La chiamano “Autonomia”, è di fatto secessione, e la si vuol imporre con un trucco e un colpo di mano o di Stato. Ma può essere il capolavoro politico (a sfasciare, s’intende) della Lega Nord. Parlo del trasferimento alle Regioni di competenze (sino a 23) ora a carico dello Stato centrale. Lo hanno chiesto Veneto e Lombardia con referendum inutili e costosi (quante scuole si sarebbero potute fare con quei soldi?) e l’Emilia Romagna, con una semplice letterina al governo (e si può risparmiare il francobollo, usando la posta elettronica certificata). Ora, a una a una, vi si stanno aggiungendo quasi tutte le Regioni a statuto ordinario, incluso alcune di quelle che di tale sistema sarebbero le vittime (è come se chi sta per essere sbranato nell’arena dai leoni, invece di esservi spinto, pagasse il biglietto per entrare).

Esagero? Non fidatevi di me: leggete cosa scrivono decine di docenti universitari di Econonia e Storia (primo firmatario il professor Gianfranco Viesti), nel loro appello, “No alla secessione dei ricchi”, ai presidenti della Repubblica e delle Camere, contro la cosiddetta “Autonomia” (con scasso…); e ascoltate il professor Vito Tanzi, già docente alla Washington university e dirigente del Fondo Monetario Internazionale: «Così come l’hanno proposta, calpesta la Costituzione. Se una Regione punta a essere del tutto autonoma, trattenendo sul territorio più tasse rispetto ai servizi che deve svolgere, allora viene meno il senso della nazione, che prevede obblighi e doveri. Così è una secessione. In Italia sento fare affermazioni del tutto insensate dal punto di vista economico. Una è proprio questa del residuo fiscale», ha spiegato Tanzi in una intervista a Il Mattino. «Un governo che tassa ogni cittadino in base alla sua ricchezza e poi cercasse di trasferire a ogni cittadino servizi pari ai soldi che quel contribuente ha versato non sarebbe un sistema ottimale. Ci sono servizi che hanno senso se sono universali: penso alla difesa, alla sicurezza, all’istruzione, alla sanità. Quindi è ovvio, visto che non tutti hanno la stessa ricchezza, che alcuni verseranno più tasse di quel che ricevono. Ci sono dei trasferimenti fra classi sociali e dei trasferimenti fra territori ricchi e territori meno ricchi. Considerare tutto ciò una distorsione da sanare è una follia».

Ecco, io “follia” non lo avevo detto, ma mi accodo a cotanto verbo, copio e, ovviamente, firmo l’appello (il professor Tanzi sa quel che dice: prese un anno sabbatico dal Fondo monetario, per studiare l’Unità d’Italia dal punto di vista finanziario e pubblicò, negli Stati Uniti, un libro, “Italica”, che è stato appena rieditato in Italia dall’editrice Schena. Val la pena leggerlo).

Sarebbe interessante poter fare la storia del suicidio di un Paese, l’Italia, raccontando come si è arrivati a questo punto. Ma fermiamoci al punto, che è questo: sono state varate norme per consentire il passaggio, da Stato a Regione, di poteri e competenze che (copio dall’appello): “vanno dall’offerta formativa scolastica (potendo anche scegliere gli insegnanti su base regionale), ai contributi alle scuole private, i fondi per l’edilizia scolastica, il diritto allo studio e la formazione universitari, la cassa integrazione guadagni, la programmazione dei flussi migratori, la previdenza complementare, i contratti con il personale sanitario, i fondi per il sostegno alle imprese, le Soprintendenze, le valutazioni sugli impianti con impatto sul territorio, le concessioni per l’idroelettrico e lo stoccaggio del gas, le autorizzazioni per elettrodotti, gasdotti e oleodotti, la protezione civile, i Vigili del Fuoco, strade, autostrade, porti e aeroporti (inclusa una zona franca), la partecipazione alle decisioni relative agli atti normativi comunitari, la promozione all’estero, l’Istat, il Corecom al posto dell’Agcom, le professioni non ordinistiche. E altro, perché l’elenco è incompleto”.

Questo, in nome del federalismo: parola che da noi è diventata il contenitore della qualsiasi. Per non deviare la tema principale, solo due osservazioni: se mettete una mano sulla tabella dei Paesi europei, coprendo la colonna dei nomi e quella dei sistemi statali, non riuscireste a indovinare quali siano Stati centralisti e quali federali; ma il peggio sarebbe dopo aver tolto la mano: scoprireste che gli Stati che delegano più poteri e spesa agli enti periferici sono quelli centralisti e i più accentratori sono federali. In “La tradizione civica delle regioni italiane”, il professor Robert Putman spiega che gestiscono già più competenze e soldi, in proporzione, degli Stati federali degli Usa.

Ma torniamo al tema: se trasferisci la spesa degli studenti dall’amministrazione centrale a quella regionale, in teoria cambia poco. Se per ogni studente si spende 100 e hai 100 studenti, quella cifra è gestita in loco e non da Roma. Diverso è l’ente (un potere esercitato sul posto… qualcosa fa), ma il resto è uguale. Può piacere o no, ma ormai si può fare e chi vuole, chiede di farlo. Dov’è il trucco? Nel progetto di legge del Veneto (più sfumato in quello lombardo) si lega, ops…, la stima delle risorse non al costo dei servizi da fornire (in teoria, uguale per tutti), ma al gettito fiscale. Quindi, per lo stesso servizio ai cittadini italiani, risorse diverse, in rapporto alla residenza: per chi abita in Regioni ricche, tanti soldi; chi in Regioni povere, a scalare. E se i soldi sono pochi, pochi anche i diritti. Ovvero: si riconosce un valore differente alla vita di cittadini di uno stesso Stato. Si chiama Apartheid ed esisteva in Sud Africa fra bianchi e neri. Un vero schifo.

Non basta: “per raggiungere questi risultati discriminatori”, cito dall’appello, “si sfrutta un vuoto normativo denunciato più volte dalla Corte costituzionale: dal 2001, infatti, nessun Governo ha trovato il tempo di definire i LEP, i livelli essenziali delle prestazioni sociali e civili da garantire in misura omogenea a tutti i cittadini italiani, ovunque residenti. E se non si sa “quanto costano” i LEP, come si può stabilire l’entità delle risorse da assegnare alle Regioni per garantirne il godimento ai cittadini? Ove si procedesse all’incontrario, ovvero: prima trasferire risorse alla Regioni, poi stimare il costo dei LEP, qualcuno potrebbe accaparrarsi più del necessario senza che sia evidente a chi lo stia togliendo. È inaccettabile che in diciassette anni non si sia fissato il valore dei LEP, a vantaggio di tutti i cittadini italiani, mentre in pochi mesi si sia arrivati alle battute consultive del processo di autonomia differenziata, a vantaggio di pochi”.

Già, perché il governo Gentiloni, con un galattico sgarbo istituzionale, il 28 febbraio scorso, quattro giorni prima di morire con le elezioni del 4 marzo, ha firmato il “preaccordo” con le Regioni secessioniste, ops… autonomiste. Non ha trovato il tempo di dare corso all’applicazione delle norme per l’equità della spesa pubblica in Italia, che dovrebbe essere, e non è, al Sud del 34 per cento (proporzionata alla popolazione), come pure richiesto dall’Unione Europea (ma “Ce lo chiede l’Europa” funziona solo quando fa comodo); né ha trovato tempo per stabilire il valore dei Lep. Per una decisione che ridisegna l’assetto del Paese e avrebbe dovuto essere lasciata al nuovo governo, invece, il tempo c’è stato.

Ministra alle Regioni è quella Erika Stefani che uscendo dal Quirinale dopo l’investitura del governo Conte, ha detto che il suo compito è portare a casa l’Autonomia chiesta dal Veneto. Quindi di qualcosa che cambia faccia e futuro (se ancora ne avrà uno) del Paese discuteranno due esponenti di un partito che rappresenta il 17 per cento degli italiani. Non so quanti pensino che la Stefani, ministra della Repubblica di tutti gli italiani, difenderà con le unghie e i denti opinioni e interessi del 17+83 per cento degli italiani. Io non mi fido.

E ho buone ragioni, per via del colpo di mano aggiuntivo: “l’accordo” (vabbe’…) Stato-Regione, sarà fatto proprio dal governo e da questo portato in Parlamento. In tali casi, i parlamentari non possono discuterne né presentare proposte di modifiche, solo dire “sì” o “no”.

Un capolavoro del male, perché:

  1. Se la componente cinquestelle si oppone alla proposta governativa (diversi deputati meridionali scalpitano e si paventa il ricorso al famoso “Comitato di conciliazione” previsto nel “contratto” con la Lega) e su questo si rompe la coalizione, la Lega ha vinto: si va alle elezioni e si prende tutto il Nord, centrodestra, una fetta del M5S e chissà che altro e parte del Sud, forse pure dei cinquestelle, cui i votanti meridionali farebbero pagare l’accordo a perdere con i leghisti;

  2. Se si va in Parlamento e la secessione con scasso, ops… l’autonomia-piglia-tutto passa, lo Stato italiano ne uscirebbe, in ogni senso, a pezzi (dove prenderebbe le risorse per i compiti “nazionali”?). E spiegatemi perché gli altri ci dovrebbero stare;

  3. Se il Parlamento boccia la porcata, il governo cade, si va alle elezioni e… come sopra.

La Lega vince nei casi 1, 2 e 3. L’Italia perde nei casi 1, 2 e 3. Da meridionale, ovvero cittadino di serie B di un Paese razzista (non dite no: mi tratta così per i treni, le scuole, le strade, la sanità…) se vogliono la secessione, la si faccia, ma non a metà: figurati il piacere di stare “a tutti i costi”, con chi ti chiama coleroso, porco, topo da derattizzare, terrone di merda, merdaccia mediterranea e via con Radio Padania di Salvini Matteo e compari.

Ma prima si fanno i conti e chi ha preso di più restituisce.