altri momenti si sarebbe chiamata “una gioiosa macchina da guerra” si trasforma (o dovrebbe farlo) in tetra e acritica “testuggine”.

Addirittura, si ascoltano confidenze di questo tipo: «Se dopo averne cacciato due-tre la fronda non si placa, potranno cacciarne altri, sino a una decina. Il che, al Senato, può creare problemi al governo. Per questo, ingloberebbero nella maggioranza Fratelli d’Italia e si blinderebbero».

Nei dintorni del Parlamento, di trame e strategie ne girano sempre tante, ma prima ancora di capire quanto ci sia di vero, rivelano entità e direzione di umori e malumori. Possibile che proprio i più diretti interessati si preoccupino poco del disastro politico che si sta abbattendo su M5S? A noi dà inquietudine per più di una ragione: 1 – il Sud vede tradite alcune delle motivazioni più forti che lo hanno orientato a votare cinquestelle, da Taranto a Melendugno, per dirne due; 2 – il calo M5S apre varchi spaventosi, a Sud, ai razzisti della Lega; 3 – la possibilità del Sud di avere una voce unica che lo rappresenti (fallita con il monocolore Pd alle regionali del 2015, poi con il M5S il 4 marzo scorso) si perde. Volendo, si apre anche lo spazio per nuovi tentativi di rappresentanza, ma i tempi sono strettissimi. E la scena politica italiana torna nella regola da un secolo e mezzo: il Nord domina, il Sud a rimorchio e un psso indietro a reccogliere i resti.

Per essere una partits che era cominciata 33 a 17 pochi mesi fa (le percentuali di voti presi), è quasi un record. Da qui il sospetto che comincia a girare: «Ma stiamo giocando per perdere? E se sì, perché? Chi sono i giocatori veri e qual è la partita che si sta giocando?».

E, allargando il campo (l’Europa, la Russia, gli inglesi, i francesi, i tedeschi, Steve Bannon, i grandi fondi speculativi…), si entra nella foresta delle manine.