Vostra Eccellenza mi sta in cagnesco/ per que’ pochi scherzucci di dozzina/ e mi gabella per antitaliano/ perché metto qualche verità nella vetrina.

Antonio Polito è uno dei vicedirettori del Corriere della Sera, e converrete che Vostra Eccellenza gli si deve. Ho persino il dubbio che se lo aspetti. Perché? Per l’evidente inclinazione al rapporto squilibrato, non alla pari (che è, invece, la cifra fra uomini liberi). Se vi sembra che stia dicendo cose pesanti e ne chiedete la ragione, premetto che cerco solo di capire certi comportamenti di Polito (e posso pure sbagliare, ovvio, però…); lo faccio in seguito a una sua uscita un po’ scomposta, a proposito del mio nuovo libro, “L’Italia è finita”. Che non gli piace; il che non è una tragedia (qualcosa mi diceva che sarebbe stato così, prima ancora che cominciassi a scriverlo): non si può piacere a tutti e potendo scegliere a chi, non se ne abbia Sua Eccellenza, meglio non piacere a lui.

La questione è che il libro non gli piace a prescindere, risparmiandosi il fastidio di leggerlo (cosa che nessuno gli chiede di fare: le case editrici distribuiscono alcune copie a quanti potrebbero essere interessati, nel mondo della comunicazione, e quelli se vogliono, leggono, se no, no).

Per averne scritto a quel modo, è evidente che Polito il mio forse l’ha sfogliato e, dopo aver letto i titoli dei capitoli, potrebbe persino essersi sorbito il risvolto di copertina, ed è quasi sicuro che si è sobbarcato la fatica dei primi dieci righi. E ha capito tutto: ho scritto un libro (“un altro”) “contro l’Italia”; sono neoborbonico (non è vero, ma anche fosse, faccio notare che i neoborbonici hanno come statuto la ricerca e la divulgazione di documenti ignorati dagli storici accademici ed espellono chi di loro si candida in qualsiasi partito, mentre i leghisti hanno per statuto la secessione e la Padania indipendente, sono un partito potente e governano per sfasciare il Paese. Ma l’indignazione di lorsignori è per i senza potere in cerca di verità: forse è quella che li disturba?); voglio il ritorno del Regno delle Due Sicilie, dice Polito (non è vero e persino lui lo sa, ma sai com’è: tu butta lì, qualche schizzetto resta); e sono “nostalgico dei Borboni”, mentre lui è nostalgico del Minculpop e agisce per conto delle logge massoniche sabaude (alle puttanate si può rispondere solo con altre puttanate. Ma, come si vede, io almeno ho l’onestà di spacciarle per tali. Io).

La cosa che invito a notare è che si equipara a insulto e denigrazione tutto quello che ha a che fare con la nostra storia, ma è escluso dalla versione “antica e accettata” (quella storia che è pure la sua, ma i napoletani evoluti ne ostentano rifiuto e disgusto). A me pare che della propria storia si possa essere solo il frutto, conseguenza, senza che divenga orgoglio né vergogna, perché ognuno risponde delle sue azioni, non di quelle degli avi. Però, c’è chi cerca orgoglio inscrivendosi nella storia del vincitore e chi non si vergogna di ricostruire quella del vinto.

Devo, per onestà, avvertire che questa polemica con Polito ha una ragione più personale che giornalistica. Qualche anno fa mi invitò al festival della letteratura italiana a Berlino, che lui conduceva. Due giorni prima subii un intervento alla spalla, per rimpiazzare con dei cavetti i tendini dissolti. Ma onorai l’impegno preso, grazie a qualche antidolorifico in più. E feci bene. Quando Polito divenne direttore del Corriere del Mezzogiorno, continuò la mia collaborazione (gratuita, riguardando i temi cui mi applico e i miei libri). Lo schema era, purtroppo, quello del “tu sei meno”: il prof X o il polemista Y scrivono che quanto sostenuto dai “revisionisti” (attività che dovrebbe accomunare tutti gli accademici di qualsiasi disciplina) è falso; tu replichi che non è vero; X o Y controbattono sotto la tua risposta che non è vero che non è vero, oppure sì, ma, però… Un duello squilibrato, come vedete, in cui uno dei duellanti spara due colpi (spara per primo e per ultimo) e all’altro se ne consente uno solo. Ma se è il solo modo per far sentire le tue ragioni, accetti pure questo; tutto sommato, ti obbliga a tentare di essere bravo il doppio o scemo la metà, per stare alla pari. Che ci si riesca è un altro conto, ma è buon esercizio lo stesso.

Capitò un confronto, teso ma garbato, con il professor Paolo Macry: lui scrive, io replico, lui controbatte. Ma i nostri articoli vengono sovrastati da un altro a tutta pagina, in cui, rendendosi ridicoli, si diceva di ridicolizzare quanto da me e da altri scritto sul numero di vittime della rappresaglia dei bersaglieri sabaudi a Pontelandolfo (quindi, il duello in cui l’altro spara due colpi e tu uno, si arricchiva di un terzo che ti spara alle spalle). E la patacca era sostenuta da un presunto documento inedito o qualcosa del genere. Un vero e proprio agguato giornalistico. “Ok, ho capito. Ciao”, scrissi a Polito. Mi offrì di replicare. Risposi che me ne guardavo bene, a quel punto, e che lo strombazzato documento con cui ridolizzavano “Terroni” era già pubblicato, guarda un po’, proprio in “Terroni” e nell’intierezza dei suoi dati, non in fuorviante e scelta parte. In un sistema civile, il giornale avrebbe dovuto scusarsi con i lettori e con me. Non lo fece.

Tempo dopo, Polito dettò una dichiarazione in tv che sollevò molte polemiche. La commentai anche io, sul web; lui replicò che il senso delle sue parole non era quello attribuitogli. Non ero d’accordo. La polemica assunse toni aspri, rivelandomi che le contese giornalistiche lui le intende solo verso terzi. E in lui lasciano strascichi. Questione di carattere, ognuno ha il suo: ho rapporti cortesissimi e persino amichevoli con persone, colleghi, docenti, con cui ci sono state polemiche reciprocamente durissime. Ma senza confondere gli argomenti con gli argomentatori. Altri caratteri? Boh!

Non vorrei che la suscettibilità dipenda dagli stessi presupposti che portano al confronto squilibrato, perché “noi siamo del Corriere”. Fra le cause del pesante declino dei quotidiani, non va sottostimato che, una volta, certi giornali godevano dell’autorevolezza dei propri giornalisti (quando Fanfani chiese il licenziamento di Enzo Biagi, lui manco gli rispose, perché “io sono un giornalista, lui è solo un ministro”. Provate a immaginare la stessa cosa oggi…) e, sia pure con la barra sulla linea politica, ogni voce era inclusa nell’offertra informativa (le strepitose polemiche Pasolini-Moravia, con intervento di Sciascia); persino troppo, a volte: quando gli austriaci sfondano a Caporetto, a Milano già pensano di rivederli in piazza duomo. L’allora direttore del Corsera, Mario Missiroli, detta il suo fondo alla segretaria, spiegando che non sono barbari in arrivo, che è un ritorno, la Mitteleuropa…, poi si interrompe: «E se vincono quegli altri?», che erano gli italiani. E, in perfetto cerchiobottismo, dettò il resto. Temo che oggi, invece, ci sia chi si ritiene autorevole, perché “sto al Corriere”.

A Polito non piace il libro, a prescindere, non piacendogli l’autore, cui attribuisce caratteristiche e idee che dovrebbero renderlo sgradevole anche agli altri (e trascura l’eterogenesi dei fini, ovvero che i più possano ritenere interessanti il libro e l’autore, perché non piacciono a Polito). E scrive che preferisce i neomelodici ai neoborbonici, Achille Tarallo a Pino Aprile.

Un vero peccato che Polito, piccato, scada tanto nei toni e nella scrittura, perché sa far di meglio, nella sua fruttuosa navigazione fra i quantunque, tuttavia, d’altronde e del resto, riservando agguati e muso duro a chi è fuori da quei giri.

Forse pensava di offendermi, accostandomi ai neomelodici. Un colpo a vuoto. Ma non ditegli che è perché scrivo pure canzoni e che quella delle mie (parole e musica) che Al Bano canta più spesso nei teatri, si chiama “Ti parlo del Sud”. Figurati cosa scriverebbe Polito su questo! Rimanga fra noi neoborbonici veri e no, nostalgici veri e no, neomelodici veri e no, terroni non evoluti, indegni dell’amorevole sguardo de la Madunina. Ma capaci di litigare sorridendo e curiosi delle voci altrui (mentre i Savoia…).