È un’altra terra se arrivi da Nord: è come entrare nella storia da un secolo diverso. Se vai verso San Severo scendendo dal Molise ti sembra che la Puglia si allarghi e si allunghi e il posto che devi raggiungere si allontani con l’orizzonte, con la sensazione di “ecco, ci siamo!”, continuamente delusa; e la disposizione mentale all’attesa ogni volta reimpostata, perché “ancora ci vuole…”. Il Gargano ti par di esserci e subito dopo è una sorta di nuvola bluastra, una geografia aggiunta, anche geologicamente; un altro mondo da questa terra piana, a cui sembra volgere le spalle, coltivando uomini che puntano l’attenzione, l’occhio e il pensiero verso Est e il mare, da dove la montagna venne, staccandosi dall’altra costa; oppure scampoli di popoli che si sono chiusi nell’interno del massiccio, quasi per difendere la propria essenza da quel che di nuovo c’è intorno, in un misto di fierezza, rancore, che solo la musica sembra sciogliere. Per chi non ne fa parte, ti sembra gente che si racconti a se stessa, ignorando gli altri. E in tal modo si conserva, conserva quel sentire di sé.
Ti appare così tanta questa geografia (la Puglia diviene larghissima, qui, e un tempo si allungava sino a includere il Materano e, più su, parte del Molise), che gli uomini vi si perdono. Bisogna essere giganti per esistere. Bisogna essere Nicola Sacco, quell’uomo buono e giusto, assassinato da razzisti americani, che prima di essere arrostito sulla sedia elettrica (resistette alla prima e alla seconda scarica: era forte, Nicola Sacco!), invece di maledire, scrisse al figlio di porgere sempre la mano all’ultimo, al bisognoso e di dividere con lui “sul cammino per la felicità”.
Bisogna essere Matteo Salvatore, ovvero un profondo sentire, conoscere la musica come pochi, senza averla mai studiata, avere la coscienza del tuo valore e di quello che sai, anche se gli altri non sono capaci di avvertirlo, anzi (mi vergognavo di mio padre che cantava “Lu bene mio”, essendoci i Beatles!), finché non glielo spiega Italo Calvino; è come se la terra nutrisse anime e cervelli, senza avvertirli della grandezza di quel che dà, così da farlo apparire banale.
Poi, compaiono le piramidi: le colline artificiali delle rocce di risulta delle cave di marmo; è una sciocchezza, ovviamente, pensare che sia come se i figli campassero vendendosi la madre a pezzi, perché ci piacciono i templi, le case di belle pietre, quella roccia chiara e calda, o virante al rosso, al giallo, che rende riconoscibili, materni, i paesi di Puglia e porta in giro per il mondo, con la pietra, qualcosa di altrettanto antico e solido.
Ma se arrivi da Ovest, quando scavalli i Monti Dauni (non se i venti forti di Nord-Est fanno pulita e trasparente l’aria) il caldo del suolo in inverno, o il caldo del sole, in estate, generano una foschia brillante su tutto lo spazio che l’occhio riesce a coprire. Una foschia bassa sulla terra, che luccica ed è come se la geografia avesse memoria della sua storia e sappia cos’era e ancora creda di essere quello che era: l’immenso lago di Salapia, di cui il Tavoliere era il fondale, prima che per subsidenza si alzasse e l’acqua defluisse. Ma quei millenni di acqua non hanno smesso di esistere nei tempi geologici della geografia, stanno ancora evaporando. È nei tempi minimi della vita umana che il lago non c’è più, specie nella regione più arida d’Italia. Anche se…, anche se…
La terra irrigata è agricoltura di orti, giardini, piccoli appezzamenti che danno buon reddito e creano diversità, perché ognuno, nel suo, sperimenta, cerca vie nuove, magari più produttive. Dove questo accade, si generano una economia a scala, con una interminabile classe intermedia che va dal nulla al tantissimo e una politica di grandi dibattiti, di idee in confronto, di tanti partiti.
La terra arsa è patria di latifondi, monocolture, imprese agricole di poco lavoro, in tempi concentrati. L’economia viene sospinta agli estremi: tutto a pochi, niente a molti, con una esigua, quasi insignificante classe intermedia; e la politica è lo scontro fra i padroni che hanno molto ma sono pochi, e quegli altri che sono molti, ma hanno poco e possono contare, soltanto se insieme: fascismo e liberalismo; comunismo e socialismo. Per questo è venuto da lì Peppino Di Vittorio, il bracciante analfabeta che riuscì a spiegare che politica è mettersi d’accordo su cosa fare insieme, restando diversi. E che la prima politica è verso se stessi: darsi valore; dirsi: io non sono meno, anche se è quello che i padroni e “la storia costruita ufficiale” mi dicono e vogliono che io creda; anche se chi vuole che lo pensi, me lo fa dire dai miei stessi figli, che ho fatto studiare e si sentono affrancati dalla loro storia, per questo; e divengono parte di quella diffamazione e auto-diffamazione che tiene i popoli bassi, “al loro posto”, sulla stessa scala, certo (siamo un Paese, no?), ma un gradino sotto.
Se arrivi da Est, in Puglia, capisci perché tutti i popoli hanno voluto venirci e sia i vittoriosi che gli sconfitti della storia trovarono che questo è un grande posto per ricominciare. Ma questa terra è così antica ed ha tanti popoli, che qualunque sia quello che pensa di ricominciare, qui continua, perché c’era già.
Hanno trovato certe tombe dei primi pugliesi, nel Tavoliere: antri sotterranei, in cui, a mano a mano che la gente del clan moriva, veniva riposta. Erano adagiati in posizione fetale, verso Est; adagiati, non sepolti. In posizione fetale, perché così si nasce e così si rinasce; verso Est, perché da lì ogni giorno, ricompare la vita. Solo il guerriero-eroe, l’Achille, l’Ettore della sua gente non era messo così, ma seduto, con la schiena al muro e le sue armi indosso, a proteggere i suoi per il tempo che ci vorrà, perché si risorga. E lungo il camminamento per la casa sotterranea, sparpagliate ossa di cervi, cinghiali, cavalli, come seminate, perché la terra sia ricca, quando si tornerà a percorrerla.
Se, mentre arrivi in Puglia, da Nord, da Ovest, da Est, ti fermi a guardare il luogo e il suo tempo pieno di popoli e saperi, lo sai che non sei meno. Perché l’inganno riesca (tu sei meno e il tuo meno è colpa tua) devi restringere lo sguardo, l’anima e il cervello, e considerare l’oggi, l’attimo di oggi, come fosse tutto il tempo e tutto il tempo uguale a questo istante denigratorio. Tutta quella grandezza è ancora qui e in ognuno di noi e di chiunque venga da ovunque a scambiare il suo cibo, il suo sapere e il suo piacere con i nostri, per scoprire che qui tutti ci sono già stati e possono solo tornare. Basta solo non ascoltare quel frastuono di poteri che ci vogliono con gli occhi chiusi, colpevoli e immemori.
Se c’è una cosa che questa terra ti dice, è: ricorda e rispetta quello che eri, e che non sai di essere ancora; perché, appena lo dimentichi, la tua terra ti sembrerà brutta, come la tua musica, tu crederai a chi ti dice che sei meno e lo sarai.

(Brano scritto per i “Quaderni dell’Orsa”, 2016. E che ripesco mentre sto per scendere in Puglia)