Vola qualche straccio nella Lega, per come si stanno mettendo le cose con il progetto lombardo-veneto (più l’Emilia Romagna), di svuotare la cassa comune. E pure nel Pd le sottaciute ipocrisie su Nord-Sud stanno esplodendo, con i “Piddini per Salvini” che mostrano il loro vero volto e vanno in soccorso della Lega secessionista, contro principi di equità che costringerebbero a una distribuzione meno squilibrata e razzista delle risorse pubbliche. Ora, la scorciatoia voluta dal presidente veneto Luca Zaia e assecondata dalla Lega e dalla ministra alle Regioni Erika Stefani si rivela impraticabile (sono stati puntati i riflettori sulla loro manovra) e pare cominciata un’altra corsa: quella per lasciare Zaia con in mano il cerino del fallimento.

Cos’è una firma? Quasi niente o quasi tutto, dipende dal valore che le si dà. È più di una stretta di mano da parte di un gentiluomo; è una parola persino scritta, che impegna e identifica. È un modo per dire: io ci sono e lo rendo noto.

È stato lanciato un appello una decina di giorni fa, contro la “Secessione dei ricchi”, ovvero il tentativo delle Regioni più ricche del Nord di tenersi, con la scusa della Autonomia regionale “differenziata” tutti i “loro” soldi (battezzando tali pure quelli delle tasse su petrolio, gas energia prodotti al Sud, l’Iva del Mezzogiorno, deviandola dal territorio il cui le merci vengono consumate a quello in cui son prodotte, eccetera). A sottoscriverlo sono stati subito decine di docenti universitari, a partire da Gianfranco Viesti, specie di economia e storia, fra i più stimati del nostro Paese (alcuni insegnano all’estero), e scrittori, giornalisti e altri cittadini indignati: siamo già a diecimila.

Un’altra raccolta firme!? Certo: è uno dei pochi strumenti che restano a chi non ha le tv di Stato prone al potente di turno; le tv private al servizio di un sistema politico-imprenditoriale; i “grandi giornali” (sempre più striminziti, per autorevolezza e copie) nelle mani di padroni che li foraggiano per sostenere i propri interessi.

Il male teme la luce. Quell’appello, le spiegazioni di quei professori, la divulgazione fattane da giornalisti e popolo della Rete, alla fine hanno costretto a discutere di quel che si dava per scontato: la ministra leghista Stefani e il presidente leghista veneto Zaia si mettono d’accordo, il governo porta “il patto” in Parlamento, che può dire solo “sì o no”, ma se dice “no”, cade il governo. E non parliamo poi dell’analisi delle cifre, della validità costituzionale del progetto.

Se la cosa fosse rimasta in silenzio, si sarebbe rischiato di chiudere le stalle dopo la fuga dei buoi. La ministra per il Sud, Barbara Lezzi, non può sedersi al tavolo delle trattative con le Regioni secessioniste, ma ha avvisato che nel “contratto” c’è un richiamo a principi di equità che lei non era disposta a ignorare; e che c’era da recuperare il diritto del Sud a una spesa pubblica rapportata alla popolazione (34 per cento: ricorderete l’appello di Agenda Sud 34). E, non sappiamo in quali forme, all’interno del M5S i mal di pancia ci sono stati, si è discusso molto, e alla fine la decisione è stata: se quel progetto di Autonomia deve andare avanti, lo si deve fare in Parlamento, perché lo si possa esaminare, correggere e (come può accadere per ogni votazione) pure bocciarlo.

In più, la ministra Lezzi ha fatto osservare da un seggio ministeriale, quindi governativo, quanto si esplicita anche nel nostro appello: come stabilire quanto può andare alle Regioni che scelgono di gestire in proprio alcune competenze statali, se non si sa quanto spetta a ogni cittadino italiano per quei servizi (studiare, curarsi, poter percorrere strade decenti…)? Sono i Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni, che avrebbero dovuto essere definiti, per il come e il quanto, da 17 anni, e invece restano inevasi. Quindi, prima si stabiliscono i Lep, poi si fa l’Autonomia, rapportata non al gettito fiscale, ma al valore dei servizi da assicurare e alla popolazione.

Ora, la vittoriosa cavalcata di Zaia (è arrivato a dire che a chi “non si rimbocca le maniche non deve essere riconosciuto il diritto di esistenza”. E decide lui chi si rimbocca le maniche? Un Salvini, un Bossi che non hanno lavorato un giorno in vita loro, per dire, rientrano nella categoria? E in che modo nega loro “il diritto di esistenza”: li brucia nei forni, visto che usato una espressione nazista?

Così, pare che la ministra cominci a rendere qualche confidenza del tipo: è Zaia che ha voluto accelerare a tutti i costi. Come dire: non è colpa mia. E un po’ di imbarazzo lo avrebbe mostrato con chi cercava di saperne di più, da lei, su “e mo’ che succede?”.

Acquistano ora altro significato quelle frasi di Salvini sull’Autonomia, tipo: appena mi portate un accordo già definito, io lo firmo. Suona come: se fate, io mi aggiungo; ma se non ci riuscite… E, a credere ad alcune malignità che circolano in Lega e fuori, Salvini non sarebbe tanto scontento di una tranvata colossale di Zaia, sull’Autonomia. Per due ragioni: più le Regioni del Nord premono sul pedale “noi scappiamo con la cassa e fanculo i terroni”, più le sue difficoltà di vendere al Sud la moneta falsa della “Lega che ora è diversa” aumentano e si moltiplicano le pernacchie per “i terroni per Salvini” che dovrebbero difendere il diritto del Nord ai privilegi, negando il necessario al Sud (va bene essere truppe cammellate coloniali, ma il Sud è terra di suonatori di mani a tromba).

Così, questa corsa di Zaia verso “mi prendo tutto subito, ecchisene”, rischia di schiantarsi contro un muro. A quel punto, Salvini potrebbe cogliere l’occasione per liberarsi di lui, spedendolo in esilio nel Parlamento europeo, e mettere uno dei suoi pretoriani alla guida del Veneto.

Non meno turbolenze nel Pd, per il vergognoso documento congiunto dei gruppi consiliari Pd di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, con cui non solo si sostiene in pieno la porcata leghista, ma se ne rivendica la primogenitura (un suicidio politico che seppellisce sotto montagne di merda una storia cui qualche sconsiderato attribuiva ancora un valore). Immaginate l’effetto di quella schifezza al Sud, dove quasi tutte le Regioni sono in mano a uomini del Pd. Come fanno a disgiungere le loro sorti da quelle del partito dichiaratamente filoleghista? C’è chi cerca di sfilarsi di fioretto e chi di mannaia; e persino fra dirigenti regionali meridionali vola qualache straccio di troppo con accuse reciproche di essere troppo allineati o troppo fuori linea.

Vedremo chi ha le palle e chi no; e chi sarà il primo a dire: non in mio nome. Tutti questi fermenti, per ora, sono sottotraccia, ma non lo resteranno a lungo. Alla Regione Calabria il nostro appello è già diventato una mozione che sarà discussa in Consiglio. E potremmo avere grandi sorprese. Forse, persino prima di allora.

Cos’è una firma? Eh… Ecco cosa può fare una firma. Ora, come in ogni iniziativa su change.org, è giunto il momento di sostenere con qualche euro il lavoro che la piattforma fa. Non chiediamo niente a nessuno, ma chi volesse dare una spintarella perché l’appello raggiunga il maggior nunero possibile di persone, potrebbe versare il prezzo di un cappuccino o anche più: nessuno glielo impedirà.

Intanto grazie a tutti. E vi terremo informati.