TRATTO DA “CARNEFICI”

Per ricostruire la storia dell’Unità d’Italia si è lavorato più fuori dalle università, che dentro. Nessuno pensò di dovere delle spiegazioni, quando l’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel 2011, dopo 150 anni, inviò un messaggio per chiedere scusa a nome dell’Italia, a Pontelandolfo, paese di quasi seimila abitanti, nel 1861, distrutto dai bersaglieri, che sterminarono la popolazione, per rappresaglia. «Un massacro relegato ai margini dei libri di storia» scrisse il presidente: un’accusa che in un Paese serio, avrebbe generato un processo culturale agli storici. Da noi, il nulla. E si tratta di uno dei massacri più documentati di sempre.

Sono ormai decine gli specialisti e i volontari che sventrano archivi ignorati in Italia e all’estero, per trarne e divulgare decine di migliaia (avete letto bene: decine di migliaia) di schede, verbali, rapporti, documenti, promemoria che quasi nessuno ha cercato in un secolo e mezzo. È la somma di quelle carte che conduce alla parola genocidio. Non è “troppo” per quel che avvenne. Quanti furono i morti a Gaeta? Contro la città martire (per “liberarla”, non dite che non lo si era capito!) si scagliarono 100.000, forse 160.000 ordigni di ogni genere e colpi di cannone: da 6 a 10 per ogni abitante. Da una ricerca d’archivio, dopo la resa, risultano mancare 3.000 nomi. Molti andarono via per sempre. Ma tanti rimasero uccisi; l’esplosione della sola polveriera Transilvania fece centinaia di morti: Gigi Di Fiore, in Gli ultimi giorni di Gaeta, conta almeno 331 bare; e «nei registri del 1860-1861 di stato civile del Comune di Gaeta (Archivio di Stato di Caserta), mancano circa 500 nominativi fra i morti», annota Gennaro De Crescenzo in Il Sud. Dalla Borbonia Felix al carcere di Fenestrelle.

Spuntano elenchi di morti da tutte le parti: soldati dell’ex Regno delle Due Sicilie che, arruolati a forza nell’esercito sabaudo, muoiono a centinaia in ospedali di tutta Italia, specie del Nord. Eppure non si trattava di epidemie: le vittime di quelle sono contate a parte, nei rapporti ministeriali. Fra le pieghe della tetra contabilità dei carnefici, ci hanno informato che ci furono anche “morti per nostalgia”. Mentre ci dice incredibilmente poco, quasi nulla la presunta “pignola burocrazia sabauda”, su una voce che appare nelle tabelle delle relazioni dei ministri della Guerra al re (da quella del ministro e conte Agostino Petitti di Roreto del 1865 a quella del 1867): «Morti per cause indipendenti dal servizio». Cioè? Caduti dalle scale, scivolati sul marciapiede, pugnalati dal marito dell’amante? Insomma, come? Boh! E chi sono? Nella tabella si chiarisce che non sono defunti per malattie, epidemia, suicidio, incidenti o ragioni di servizio. E allora di cosa? E sono migliaia, per i due anni di cui sono riuscito a trovare i dati separati dal totale: quasi 5.000 (cinquemila!). All’anno. E non c’erano guerre in corso; e, comunque, fossero caduti in battaglia, sarebbero state cause di servizio. Quindi, chi erano quei morti: forse meridionali che pur se risultavano arruolati nel nuovo esercito, combattevano contro ed erano chiamati “briganti”? O che raggiunti i reparti cui venivano assegnati, facevano, non si capisce come, brutta fine, per la loro opposizione a servire il re nemico? O gli uni e gli altri? Quasi cinquemila all’anno; una cifra spaventosa, di poco inferiore a quella di tutti gli italiani morti nelle guerre di indipendenza dal 1848 al 1859.

Qualche risposta, proprio mentre chiudevo questo libro, è stato finalmente possibile rintracciarla. E dà i brividi. Nel dettaglio, invece, se per i paesi colpiti da rappresaglia si indica un numero di vittime minimo, quasi nullo (per Pontelandolfo si diceva una dozzina, mentre furono da diverse centinaia a molto più di mille), ma il calo della popolazione risulta notevolmente maggiore, diviene più difficile sostenere che a essere uccisi furono pochi. Si può obiettare che gli abitanti che mancano potrebbero essersi trasferiti altrove. Giusto, ma se le stragi colpiscono decine di paesi, la cui popolazione diminuisce, e contemporaneamente cala pure quella dell’intero Regno, il trasferimento non è da qui a lì, ma da qui all’altro mondo. E, a quel punto, conta poco che ci siano andati perché li fucilarono, non sopravvissero al carcere e alla deportazione, perirono di stenti ed epidemie, per le condizioni in cui furono ridotti, si suicidarono: direttamente o indirettamente, morirono tutti per la stessa ragione.

Incrociando questi dati con quelli diffusi all’epoca dei fatti, almeno l’ordine di grandezza della carneficina si dovrebbe riuscire a definirlo. Dal momento che una tale ricerca non è mai stata fatta (questo spazio fra parentesi è a vostra disposizione per i commenti, io mi astengo), ho incontrato molte difficoltà, un’incredibile quantità di dati ufficiali in contrasto fra loro. Ma, alla fine, la risposta è arrivata; non parlo di genocidio a caso. Le cifre che emergono dalla ricerca sull’improvvisa diminuzione degli abitanti del Sud, da quando le truppe sabaude vi portano la guerra, sono nell’ordine delle centinaia di migliaia; ma bisogna anche mostrare come si arriva a quelle “tribù perdute”. Toccherà ricostruirne le dimensioni, inseguendole, capitolo per capitolo, nei campi di concentramento, nei luoghi di deportazione e nelle carceri a cui molti non sopravvissero, dinanzi ai plotoni di esecuzione e nei paesi rasi al suolo perché restii a «diventare piemontesi ad archibugiate», scrisse Massimo d’Azeglio.

Un sistema empirico, lungo, faticoso, raccapricciante, non esaustivo e ripetitivo, ma mostrerà come, strage dopo strage, si arriva a quei numeri che paiono non credibili. E mi direte, allora, se ricorrere al termine “genocidio” sia o no eccessivo. Un esempio, per farmi capire meglio: l’eccidio-simbolo dei massacri del Risorgimento al Sud è quello di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi del Beneventano che, per rappresaglia e per ordine del generale Cialdini macellaio Enrico, proconsole dei Savoia nell’ex Regno delle Due Sicilie, furono circondati da un migliaio di bersaglieri e altri militi e rasi al suolo, il 14 agosto 1861, in una notte di rapine, torture, stupri, massacri e incendi: rimasero in piedi tre case. Sul numero delle vittime, ancora si baccaglia. Che siano nell’ordine di centinaia, però non è più in discussione (sia pure da pochi anni), anche se c’è ancora chi, per continuare a sostenere che se ne ebbero poco più di una dozzina, cita solo la prima pagina di uno studio che, in quelle seguenti, dimostra come i morti furono centinaia. La distruzione di documenti parrocchiali e comunali ha reso laboriosa la stima della strage. Ma grazie all’incrocio di testimonianze italiane e straniere dell’epoca (incluse quelle rese nei Parlamenti inglese e italiano) e del poco rimasto negli archivi (dopo più di un secolo, in provincia di Sondrio, fu rinvenuto il diario di uno dei bersaglieri che compirono la carneficina, Carlo Margolfo), i fatti sono stati ricostruiti e questo è, oggi, uno dei massacri meglio documentati che ci siano. Tranne chesul numero delle vittime. Tante, ma quante?

Ricerche sulla consistenza della popolazione prima e dopo la strage erano state compiute già nell’immediatezza dei fatti (giornali, libri), poi da Daniele Perugini, nel 1878; poi dal canonico don Davide Fernando Panella, sulla mortalità nei cinque anni prima e dopo la strage; poi dal parroco don Giovanni Casilli; poi da Renato Rinaldi, discendente di due delle vittime, odierno storico locale che sul caso ha raccolto un’imponente messe di dati. Infine, Daniele Palladino, segretario comunale di Pontelandolfo, ha incrociato e integrato le informazioni, da un punto di vista solo demografico, e quel che ne viene fuori è: nel 1857 (ultimo dato disponibile nella ricostruzione di Perugini), gli abitanti di Pontelandolfo erano 5.561. Il numero è coerente con altri: nel Dizionario geografico-storico-statistico de’ Comuni del Regno delle Due Sicilie, pubblicato nel 1858 da Achille Moltedo (una sorta di enciclopedia in pillole della storia e dell’economia del Sud, paese per paese, insomma, l’antenata terrona della Lonely Planet Guide Books), il numero riportato degli abitanti di Pontelandolfo è di 5.301. E la cosa ha senso, perché l’opera di Moltedo richiese alcuni anni, e quello è il dato del 1850, nella cronologia di Perugini. Nel 1861, dopo la strage, gli abitanti sono scesi a 4.375: 1.186 in meno. Ma, nel Calendario generale del regno d’Italia, pubblicato nel 1864, si registra a Pontelandolfo, al 1° gennaio 1862, un numero di abitanti ancora più basso: 4.284 (il censimento fu condotto dal ministero per l’Agricoltura, l’Industria e il Commercio, da cui dipendeva la Commissione di statistica; il Calendario, dal ministero dell’Interno; e dal tono con cui i tecnici della statistica parlano dei Calendari in un testo ufficiale, è evidente che c’era attrito, fra i ministeri, su questo argomento).

Il canonico Panella dimostrò che, negli anni a seguire, la mortalità restò altissima, per i feriti e gli ustionati che non perirono subito, ma non sopravvissero a lungo: fra il 1861 e il 1862, nonostante il calo della popolazione, i morti furono quasi duecento in più, rispetto ai due anni prima della strage. Per comprendere ancora meglio il valore di questi dati c’è da aggiungere che, nei dieci anni prima del massacro, la popolazione fu stabile o in lenta crescita, al di sopra dei cinquemila abitanti; dopo la strage, per ritornare a quei livelli, ci vollero quasi quarant’anni. Dovete scusarmi per tutti questi numeri, ma ci mostrano l’ampiezza del crimine. E, se state pensando “due o duecento più o meno, cosa cambia, ormai?”, ricordo come vanno letti: Concetta Biondi, 16 anni, che muore stuprata da dieci soldati e suo padre costretto ad assistere e poi ammazzato, valgono due; Giuseppe Santopietro e il figlio neonato (che i bersaglieri squarciano con la baionetta, prima di uccidere il padre) valgono altri due. Volete continuare da soli?

Per un quadro un po’ più completo, c’è da aggiungere che «il tremendo castigo» non placò la sete di vendetta dei caini d’Italia, che potevano invadere un Paese in pace, metterlo a ferro e fuoco, e punire chi non accettava l’annessione (forse, se avessero provato a convincerli su un piano di parità, e non con i fucili…). Fra i sopravvissuti se ne misero sotto processo 219 di Pontelandolfo (ebbero il coraggio, loro che ne avevano depredato gli altari degli arredi sacri e bruciato chiese, di accusare i superstiti, nientemeno che di «oltraggio, violenza e distruzione delle venerande effigie del re Vittorio Emanuele II e di Garibaldi»: da Il Brigantaggio meridionale di Aldo De Jaco); altri 105 imputati erano di Casalduni, incluso il sindaco; e dei paesi vicini: 103 di Campolattaro, 34 di Ponte.

Quindi, rifacendo i conti con i dati del 1862 riportati dal ministero dell’Interno, i pontelandolfesi che mancano all’appello sarebbero di più: non 1.186, ma 1.277 (5.561 – 4.284).

Dalle cronache del tempo, dalla relazione del deputato milanese Giuseppe Ferrari, socialista e filosofo, che andò a Pontelandolfo subito dopo la carneficina, dal diario del garibaldino lombardo, e altre fonti, si apprende di fucilazioni in massa, amputazioni, furti, saccheggi, donne violentate e uccise in chiesa, nelle abitazioni, dinanzi ai familiari e gli scampati chiusi nelle case date alle fiamme.

Il conto, però, è fatto con il numero di abitanti di quattro anni prima dell’eccidio, ultimo dato noto. Nel 1861, invece, quanti erano, di preciso, a Pontelandolfo? Ora lo si può sapere, grazie a un documento che non fu stilato per ragioni demografiche ma militari e che sarebbe inedito. Par di capire che i piemontesi, ormai occupanti, non avendo idea della consistenza dei paesi, delle città, chiesero lumi al ministero degli Affari interni (quel che ne restava a Napoli). Così, dal Dicastero dell’interno e polizia – 4° Ripartimento – 6° sezioneN° 9257, riguardo a Oggetto: Statistica delle Provincie Napoletane, si inviano [Al] Sign.r Segret.o Gen.le Comand.e del 6° Dipartimento militare Napoli, “le tabelle annesse al Decreto del 1° ap.e ultimo, relativo al num.o e alla ripartiz.e dei Consig.i provinciali».

Da lì si apprende che Pontelandolfo ha 5.747 abitanti, nel 1861; circa duecento in più di quattro anni prima. E la cosa non stupisce. Quello che impressiona è la data del documento: 10 agosto, 4 giorni prima della strage!

Quindi, ora rifacciamo i conti: 5.747 – 4.284 = 1.463.

Quasi millecinquecento persone su meno di seimila. E c’è ancora chi si scandalizza se allo stadio San Paolo, a Napoli, qualche volta fischiano l’inno nazionale. Il rispetto si merita, non lo si può pretendere. Ma si può dire che i 1.463 siano stati tutti uccisi e tanti non siano, invece, riusciti a fuggire, senza più tornare a casa? La descrizione dell’assalto narra di un paese circondato, per impedirlo; e poi di rastrellamenti, nei giorni a seguire, nei paesi e nelle campagne intorno, con ulteriori fucilazioni sul posto; mentre Ferrari parla di corpi umani carbonizzati, fra le macerie delle case.

E questo in uno solo delle decine di paesi eccidiati di cui si è persa la memoria, che con tanta fatica si cerca di recuperare. E dove finirono i corpi di tutta questa gente? Circa due secoli prima, a Pontelandolfo, la peste fece quasi lo stesso numero di morti, 1.195. Nei registri parrocchiali si annotò che non si potevano elencare tutte quelle vittime, né disporre per ognuna di loro un ufficio funebre: furono interrate, a 25-30 al giorno, nella chiesa dell’Annunziata. Gabriele Palladino ipotizza che altrettanto sia stato fatto con i resti dei cittadini di Pontelandolfo carbonizzati al fuoco della libertà portata dai Savoia, perché fu testimone, durante i lavori di restauro del tempio dell’Annunziata, del ritrovamento di una montagna di ossa umane: centinaia e centinaia di scheletri, con segni di combustione. Corpi senza nome, che il fuoco rese irriconoscibili.

Il restauro fu compiuto con i soldi per le celebrazioni dei centocinquant’anni dell’Unità d’Italia; l’annuncio del finanziamento venne dato in occasione della lettura del messaggio di scuse inviato, dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a nome del Paese. Con questi strumenti andremo nell’arcipelago Gulag che divenne l’Italia e nella terra dei morti che divenne il Sud, a contare le vittime, per cercare in dettaglio e in totale, i “riscontri demografici” dell’entità della carneficina.