Andateci. Portateci i figli, i nipoti. Il ponte di Luigi Giura, sul Garigliano, merita il viaggio e la vacanza. Fu il primo ponte sospeso a catene in ferro mai fatto in Italia (e quel ferro, di altissima qualità, fu prodotto in Calabria, dalle Acciaierie di Mongiana, che disinformati o pennivendoli di regime ancora provano a denigrare). È uno dei grandi primati del Regno delle Due Sicilie, e per questo non doveva essere riconosciuto (basti pensare che, in seguito all’irrispettoso restauro fatto una ventina di anni fa, fu apposta una targa in cui si riesce a nominare un certo re Francesco I che volle quell’opera, poi portata a termine da figlio, ma senza dire di quale Regno fossero re e facendo a meno di citare la dinastia: i Borbone. Come dire che quella targa tace più memoria di quella che vorrebbe proporre. Se un Paese che ha tanta paura della sua storia, deve aver tantissimo da nascondere e di cui vergognarsi).

Il ponte fu inaugurato nel 1832, con mille dubbi: i ponti in ferro avevano una fastidiosa tendenza a cadere e la stampa inglese aveva preconizzato che quello dei napolitani non avrebbe retto (i toni irridenti erano chiara spia del timore che, invece, ci riuscissero e mostrassero di non aver bisogno di loro). Del resto, gli stessi accademici napoletani erano scettici dinanzi al progetto del giovanissimo Giura; e consigliavano al re di non farlo realizzare. Lui, però, decise diversamente, dopo aver ascoltato il “ragazzo”, che divenne più famoso per la frase con cui il Borbone diede il suo ok all’opera, che per l’opera stessa: “Lassate fa’ ‘o guaglione”.

Così, mentre tutti tentennavano dinanzi alla necessità di attraversare il ponte ormai steso e saggiarne la tenuta, fu il re a rompere il ghiaccio con la sua carrozza. E dopo di lui passò l’esercito; più si un secolo dopo ci passò, in fuga verso Nord, quello tedesco, che lo danneggiò, poi, con la dinamite, per rallentare l’avanzata delle forze alleate antinaziste. Sarebbe bastato mollare qualche bullone per rimuovere le travi di sostegno dell’impiantito.

Come fece, nel 1861, l’eroico generale Matteo Negri, per ostacolare l’invasione delle truppe sabaude. Negri dovette ripiegare poi su Gaeta, ove arroccarsi accanto al re Francesco II; a difendere il ponte lasciò il capitano Domenico Bozzelli, con i suoi 400 soldati del Quarto Battaglione Cacciatori. Eran 400, eran giovani e forti, e sono morti, sapendo che avrebbero dovuto continuare a combattere sino all’ultimo proiettile, all’ultimo uomo. Vennero massacrati tutti dai bersaglieri che arrivavano come “fratelli d’Italia”. Non un rigo per ricordarne l’eroismo: erano ragazzi di 17-18-20 anni. Solo da poco una lapide li toglie dalla damnatio memoriae cui furono condannati con tutta la nostra storia.

Quel ponte aveva tali e tante innovazioni, che la genialità del suo progettista suscita stupore ancora oggi. È stato Domenico Iannantuoni, ingegnere e meridionalista, a recuperare e riproporre il valore dell’opera e del suo autore, un genio nel campo, il migliore del suo secolo. Eppur taciuto. La sospresa è stata scoprire che persino nelle nostre facoltà di ingegneria Giura era, salvo pochi e talvolta persino riduttivi accenni, praticamente sconosciuto. E, addirittura, nel coinvolgimento degli atenei per riportare attenzione e studi sull’opera di Giura, si è avuta più disponibilità al Nord che al Sud. Domenico ha ritrovato documenti, disegni, immagini e ha ricostruito la storia del ponte e di Giura, riassumendo tutto in un libro che se non si sbriga a far ristampare gli mandiamo una diffida: “Il meraviglioso ponte sul Garigliano”. E ha continuato con la creazione del Comitato Luigi Giura, presieduto da Emiliano Pimpinella, professionista innamorato della sua terra. Se volete saperne di più, andate sul sito o la pagina facebook del Comitato che, grazie alla collaborazione con le autorità locali, il ministero ai Beni culturali e la sovrintendenza, ha ora in gestione il ponte. Il progetto, oltre alla divulgazione, anche scientifica, d’intesa con le università (non solo italiane) che aderiscono all’iniziativa, è la promozione del turismo culturale (il ponte sorge nell’area archeologica dell’antica Minturnae, a pochi metri dall’anfiteatro e dai resti della città), e soprattuttto riportare il ponte alla sua struttura originale, tradita dal restauro.

Oggi il ponte è visitabile per due domeniche al mese o tramite appuntamento, contattando il Comitato Luigi Giura. Vale un fine settimana, considerando anche la zona archeologica di grande valore, la bellezza del fiume, della costa, della cittadina a un tiro da Gaeta, e come si mangia (ma controllate la provenienza dell’olio, pretendete quello locale, buonissimo).

Questa vicenda del ponte sul Garigliano è un ottimo esempio di come il recupero della memoria restistuisca orgoglio, ragioni di essere fieri della propria storia, del valore delle proprie radici; e di come tutto questo possa diventare pane, lavoro per i nostri giovani, economia per il territorio. Detto con una frase tratta dal libro di Domenico: “Un ponte può anche diventare il collegamento tra il passato ed il presente e tra questo ed il futuro”.