Termometro-Giletti (Gilettometro?), ovvero: come siamo caduti in basso. Con Matteo Salvini, il nostro si è appena prodotto in una tale prova di giornalismo-da-spalla (nel senso di quello che, nella coppia-spettacolo, offre l’assist al comico per le battute), che Antonio Padellaro ricorre a una metafora sportiva, per spiegarlo: al capo della Lega, Massimo Giletti non faceva domande (men che meno imbarazzanti: sarebbe maleducazione), ma, come nel volley, “gli alzava la palla”, per permettergli di “schiacciare”.

Quando un Paese degrada, degrada tutto insieme. Uno dei termometri più sensibili è la qualità del suo giornalismo. Il nostro, per il suo coraggio e la sua indipendenza, ci pone oltre il 70 posto nella classifica mondiale per libertà di stampa. Dovrebbe essere una tragedia nazionale; non gliene frega niente a nessuno. O quasi. Non voglio dire che i giornalisti siano peggiori degli altri (politici, imprenditori, insegnanti, tassisti…), ma l’esercizio della loro professione rende subito visibile il loro grado di autonomia, di sudditanza o di adeguamento al vento che tira. E, comunque, il decadimento del giornalismo, fra tutti i danni di una comunità civile, è forse il più grave, insieme a quello della giustizia, perché è uno dei più efficaci strumenti di controllo dei criteri e dei metodi con cui si autogoverna una comunità (si dice sia “il cane da guardia del potere”. Se è necessario specificare che il senso vero della frase è “nei riguardi” del potere e non “al servizio” del potere, cosa sia diventato il giornalismo dovrebbe essere chiaro, che dite?).

Ce l’ho con Giletti? Non so, giudicate voi; a me, il suo modo di concepire la professione sembra un ottimo esempio delle ragioni del declino. Il nostro ama proporsi come uno che “non guarda in faccia a nessuno” (forse gli basta l’olfatto). In studio, durante la trasmissione, è pronta una squadra di “trattenitori” per frenarne lo sdegno quando parla di forestali terroni, furbetti del cartellino, stipendi di assessori siciliani, falsi invalidi… Ma la sua sensibilità a truffe, ruberie, privilegi dei politici, eccetera, è termica, avendo bisogno di una certa quantità di irradiazione solare, per carburare. Il che spiega perché si manifesti ed esploda solo a partire da una latitudine molto sub-padana, verso Sud; e che, per curioso fenomeno di “pulsione inversa”, da quella latitudine, verso Nord, la capacità di critica muti in spirito di servizio, insensibilità al marcio, sudditanza inconsapevole (perché è inconsapevole, vero? Vero? Ehi…, vero o no?).

Su La7, Salvini è stato intervistato da lui e da Giovanni Floris (e da chiunque altro: quando gli hanno chiesto «Dove deve andare?», lui ha cominciato a sciorinare i dati di quanti morti di fame ha fatto riportare nei campi-lager libici, per torture, stupri… Lo hanno interrotto: «Guardi che questa è la portineria, non un’altra intervista. In quale trasmissione è atteso?»). Ma basterebbe porre a confronto tre minuti del birignao Giletti-Salvini, con il duetto Floris-Salvini. Il conduttore di “Di Martedì” fa un figurone e il Matteo-guai-agli-ultimi-ieri-terroni-oggi-migranti una figuraccia, con domande da primo giorno di scuola di giornalismo (Floris sa fare ben altro): «Che differenza c’è fra la vostra “pace fiscale“ e i soliti condoni?». Arrampicata sugli specchi di Salvini, su poveracci che non hanno potuto pagare, lavorano in nero… Sì, replica Floris, ci saranno anche quelli, ma la botta grossa sono i grandi evasori. Altra arrampicata, con balbettio: meglio acchiappare poco da chi deve tanto, invece di niente, visto che non pagano. Quindi, scemo chi ha pagato?, commenta il giornalista. Ve la sintetizzo.

Floris faceva solo domande, senza la faccia feroce, l’espressione di disgusto, l’urlo indignato e il passo minaccioso verso il reprobo, a braccio teso e indice puntato del Giletti, quando è sul suo limite di latitudine volto a Sud. Andatevi a rivedere i lineamenti deformati dal disgusto mentre (fu una trasmissione dell’anno scorso “Non è l’Arena. È molto peggio”) urla sul muso a un politico siciliano: «Pagliaccio!». Che palle, che forza, che coraggio, alle cinque della sera o un po’ più tardi. Non ricordo più per cosa l’incauto “ospite” meritasse tanto (a occhio, se non era per i forestali, doveva essere per gli stipendi dei parlamentari regionali; oppure il contrario; o tutti e due. Con Giletti è una garanzia: se non è uno è l’altro).

Ora, provate a immaginare cosa potrebbe fare uno così a Salvini: «Dove avete messo i 49 milioni che avete rubato, ladri!». «Ma noi, veramente, li avremmo spesi per il partito, suppungo, dicono, credo, forse…». «Pagliaccio! Non vi vergognate di rateizzarli in quasi 80 anni, mentre a un cittadino che non paga una bolletta sequestrano i figli per venderli al mercato degli schiavi di Algeri?». «Ma la magistratura è d’accordo, quindi è tutto a posto…». «Pagliaccio! Avete punito il saccheggiatore della cassa, Umberto Bossi, facendolo presidente del partito ed eleggendolo al Senato, nonostante una mezza dozzina di condanne!». Eh? Daje! Invece la vis giornalistica di Giletti è penalizzata da quel difetto termico, e non si è mai accorto del costo dell’alta velocità ferroviaria (solo a Nord) più alto del mondo, delle Pedemontane (la lombarda è la più costosa di sempre a km), del Mose (due euro di tangenti ogni euro in lavori), delle truffe delle banche venete, della sua Torino che è la seconda città più indebitata d’Europa…

E se arriva lì il Salvini, lui sembra l’ospite e quello il padrone di casa (o dello studio, o della situazione…, insomma, il padrone): e qual è il massimo che Massimo riesce a fare,? “Gli alza la palla”.