No, no, se li prendono i nove decimi delle tasse le Regioni ricche: lo ha garantito la ministra leghista, Erika Stefani, intervistata ieri a Vicenza. Con la “Secessione a rapina incorporata” di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, la Lega, punta d’iceberg del Partito Unico del Nord (che include Pd, tutto il centrodestra e il M5S lato Nord) sta per svuotare la cassa di tutti gli italiani (ce l’hanno nel Dna: forse per allenarsi, hanno svuotato, “con destrezza”, quella del loro stesso partito; quella del loro quotidiano La Padania; di Radio Padania by Matteo Salvini, produttrice h24 di insulti e auguri di morte per sterminio ai terroni; della EurocreditNord, la loro banca, “loro“ nel senso che qualcuno ci metteva i soldi e qualche altro li faceva sparire, con tale velocità, che la banca non fece quasi a tempo a nascere che era già sbancata). Quindi, se gente con questa esperienza annuncia il “colpo del secolo”, c’è da crederci.

Ecco cosa ha appena detto la ministra della Lega alle Regioni contro il resto d’Italia, quando le hanno chiesto se davvero le Regioni secessioniste potranno contare sui nove decimi del gettito fiscale: «È un calcolo che viene fatto nel momento in cui si vedrà il tipo di trattenimento di risorse, ma comunque non siamo lontani».

Quindi ci prendevano in giro quando assicuravano che sbagliano i terroni allarmisti che, primo firmatario il professor Gianfranco Viesti, hanno lanciato l’appello contro “La secessione dei ricchi”, che mira al trasferimento di 23 competenze dallo Stato centrale alle Regioni ma con il ricalcolo delle risorse relative fatto in proporzione alla ricchezza del territorio (ovvero il gettito fiscale), e non ai bisogni (quanto costa uno studente, un malato di reni, il trasporto pubblico a chilometro…). In tal modo, i diritti non sarebbero più uguali per tutti (e già ora, leghisticamente, non è più così, di fatto), ma ancora più soldi ai più ricchi, sempre meno ai più poveri, che dovranno rinunciare a far studiare i figli (e al Sud già c’è il crollo delle lauree), a curarsi (al Sud già il 14 per cento ha smesso di farlo), eccetera. Persino i “Piddini per Salvini” dei gruppi consiliari Pd di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna hanno chiesto che il varo di questo Apartheid all’iatliana sia “prioritario” per il governo che a loro fa tanto schifo (eppure hanno dimostrato di avere stomaco forte, se si guarda l’infilata Letta-Renzi-Gentiloni).

Si vorrebbe far passare questa porcheria prima di stabilire quanto costa garantire a tutti i cittadini i diritti costituzionali inalienabili (quei Lep, Livelli delle prestazioni, in attesa di essere definiti da appena 17 anni). Il Partito Unico del Nord prima vuole svuotare la cassa e se poi non resta niente per curare i terroni, poco male: meno ce n’è, meglio è.

Decine di docenti di ogni orientamento politico, specie economisti e storici, hanno dimostrato che questo equivale a una secessione di fatto: la fine dell’Italia unita e dello Stato chiamato così. Se è questo che si vuole, basta dirlo: si fanno i conti e chi ha arraffato di più, rimette i soldi nel piatto e fuori dai coglioni.

Ma anche la presa in giro no. Che consiste in questo: il primo anno si trasferirebbe alle Regioni, esattamente quello che lo Stato spende già per rendere quei servizi ai cittadini; poi, nel giro di circa cinque anni, lo dice la ministra Stefani, leghista, veneta e complice delle Regioni secessioniste, si arriverebbe “non lontani” dai nove decimi delle tasse che i territori più ricchi porterebbero via dalla cassa comune. Quindi, con il restante dieci per cento, l’Italia dovrebbe finanziare le strutture civili, militari, economiche, culturali, doplomatiche, eccetera, di un Paese di 60 milioni di abitanti. E provvedere a garantire le cure, le scuole, eccetera, alle Regioni più povere (ovvero quelle che non hanno saccheggiato le risorse pubbliche con opere inutili produttrici solo di tangenti, quali il Mose, le Pedemontane veneta e lombarda, la Bre-Be-Mi, l’Expo e cuccagna collaterale di Centri ricerca e “città…” di qualcosa, purché ci siano da fottere soldi al resto del Paese).

L’accordo Stato-Regioni secessioniste era già stato siglato dal governo Gentiloni e solo perché privati cittadini si sono studiati quelle carte si è scoperto l’imbroglio del “gettito fiscale”, di cui erano all’oscuro quasi tutti i ministri, più o meno tutti i parlamentari e la quasi totalità dei pur attenti economisti che insegnano all’università. Tanto di cappello a quanti di loro non hanno taciuto e stanno mettendo sull’avviso un Paese distratto e una classe politica superficiale o complice. Fra essi, per dire, il professor Carlo Cammelli, decano dei nostri giuristi, consulente del Quirinale, direttore da vent’anni, della rivista giuridica del Mulino.

Il successo dell’appello di Vesti ha sparigliato il campo leghista e fatto emergere l’intesa di tutti i partiti: dal Pd al M5S alla Lega, se del Nord, sono tutti d’accordo; al Sud, specie fra i cinquestelle, si è levata la voce di molti parlamentari, anche firmatari dell’appello; la ministra per il Sud, Barbara Lezzi, ha detto: prima passano i Lep, poi l’Autonomia; il Pd terrone tace complice, salvo pochissimi dirigenti nazionali e locali; i presidenti delle Regioni meridionali tartufeggiano, mentre alcuni consiglieri regionali calabresi di centrodestra e centrosinistra fanno proprio il testo dell’appello (firmato anche dalla segretaria nazionale del sindacato, Susanna Camusso).

Qualche giorno fa, dal potentissimno sottosegretario Giancarlo Giorgetti ed altri leghisti, era stato assicurato che non si sarebbe dato alle Regioni più di quanto spende lo Stato. Naturalmente non ci avevamo creduto (leghisti…), ma la fonte era autorevole; infatti, la ministra Stefani ci ha ora fatto sapere che è solo una delle tante prese in giro di una squadra che sta per mettere le mani sul malloppo più grande di sempre: fuga con la cassa, da uno Stato in estinzione.